Paolo Angeli e Tenore Murales di Orgosolo, avanguardia mediterranea
L'incontro ai vertici della musica sarda fra il chitarrista e il gruppo di Orgosolo: l'intervista
16 giugno 2026 • 7 minuti di lettura
Vinti ‘e maju, pubblicato un mese fa da ANMA Productions/Rer Megacorp è il nuovo, splendido disco di Paolo Angeli, stavolta in compagnia del Tenore Murales di Orgosolo.
Un incontro ai vertici della musica sarda tra i custodi della tradizione e le esplorazioni contemporanee radicate nelle pratiche musicali delle varie aree dell'isola.
Abbiamo raggiunto il chitarrista, giusto alla vigilia del tour nordamericano, e Maurizio Bassu per il Tenore per farci raccontare un po’ di cose.
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Il legno, il metallo, l’arcaico futuribile. Paolo, la tua chitarra sarda preparata è un laboratorio di fisica acustica e memoria emotiva. In questo incontro con il Tenore di Orgosolo, come hai rimodulato la complessità del tuo sartiame sonoro per entrare in simbiosi o collisione con la verticalità nuda del canto a tenore? C'è stato un momento in cui hai dovuto "disimparare" la tua stessa avanguardia?
Paolo Angeli: «Fin dalle prime prove ho cercato di integrarmi nel Tenore, studiando i loro codici interni non scritti legati alla tradizione orale. Il mio approccio si è sviluppato per sottrazione delle possibilità. Il Tenore ti ancora alla radice ancestrale, e questo spinge a ragionare su una convergenza armonico-melodica o, all'opposto, sul conflitto e sulla sovrapposizione».
«Le possibilità di interazione sono molteplici: si può lavorare sulla pulsazione ritmica, giocare tra gli ambiti delle singole voci o raddoppiarle con lo strumento. Le articolate stesure del solista alimentano grandi spazi di libertà: non c’è niente di scritto e, come nella free music, ogni scelta avviene nell'istante esatto in cui pulsa una variazione».
La polifonia come geologia del suono. Il canto a tenore viene descritto come riproposizione dei suoni della natura, ma nella vostra pratica c’è un rigore che rasenta l'astrazione. Dialogare con la chitarra di Paolo vi ha costretto a ripensare lo spazio della vostra "rotazione" vocale? Come si sposta il baricentro di bassu e contra quando lo stimolo è un'improvvisazione che fluttua?
Maurizio Bassu: «Nella nostra polifonia, le quattro voci costituiscono un organico che è come una piccola orchestra col suo direttore. L'imitazione della natura è una teoria affascinante ma non provata; l’origine del tenore e della poesia improvvisata resta un mistero. Ogni nostra esecuzione è un’improvvisazione e non sarà mai uguale alla precedente. Per dialogare servono un'identità forte e il rispetto dell'altro. In questo viaggio musicale, oltre al nostro solista tradizionale, Paolo diventa un altro solista-direttore e il tenore interpreta, col modo di Orgosolo, le emozioni effuse dalla sua chitarra».
La Sardegna come matrice e come fuga. C'è il rischio, in operazioni del genere, di cadere nella "cartolina etnica" o nell'intellettualismo freddo. In quale punto si sono incontrati i vostri mondi per evitare queste trappole e mantenere il suono vivo e carnale?
Maurizio Bassu: «Una forte identità non teme il confronto con altre culture perché è consapevole di ciò che è e fiera della propria diversità. Il tenore di Orgosolo è espressione musicale della comunità in cui è nato e si tramanda oralmente. Ci unisce a Paolo la stessa lettura della storia sarda, espressa da ognuno col proprio canone, sia esso d’avanguardia o tradizionale».
Una forte identità non teme il confronto con altre culture perché è consapevole di ciò che è e fiera della propria diversità.Maurizio Bassu
Paolo Angeli: «Vinti ‘e Maju è un grande affresco collettivo incentrato sulla diversità e non sulla fusione. Non abbiamo strutturato i materiali con rigidità: se registrassimo di nuovo, il canovaccio narrativo resterebbe identico, ma gli esiti interni sarebbero vincolati alla libertà dell’improvvisazione. Nel brano "Tramuda" i componenti del tenore si alternano come solisti (pratica insolita), e quando io assumo il ruolo di solista imitando il Canto a Tasgia gallurese, la loro interazione è improvvisata. Non esistono precedenti discografici di un simile incontro tra modelli canori dell'isola. Molti innesti con la tradizione soffrono di un approccio coloniale o commerciale che distorce la materia usandola come verniciatura manierista o per dipingere il paradiso perduto del "buon selvaggio"».
La tessitura del silenzio. Con il Tenore la densità armonica è massima. Qual è stata la sfida più grande nel tessere i tuoi contrappunti? Hai cercato di arginare questa marea vocale o di spingerla verso territori atonali e microtonali?
Paolo Angeli: «Il tentativo è tessere trame unendo i suoni della chitarra a registrazioni d’archivio (documentari e Santa Cecilia) a supporto della drammaturgia del testo, che spesso anticipo nei preludi. In diversi punti abbiamo improvvisato totalmente, destrutturando le relazioni tradizionali. Nella parte finale di "Paradura", Salvatore e Cosimo improvvisano contemporaneamente come Mesa Vohe con modalità estranee alla tradizione, proiettando immediatamente l'ascolto verso le polifonie maschili dei Balcani. Il mio scopo è spostare il canto in una deriva tra continenti, verso la mia visione di avanguardia mediterranea».
Il tempo rituale in opposizione al tempo discografico. Il canto a tenore ha una dimensione circolare e rituale, la chitarra di Paolo vive di istanti improvvisati. Come avete negoziato le strutture dei brani in studio?
Maurizio Bassu: «Il disco nasce dopo i concerti dal vivo, fondati su un profondo ascolto e rispetto reciproco. Se sul palco il tenore rischia oggi la standardizzazione, nel suo contesto naturale è improvvisazione e creatività pur mantenendo il canone comunitario. In studio non abbiamo avuto difficoltà: il sapiente arrangiamento di Paolo e dei collaboratori ha completato il racconto con i suoni della nostra cultura».
Paolo Angeli: «Il ruolo di Marti Jane Robertson nel mixing è stato determinante per costruire una visione, anche filtrando le voci soliste. Registrare nella casa di campagna usata per le prove avrebbe dato ancora più libertà, ma abbiamo usato lo studio in modo creativo per produrre brani integralmente improvvisati. Sono nati spunti inediti che hanno spinto l'album verso sentieri mai affrontati».
L'archeologia del futuro e il peso del mito. Come sei riuscito a profanare dolcemente il codice del Tenore per trasformare la memoria in un'archeologia del futuro invece che in un museo polveroso?
Paolo Angeli: «Questo incontro è la cosa più difficile e travolgente che abbia mai realizzato. Il canto a tenore è perfetto nella sua purezza: se decidi di accostarti, devi necessariamente approdare a un racconto collettivo, quasi come se componessimo la colonna sonora di un film sulla nostra terra. L'ancoraggio alla drammaturgia del testo è stato il collante. Durante le prove usavo un filtro LFO abbinato a un delay analogico che per i cantori ricordava un elicottero; mi hanno chiesto di inserirlo in "Sa Lota ‘e Pratobello" per evocare il paesaggio sonoro reale degli elicotteri dell’esercito che allontanavano i manifestanti dalle terre comunitarie».
La dinamica del grido e del sussurro. In questo lavoro si percepiscono micro-sfumature e sussurri inediti. È stata la chitarra di Paolo a suggerirvi di esplorare il "piano" e il silenzio o è una corda che Orgosolo custodiva già?
Maurizio Bassu: «Nell'impianto classico il solista intona il motivo e dà ritmo alle altre voci. A Orgosolo il primo impulso è dato dalla contra. I tre pezzi dell'accompagnamento sono chiamati "pizas" (sfoglie/layer): si sovrappongono senza annullarsi, giocano e si rispondono stimolate dal solista. La novità qui sta nell’esecuzione solistica delle singole pizas, pratica che a Orgosolo non è inedita: esistono registrazioni degli anni Cinquanta in cui le voci venivano isolate per mostrare come si crea la polifonia».
Il Mediterraneo come spazio di attrito. Ci sono stati momenti di reale incomprensione durante le sessioni? Quando vi siete accorti che l'incompatibilità tra avanguardia e scala modale arcaica stava diventando la chiave di volta del disco?
Maurizio Bassu: «L’incontro con Paolo nasce da una grande amicizia e dalla condivisione dell'identità sarda. La fedeltà alla nostra tradizione è riconoscere che questo canto è patrimonio di una comunità. Davanti a Papa Francesco cantammo: "Innalza con noi questa preghiera / sia unita la terra del nuraghe / e il Mediterraneo un mare di pace"».
Paolo Angeli: «Durante la prima prova la musica non decollava a causa di un eccessivo "buonismo" formale. A un certo punto Franco, il solista, si assentò per 25 minuti; mi tesi temendo che non apprezzasse il lavoro, ma al rientro mi disse: "Scusa Pa’! Stavo preparando la ricotta per la cena!". Lì è scattata la chiave: esprimerci con le nostre diversità all'interno del contesto reale in cui nasce il canto. Non c'è mai stato attrito, ma la voglia di costruire un affresco comune. Dopo le registrazioni in studio, per ottenere un accordo totale e difendere l'album dai puristi, siamo andati a registrare alcune sezioni direttamente ad Orgosolo, sostituendo quelle realizzate in studio».
Questo disco ha una forte dimensione politica. Attraverso i versi di Piras, Marotto o Mereu tracciate una mappa di ferite e resistenze. Come si traduce questa rivendicazione di autodeterminazione quando la parola cantata si scontra con i paesaggi sonori della chitarra preparata?
Maurizio Bassu: «Il tenore di Orgosolo valorizza il testo operando una scelta rigorosa dei temi e dando spazio al solista nell'armonia locale. Quando parlare in sardo e cantare a tenore era considerato da trogloditi, la nostra comunità ha continuato a farlo come sfida all’autorità, entrando nella modernità con quel canto arcaico. Questa è la nostra lotta: un appello a ogni popolo a difendere se stesso e la biodiversità culturale contro l’omologazione».
Spero che l’album sia lo specchio di chi vuole costruire ponti tra le diversità per rendere il mondo più vivibile.Paolo Angeli
Paolo Angeli: «Mesi prima di andare a Orgosolo ho sognato che ne percorrevo i tornanti mentre intorno si infrangevano le onde del mare, percependo il paese come un grembo protettivo. Lavorare a Vinti ‘e Maju mi ha fatto sentire parte di un collettivo che mette la propria libertà al servizio di concetti come la lotta di classe e l'emancipazione dalle oligarchie. Spero che l’album sia lo specchio di chi vuole costruire ponti tra le diversità per rendere il mondo più vivibile».