Faust al Circo
Gounod alla Scala con la direzione di Rustioni e la regia di Erath
28 ottobre 2026 • 3 minuti di lettura
Milano, Teatro alla Scala
Faust
27/10/2026 - 08/11/2026L'ultimo Faust di Gounod alla Scala risale al 2010 (sul podio Denève, regia di Nekrósius), torna ora in una nuova coproduzione con Valencia, Berlino (Unter den Linden), Madrid. Sul podio Daniele Rustioni, regia di Johannes Erath, scene di Heike Scheele, costumi di Gesine Völlm. A causa di uno sciopero è saltata la prima del 24 ottobre, mentre questa nota è redatta sulla la replica del 27 ottobre.
L'atmosfera da kermesse, che talvolta affiora nell'opera, è dilagante nella messa in scena del regista tedesco al suo debutto al Piermarini. Come sfondo privilegiato sceglie il circo e offre nei primi due atti suggestioni di grande impatto visivo. L'introduzione e il successivo incontro di Méphistophélès col protagonista rispettano però il luogo solitario dove tutto è "Rien" e si patteggia la nuova giovinezza. Dopo di che si scatena la bolgia circense, col diavolo che veste la divisa rossa del domatore con frusta e un susseguirsi delle comparsate più varie, dalle figure sui trampoli a una gran quantità di Pierrot (uno di questi è Valentin), tra le quali compare a un tratto una fanciulla ancheggiante in tutù e ombrellino bianco, forse un omaggio a Bob Wilson, per una Marguerite più che consapevole del proprio fascino.
I primi due atti, accorpati in uno, procedono con un susseguirsi di piccoli colpi di scena, ma sempre con una chiara linea narrativa. I nodi vengono al pettine nel terzo atto perché, cessata la spettacolarità, non si sviluppano per contrasto momenti di intimità, la tensione s'ammoscia e i passaggi sognanti o drammatici rischiano di diventare puri esercizi di retorica lirica. Ed è un peccato perché Marina Rebeka è una straordinaria Marguerite e meriterebbe uno spazio adeguato, grazie alla splendida voce e la presenza scenica.
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Di tale mancanza non soffre Vittorio Grigolo, che come al solito veste i panni del tenore e non del personaggio e riduce Faust a una figurina occasionale. Chi invece è sempre a proprio agio, nello zibaldone immaginifico come nella solitudine, è Alex Esposito, un beffardo e spiritoso Méphistophélès, che rimane punto di riferimento costante. È grazie a lui travestito prima da direttore d'orchestra, poi da Papa che lo spettacolo riprende vigore. Nell'atto della chiesa, com'è stato per il circo, viene messo in scena un rituale, in questo caso blasfemo con tanto di turibolo che spande incensi infernali e chierichetti satanici.
Ci sono comunque momenti di difficile comprensione. Qualche esempio. Marguerite quando canta il "Roy de Thulé" alla fine se lo trova accanto, poi anche morto. E se lo terrà più tardi fra le braccia, mentre Faust inseguirà un doppio di Marguerite. Perchè di questi sosia ce ne sono tre, vagolano senza meta e distraggono lo spettatore che invece di ascoltare la musica o seguire la trama perde tempo a chiedersi la ragione di quelle presenze.
Più comlicato ancora capire perché Siebel (Marcela Rahal) prima sia vestito da Pierrot come il suo amico Valentin (Ernesto Petti) per poi camuffarsi in un quarto doppio di Marguerite. Forse gli succede così quando si confida con qualcuno e s'immedesima con lui, incurante della vecchia regola che a teatro ogni personaggio dovrebbe stare al suo posto. Tra i vari colpi di mano registici, ce n'è uno però da segnalare più che azzeccato ed è la marcetta dei soldati nel quarto atto, risolta senza alcuna sfilata, ma solo con Valentin-Pierrot pacifista in proscenio con alla fine una massa di cadaveri alle sue spalle. Anche lui avrà diritto a una copia conforme, quando verrà ucciso, non da Faust ma da Méphistophélès in persona, un suo doppio con un palloncino in mano uscirà di scena a simboleggiare l'anima in viaggio.
Pur con tanta calibrata confusione sul palco, Daniele Rustioni, che mancava alla Scala dal Trovatore del 2014, ha dato prova di grande controllo dell'organico, calibrando con sicurezza le varie sezioni e assecondando al meglio le voci. Tutto è sempre risultato di assoluta limpidezza, pur senza sorprese di sorta e senza i tradizionali abbandoni che forse ci si aspetta in Gounod. Quanto al coro diretto da Alberto Malazzi, inutile precisare che si è confermato un vero pilastro del teatro.
A fine serata applausi per tutti, con molti spettatori in uscita frettolosa dopo quattr'ore di spettacolo.