Horse Lords: l'estasi del loop elettrico
La band americana, di base a Berlino, presenta il nuovo Demand To Be Taken To Heaven Alive! e saluta Angelica 2026
08 giugno 2026 • 2 minuti di lettura
Teatro San Leonardo - Centro di Ricerca Musicale
Angelica 2026
05/05/2026 - 30/05/2026“L’insieme di tutte le cose che abbiamo ascoltato dal 5 maggio a oggi fa la differenza, la multiespressività”: così Marco Simonini nel presentare l’ultimo concerto del festival Angelica 2026 .
”Il tempo scivola”, dice il direttore, e sono ormai trentasei primavere che la rassegna indaga le possibilità del suono.
Onore e onere della chiusura, per merito di Gianluca Turrini, valente fonico e ascoltatore attento e curioso, e di Marco Stangherlin di Wakeupandream, spetta agli Horse Lords, che presentano in anteprima italiano il nuovo album Demand To Be Taken To Heaven Alive! in uscita il 12 giugno per RVNG Intnl.
La band di Baltimora, oramai in pianta stabile a Berlino da anni, per l’occasione si riunisce al suo primo batterista, Sam Haberman e attacca con un loop circolare di sax alto (Andrew Bernstein, anche alla seconda batteria) sul quale fiorisce un ordito ipnotico fatto di spigoli che via via si arrotondano, guidati dal lavoro incessante della chitarra elettrica di Owen Gardner, mentre il basso di Max Eilbacher (anche all’elettronica) riempie i vuoti con fragore e esattezza geometrica.
La trance della musica africana virata (math) rock, Steve Reich su un altopiano a osservare il frastuono di una megalopoli, ombre fugaci di blues desertici, arcaici, brezze tuareg, sincopi, fibrillazioni, la lezione dei Talking Heads sulle orme di Fela Kuti dei giorni d’oro di “Remain In Light” mandata a memoria, ma anche le sincopi e le fibrillazioni etniche dei 75 Dollar Bill o i Battles alle prese con un repertorio africano.
Musica iterativa, forse ansiogena, torrenziale eppure secca, grondante ruggini, improntata a una monotonia ricercata, talvolta alla ricerca di una credibile ipotesi robot funk, in altri frangenti sulla tangente lunare di grooves para elettronici che possono richiamare esperienze avant rock come Schnellertollermeier, Goat (quelli giapponesi), Laddio Bolocko, oppure una versione hardcore dei Ronin di Nik Bärtsch. Fitte foreste poliritmiche che si fanno così affollate da diventare labirinti impossibili, climax che non arrivano mai, una revisione metallica di alcune visioni minimaliste: il live funziona, la band è un meccanismo oliato alla perfezione, il set è coinvolgente e divertente, al netto di un po’ di monocromia nelle soluzioni e nelle scelte (ripetiamo: voluta, parte integrante dell’attitudine e dell’estetica della band) e di una sezione ritmica che potrebbe forse dare più benzina al fuoco spostando diversamente gli accenti.
Il lavoro del chitarrista, vero deus ex machina della band, è invece eccellente, e Horse Lords sono comunque una band di assoluto spessore, che fa impallidire in un secondo i tanto chiacchierati Angine De Poitrine, ad esempio.
Ci rivediamo a maggio 2027, Angelica.