Pisa Jazz: trance, groove e contaminazioni

Il trionfo psych-funk degli Heliocentrics e il groove dei Mali Blues da una parte, il rassicurante desert blues di Bombino dall'altra

NC

08 luglio 2026 • 4 minuti di lettura

Barbora Potkova (foto @nicomadlab)
Barbora Potkova (foto @nicomadlab)

Giardino Scotto, Pisa

Pisa Jazz Rebirth

01/07/2026 - 02/07/2026

Pisa ha una lunga e ricca storia jazz e Pisa Jazz Rebirth, nell’edizione 2026, con Milestones come dedica al divino trombettista in esergo, tenta con profitto di celebrarla e darle nuova linfa con un ricco programma che attraversa giugno e luglio con concerti all’insegna dell’eclettismo, tra nomi di richiamo, affondi nella contemporaneità popular e esponenti di punta del jazz evoluto.

La nostra esplorazione nella rassegna si limita a due giorni nel magnifico Giardino Scotto, essendo – ahinoi – residenti nella piana ipermercata traversata dal fiume Po.

Partiamo dall’ultima serata, quella del 2 luglio, e dall’ultimo dei due set: Bombino, al secolo Goumar Almoctar, nativo di Agadez in Niger, è da anni oramai uno degli alfieri della musica tuareg cantata in tamasheq. Se la storia del musicista e tutto il portato sotteso alla sua arte sono molto potenti, per la verità dal vivo le sue canzoni non convincono: le costruzioni tendono ad architetture semplici che però non sanno essere ipnotiche, sconfinando talora in un simil reggae per la verità sostanzialmente innocuo.

La chitarra elettrica svisa più o meno sempre alla stessa maniera, talvolta le acque si increspano e i ritmi accelerano senza però mai perturbare un ordine tutto sommato rassicurante. Due chitarre (talora una delle due acustica), basso elettrico, percussioni e batteria per un concerto che registra un’ottima affluenza di pubblico in gran parte anche giovane e molto giovane, cosa di cui senz’altro ci rallegriamo. Resta però un filo di delusione per un live da cui ci aspettavamo trance e energie ancestrali e invece abbiamo trovato un eccesso di didascalia.

Ottimo invece in apertura la stessa sera il set di  Mali Blues, al secolo Dimitri Grechi Espinoza al sax tenore, Gabrio Baldacci alla chitarra elettrica (parecchi punti guadagnati con la t-shirt dei Pantera) e Andrea Beninati alla batteria.  Il trio, come dichiarato già dal nome, parte da materiali maliani per sviluppare poi un’indagine sulle relazioni tra il jazz, l’Africa, il blues e il concetto di circolarità in musica, lasciando sempre spazio anche all’improvvisazione: il risultato è davvero convincente. Notevole il lavoro di Baldacci alla chitarra (recuperare il suo triplo di qualche tempo fa pubblicato da Auand, Nina, testimonianza di un talento eclettico, affilato, visionario), incalzante il groove complessivo, trascinanti le linee melodiche, matura e personale la costruzione dei pezzi, capaci di mantenersi in perfetto equilibrio tra invito alla danza e aperture più sperimentali, non disdegnando qualche affondo in ruggini più prettamente rock.

La maglietta dei Pantera di Baldacci non suoni come fuori contesto: il punto di contatto tra le fiammate heavy del compianto Dimebag Darrell nel metal dei texani Pantera e la musica africana rivista da questi jazzisti eclettici e aperti alla contaminazione ha un semplice, unico comune denominatore: si chiama proprio groove. Il set nella sua brevità colpisce per energia, messa a fuoco del materiale, ispirazione, misura, uso delle dinamiche, personalità della scrittura e freschezza del progetto: un plauso ai musicisti dunque e a Pisa Jazz per averlo prodotto, restiamo in attesa di futuri segnali.

Riavvolgendo il nastro al primo luglio, arriviamo al live dei londinesi The Heliocentrics. Attivo oramai da quasi vent’anni (Il loro esordio, Out There, data 2007), il collettivo guidato dal batterista Malcom Catto (the man on the beat, con quella sua inconfondibile capacità di swingare sul tempo e di attendere e fuggire rimanendo sempre chirurgico sul tempo che è solo dei grandi) offre l’ennesima dimostrazione della sua grandezza. Il basso di Jake Ferguson distilla linee tra library, dark funk e hip-hop, i synth (Toby McLaren e Daniel Kane, anche al violoncello) mandano sghembi segnali morsi tra gocce di LSD su cartoline vintage virate seppia e richiami all’escapismo di Sun Ra, mentre la voce di Barbora Potkova, sensuale e misteriosa, officia perfettamente questi riti eleusini tra soul jazz fangoso e corrotto, paludi free dove si appostano sornioni alligatori morriconiani, fluxus funk e grooves cesellati al millimetro.

Il segreto della band sta nell’unire ricerca storica, timbrica, tensione politica (“No one is free until we are all free: Free Palestine!”), lirica, invito all’abbandono e al canto psichico e cosmico. Come dei Dee-Lite filtrati dallo sguardo nitido e allucinato di Stockhausen, tra ombre di ambient, orme di zombie jazz, ampie digressioni strumentali su piani inclinati verso l’abisso, The Heliocentrics frullano decenni di storia della musica in una sapiente miscela capace di inebriare e stordire, dove satori da “”2001 Odissea nello spazio” si intersecano con geometrie esattamente non euclidee, tra insinuanti febbri underground contratte spulciando in oscuri cataloghi del quarto mondo, minimalismo, kraut rock, psichedelia, gatti neri jazz e ruggini rock.

Un gruppo che ogni volta dal vivo, come del resto già su disco, brilla d'una luce unica e preziosa. Il Festival prosegue fino a fine luglio, per ogni dettaglio pisajazz.it.