Il teatro vuoto danza

Per Aperto la performance di OHT Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro

OHT Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro
Recensione
oltre
Aperto Festival, Teatro Ariosto, Reggio Emilia
OHT, Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro
25 Settembre 2021

Il suono di un'orchestra che si accorda e si fa drone sottile, a sipario chiuso, poi le luci si spengono e comincia un poema per luci e movimenti di macchine, una coreografia dell'assenza, un balletto meccanico (come il film di Ferdinand Léger del 1924): la performance Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro al festival Aperto di OHT (Office for a Human Theatre), una coproduzione della Biennale di Venezia con la Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, mette in scena il vuoto e la sua vertigine: il fascino del disadorno, tutto quanto viene usato quotidianamente a teatro ma resta di solito nascosto qui diventa protagonista.

Gli elementi della macchina teatrale danzano in scena (che assieme alla regia è a cura di Filippo Andreatta); ad accompagnare questa partitura la musica di Davide Tomat, un'elettronica ambientale di taglio pop efficace anche se talvolta didascalica, laddove nei momenti invece più riusciti ci vengono in mente, quando il suono si fa più crudo, i Rechenzentrum, mentre quando indulge in languori siamo dalle parti di Greg Haines.

OHT Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro

Uno strappo in un cielo di carta, o un'enorme farfalla: apparizioni, enigmi, le corde e le vele di un vascello. Dal punto di vista visivo lo spettacolo è ipnotico e nitido, ammaliante nel suo esporre i tesori di una quotidianità meccanica, l'insieme di tutto ciò che permette alla misteriosa scintilla del teatro di prendere ogni volta fuoco: luci, quinte, americane, contrappesi, che come su uno spartito compongono una linea dove la melodia è sostituita dal ritmo dei movimenti. La parte musicale ha qualche caduta di tono dovuta a un eccesso di patina, soprattutto nel finale, ma nel complesso funge da accompagnamento funzionale.

Forse nel silenzio, o in un suono che frughi gli angoli bui la performance avrebbe trovato una corrispondenza più profonda. D'altro canto, there's nothing to say, and i'm sayin'it, diceva John Cage: gli attrezzi non raccontano, mostrano (solo?) la propria natura di artefici dell'azione scenica. L'uomo diserta la scena, se non per un breve frangente dove la cantante Dania Tosi interviene con una sorta di giga celeste: nei cinquanta minuti di spettacolo siamo nel regno del sommerso e di ciò che non sappiamo più vedere.

Un nitido esercizio di educazione a un altro sguardo, dove alla fine un tronco di foresta sul fondale svela la sua fratellanza con le corde che muovono i marchingegni. Perché il teatro è un organismo del quale stasera abbiamo scandagliato viscere e scheletro, che, con Jacques Coupeau, nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti.

Proprio lì qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dirgli. Il Festival Aperto prosegue nei teatri di Reggio Emilia fino a fine novembre.

 

 

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