Francesco Giomi in Sardegna
Intervista al compositore, che chiude la decima edizione di Parade Électronique con la prima esecuzione di BRULLA
29 ottobre 2026 • 5 minuti di lettura
Raggiungere la decima edizione è un traguardo che non rappresenta solo una ricorrenza, ma la conferma della solidità di un percorso. Dal 3 ottobre all’8 novembre 2026, il Teatro Arsenale di Milano torna a ospitare Parade Électronique, la rassegna promossa da MMT Creative Lab sotto la direzione ideale del suo tema stagionale, Omnia quae audire possit. Il filo conduttore di quest’anno, riassunto dal titolo Pratiche di ascolto obliquo, propone una fruizione sonora capace di posizionarsi sulle soglie tra linguaggi, tecnologie e discipline, rifiutando classificazioni rigide e lineari per favorire risonanze, attriti e slittamenti di prospettiva. In questo orizzonte di ricerca e continua trasformazione, l'appuntamento conclusivo dell’8 novembre vede protagonista Francesco Giomi che, in collaborazione con Michela Atzeni e con il supporto di Tempo Reale, presenta in prima assoluta BRULLA.
Definito come un «documentario sonoro per voci e live electronics», BRULLA si addentra in uno dei capitoli più complessi e meno noti della storia ambientale italiana: il processo di deforestazione che nel corso dei secoli ha profondamente alterato il paesaggio della Sardegna, cancellandone la rigogliosa natura originaria per restituirci l'immagine di un'isola arida e brulla.
Lungi dall'essere una semplice ricostruzione didascalica o una cronaca storiografica, l'opera intreccia la voce di Michela Atzeni, i frammenti letterari di Grazia Deledda e gli studi antropologici di Fiorenzo Caterini con un’architettura elettronica composta da paesaggi sonori immaginari, astrazioni e puntuali echeggi poetici. Il risultato è un'azione sonora in cui la storia diventa esperienza percettiva, una sollecitazione affettiva ed ecologica che trasforma il suono in uno strumento di memoria, responsabilità e consapevolezza.
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Abbiamo intervistato Francesco Giomi per farci raccontare la genesi di BRULLA, il senso dell'improvvisazione all'interno della partitura e il significato profondo di praticare, oggi, un "ascolto obliquo".
Insieme a Michela Atzeni presentate BRULLA, definito come un “documentario sonoro per voci e live electronics”. In che modo la dimensione del teatro sonoro permette di esplorare e raccontare una vicenda storica come la deforestazione della Sardegna rispetto ai linguaggi documentaristici tradizionali?
«Chiamo BRULLA “documentario sonoro” non perché voglia presentare una ricostruzione scientifica della semi-sconosciuta deforestazione della Sardegna, ma perché il lavoro nasce da materiali documentari e letterari che vengono però trasformati dalla composizione e messi in relazione con la voce e il suono elettronico. L’azione sonora non sostituisce la ricerca: la assume come punto di partenza per produrre un’esperienza percettiva, capace di far sentire la profondità temporale e affettiva di un paesaggio ferito. La sua funzione è più quella di aprire uno spazio di ascolto nel quale la storia possa essere avvertita a livello emozionale».
Nella scheda del lavoro si legge che la voce di Michela Atzeni dialoga costantemente con il paesaggio sonoro e la dimensione musicale. Qual è stato il criterio compositivo per integrare i testi di Grazia Deledda e Fiorenzo Caterini con l'elaborazione elettronica?
«Ho evitato un rapporto puramente illustrativo tra testo e suono: i frammenti di Caterini e Deledda appartengono a piani diversi — storico-antropologico, letterario e affettivo — e la voce di Michela Atzeni ne attraversa le diverse qualità, anche con atteggiamenti vocali differenti, per i quali accosto a mia volta “paesaggi sonori” diversi. Il criterio compositivo nasce dunque dal passaggio continuo tra parola e materia sonora, riconoscibilità e astrazione, racconto reale e paesaggio immaginato».
Attraverso BRULLA si vuole sensibilizzare l'ascoltatore su un paesaggio trasformato nel tempo. Pensi che il suono e l'elettronica abbiano un potere politico ed ecologico speciale nel far riaffiorare memorie e ferite ambientali rimosse?
«Credo che il suono possa avere una forza politica ed ecologica, ma non in modo automatico. In BRULLA non si vuole imporre una tesi: si lavora semmai sulla memoria, così da rendere sensibile ciò che resta astratto o rimosso, verso un percorso di consapevolezza».
La decima edizione di Parade Électronique è dedicata alle “Pratiche di ascolto obliquo”. Che cosa significa per te, da compositore e ricercatore, praticare un ascolto "obliquo" oggi, specialmente in un contesto interdisciplinare come quello promosso da MMT Creative Lab?
«Per me l’ascolto obliquo significa prestare attenzione ad approcci, materiali e pratiche differenti, lasciandoli interagire senza gerarchie. In BRULLA riguarda anche il rapporto tra scrittura e improvvisazione: una forma composta, ma aperta all’ascolto, alla trasformazione e all’inatteso».
Il progetto è realizzato in collaborazione con Tempo Reale. Come si inserisce BRULLA nel percorso di ricerca che il centro porta avanti da anni sul rapporto tra suono, spazio, nuove tecnologie e drammaturgia sonora?
«È uno dei numerosi progetti che vengono condotti nel tempo, tanto nel campo della tradizione del repertorio elettroacustico quanto nei nuovi territori della sperimentazione sonora a largo raggio».
Quale ruolo giocano i suoni d'ambiente registrati sul campo (field recording) all'interno dell'architettura elettronica di BRULLA? Sono utilizzati come elementi figurativi e descrittivi o vengono astratti e rielaborati durante il live electronics?
«C’è solo un caso di field recording ed è un suono di uccelli della Sardegna, usato come contrappunto poetico ai frammenti di Grazia Deledda. Altrove i paesaggi sonori sono tutti “immaginari”».
Il concerto conclusivo di Parade Électronique vede il suono costruirsi in tempo reale. Quanto spazio c'è per l'improvvisazione o l'adattamento acustico allo spazio del Teatro Arsenale durante l'esecuzione?
«La partitura definisce una struttura, ma lascia spazio all’improvvisazione, specie in alcune strutture voce-elettronica dove emergono suoni primari, linguaggi inventati e dialoghi impossibili. Come accade sempre nei miei lavori, il suono finale si costruisce anche in relazione all’acustica, alle proporzioni e alla risposta del luogo».
L'opera intreccia antropologia, letteratura, voce e musica elettronica. Com'è stata la sinergia di lavoro con Michela Atzeni e come avete bilanciato l'efficacia del testo narrato con la potenza evocativa del suono puramente musicale?
«Il testo è molto presente, potente, alternato tra dimensione poetica e descrittiva. Con Michela abbiamo lavorato molto sullo stile interpretativo in modo che contribuisse a una complessiva deriva musicale, per certi versi “astratta”, “dissociata”. I momenti di pura musica arrivano allora come finestre emotive, elementi di contrasto e relazione con la parola».
L'obiettivo dichiarato di BRULLA è quello di sensibilizzare più che di limitarsi a documentare. Quale tipo di reazione emotiva o percettiva vi augurate di suscitare nel pubblico che assisterà alla performance all'interno della cornice di Parade Électronique 2026?
«Ci auguriamo che BRULLA non produca soltanto una reazione emotiva immediata, ma apra domande. Vorremmo che il pubblico percepisse la distanza tra la Sardegna immaginata come terra brulla e la sua storia di paesaggio trasformato, lasciandosi coinvolgere prima ancora di formulare un giudizio. Se, uscendo dalla performance, percepirà e ascolterà diversamente un luogo - avvertendone le tracce, le assenze e le responsabilità - il lavoro avrà raggiunto il suo scopo».