Guano Padano, Artchipel Orchestra ed Enrico Rava dal deserto a Canterbury

Per Correggio Jazz, il trombettista è stato ospite delle due band

NC

26 maggio 2026 • 3 minuti di lettura

Guano Padano e Artchipel Orchestra (Foto © Tiziano Ghidorsi)
Guano Padano e Artchipel Orchestra (Foto © Tiziano Ghidorsi)

Teatro Asioli, Correggio

Correggio Jazz

22/05/2023 - 01/06/2023

Ventiquattresima edizione per Correggio Jazz, la rassegna nella cittadina in provincia di Reggio Emilia all’interno del più ampio Crossroads, che dissemina concerti per tutta la regione.

La scelta del cronista ricade su due live, il 22 e 23 maggio: si comincia coi Guano Padano, ovvero Alessandro Asso Stefana (chitarra, lap steel, armonica), Danilo Gallo (basso elettrico) e Zeno De Rossi (batteria e fischio), per l’occasione con ospite Enrico Rava: è il secondo concerto in assoluto in cui il trombettista e il trio si incontrano. Il primo ha fruttato un bel disco, La Giostra, pubblicato da Hora l’anno scorso.

Il suono dilatato, sparso e cinematografico, intimamente morriconiano della band avvolge in un oppiaceo stupore di pellicola e il concerto comincia proprio come partiva il disco, con l’epica elegiaca di "Last Night": il twang desertico della sei corde a soffiare sabbia in un deserto accecato da un sole occidentale, un’armonica a cantare una distanza. Il basso di Gallo è  mobile e irrequieto, sa punteggiare il discorso spostando sempre accenti e mettendo virgole nei punti cruciali ma anche in quelli inattesi, come fa De Rossi, il cui batterismo lieve e cruciale dona leggerezza e profondità al sound magnetico della band, capace di dischiudere soglie e spalancare panorami sui quali si adagia con comodità la tromba di Rava.

Il clima è torrido, da mezzogiorno psichedelico di fuoco, l’ospite si muove con disinvoltura tra tromba e flicorno in una musica che chiede alla polvere e fa affiorare alla mente benvenute memorie del Ribot più lirico, echi di Nino Rota in una fumeria d’oppio, piani sequenza di Bill Frisell a Big Sur. Si aprono squarci nel terso cielo di carta del trio e all’interno di queste lente, languide architetture c’è spazio anche per momenti in cui la trama si sfalda, si fa liquida, si dilata e scorre come un pigro, losco fiume di confine. Colpisce molto un pezzo che è una via di mezzo tra metal e Medio Oriente, suonando come una credibilissima risposta ai Sun City Girls o agli ottimi Sanam da Beirut. Ottimo live davvero per una band con un sound unico, grande talento, ottima padronanza dei propri mezzi e di una lingua che è un’attitudine prima che una grammatica.

Ancora Rava ospite, stavolta di un largo ensemble, nel concerto del sabato sera: è di scena la milanese Artchipel Orchestra, diretta da Ferdinando Faraò, collettivo che ha già fatto ben parlare di sé in più di un’occasione,  anche con una serie di bei cd allegati a Musica Jazz. Nove fiati, un pianoforte, un vibrafono, un violino, basso elettrico, batteria, percussioni, tre voci: con questo arsenale di strumenti viene esplorato l’ampio repertorio messo in piedi da Faraò e soci, che negli anni si sono prodotti in interpretazioni personali del repertorio dei Soft Machine, di Mike Oldfield, Phil Miller, Misha Mengelberg, Jonathan Coe, Lindsay Cooper, Frank Zappa.

Foto © Tiziano Ghidorsi
Foto © Tiziano Ghidorsi

Mostrando verve e personalità che vengono confermate in questo live dove si passa da "God Song", un pezzo scritto da Phil Miller  tratto da Little Red Record dei Matching Mole, a un pezzo africano dal groove pigro e inesorabile, sul quale fioriscono lussureggianti mangrovie di voci e fiati. Ognuno degli strumentisti ha modo di mettersi in luce con un assolo  ma la formula non risulta stantia grazie a solidità del repertorio e profondità, equilibrio e ricchezza degli arrangiamenti. In chiusura spiccano il tema arioso di Big Orange (dedicata a Pip Pyle, batterista per Gong, Hatfield and The North e National Health) e un inedito firmato da Faraò che ci dicono intitolarsi "Canterbury Desire" e proprio a quel mood, come buona parte del repertorio e dell’attitudine dell’orchestra, rimanda.