James Brandon Lewis, o della verità del sassofono

Intervista al sassofonista che "suona come se non ci fosse un domani"

NC

08 settembre 2026 • 5 minuti di lettura

Foto di Eva Kapanadze
Foto di Eva Kapanadze

Tra l'urgenza fisica del groove e la rigorosa ricerca teorica sulla sua Musica Sistematica Molecolare, James Brandon Lewis continua a imporsi come una delle voci più devote e mature del jazz contemporaneo. Rifiutando le gabbie dorate dei paragoni con i grandi del passato – da John Coltrane ad Albert Ayler – il sassofonista e compositore statunitense affronta la musica con un senso di totale dedizione e trasparenza.

Dopo la pubblicazione su Intakt del nuovo Omni in quartetto, alla vigilia di un suo passaggio in Italia in duo con Chad Taylor e forte del recente conseguimento del dottorato di ricerca, abbiamo raggiunto Lewis per un'intervista: dalla complessa dialettica tra scrittura e improvvisazione alla necessità di far risuonare la musica come forma di sopravvivenza, fino al rifiuto delle nostalgie e al suo viscerale legame con l'atto stesso del suonare.

James, in Omni la verticalità mistica e l'urgenza fisica del groove coesistono. Come mantieni questo equilibrio tra ascetismo e materialità?

«Mi affido alla verità, il che significa che sono onesto in ciò che cerco di esprimere e non scendo mai a compromessi per pressioni esterne. Mi sveglio la mattina e devo essere a posto con il riflesso che vedo allo specchio. Suono senza privilegi, senza piani di riserva, nel senso che non so se domani non dovrei suonare. Sono rilassato come se fosse una cosa scontata, ma con un senso di urgenza, sapendo che la morte potrebbe seguire l'esibizione o l'album, quindi devo far sì che conti. L'unica pressione è essere presente nel momento con la massima intenzione e essere all'altezza delle mie aspettative».

Suono senza privilegi, senza piani di riserva, nel senso che non so se domani non dovrei suonare.
James Brandon Lewis

Dalle esibizioni dal vivo del Quartetto Lutosławski con archi alla densità di Omni. A che punto sei nella tua ricerca sulla Musica Sistematica Molecolare?

«Il lavoro sugli archi non è legato alla musica sistematica molecolare, tuttavia Omni lo è:  il progresso di Molecular è il seguente: i primi album trattavano sequenze di 6 note  e Omni, che significa tutto tratta sequenze di 12 note, ispirate a Schoenberg, ma non segue i suoi principi dogmatici bensì i miei. Questo album riprende da dove si era interrotto Transfiguration».

 Cosa significa nel 2026 confrontarsi con la tradizione afroamericana senza ridurla a un museo o a una formula rassicurante?

«Spero che il mio lavoro parli di un'esistenza completa e totale, e non si limiti alla ristretta sfera del mio background culturale. Essere umani significa essere integri. Non sono sicuro di capire cosa si intenda per museo o per formula. Capisco però il compito di parlare al momento presente, e spero che la musica lo rifletta. Il mio lavoro è sempre in dialogo con diverse influenze, il mio background culturale è solo uno dei tanti elementi da discutere, il passato dà ossigeno al presente per poter contribuire alla conversazione attuale quando non viene strumentalizzata dalla nostalgia».

Spero che il mio lavoro parli di un'esistenza completa e totale, e non si limiti alla ristretta sfera del mio background culturale. Essere umani significa essere integri.
James Brandon Lewis

 Come avete lavorato in gruppo per bilanciare la scrittura e l'improvvisazione?

«Scrivo in un modo che permetta al musicista di portare chi e cosa sta praticando quando non è con me!!! Ci sono la  forma e un sacco di note, tuttavia cerco di assicurarmi di non scrivere per il musicista in modo da escludere la sua personalità come esecutore: non impongo un modo che non permetta a chi è di emergere, cerco di scrivere in un modo che serva da perfetto contraltare per l'improvvisazione: per lanciare».

Esiste un limite oltre il quale il suono rischia di perdere le sue radici comunitarie e di diventare semplicemente la voce dell'ego?

«Quando non hai le tasche piene di soldi, e hai bollette da pagare e familiari malati, penso che il motivo per cui suoni diventi un po' più profondo dell'ego o delle radici comunitarie; sopravvivere è una comprensione totalmente diversa: suonare sapendo che le persone dipendono da te è diverso allora. Cerco un suono che abbia un'urgenza che rifletta la mia vita piuttosto che un piatto di caviale rilassato».

Quando non hai le tasche piene di soldi, e hai bollette da pagare e familiari malati, penso che il motivo per cui suoni diventi un po' più profondo dell'ego o delle radici comunitarie.
James Brandon Lewis

A volte vieni paragonato a nomi come Coltrane o Ayler, una definizione che rischia di trasformarsi in una gabbia dorata. Questa pesante genealogia spirituale è per te un'ombra ingombrante o un fiume carsico che ti nutre senza imprigionarti?

«Non penso mai a queste cose: sono me stesso e non potrei mai essere qualcun altro, anche se ci provassi, sarebbe una versione contraffatta e non autentica di chi sono».

 Il tuo jazz riesce a essere un rituale con una funzione terapeutica, oppure è un solitario combattimento corpo a corpo con i tuoi fantasmi?

«La musica in sala prove è ricerca, è indagine, la musica sul palco è l'equilibrio tra oggettività e soggettività, è il luogo in cui esprimere le proprie emozioni. Non ho mai incontrato un fantasma e non sono un combattente, ma so suonare il sax».

 In che modo la situazione politica americana influenza la tua arte e com'è essere un musicista afroamericano non mainstream negli Stati Uniti di oggi?

«Il lavoro deve essere svolto a tutti i costi, a prescindere da tutto. Nascita e morte sono eventi di primaria importanza».

 Come pensi che andranno le cose alle elezioni di metà mandato?

«La mia più grande forma di comunicazione è la musica. I politici fanno politica... io faccio musica: il mio tempo su questa terra è limitato, voglio concentrarmi su ciò che è in mio potere e cioè la musica».

Ricordo che quando ci incontrammo anni fa a Sant'Anna Arresi, scrivevi poesie. Lo fai ancora? Chi sono i tuoi poeti preferiti? Qual è lo stato attuale della poesia in America?

«Non scrivo poesie da un po' di tempo, ma ho scritto una tesi di dottorato, avendo conseguito il titolo nel 2025: spero di poter pubblicare questi scritti».

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

«In autunno pubblicherò un altro album dei Red Lily intitolato Calling Antonin, dedicato a Dvorak e con la partecipazione di Chad Taylor, Kirk Knuffke, Josh Abrams, Melanie Dyer e Tomeka Reid».