A Santa Cecilia Charles Dutoit dirige La damnation de Faust
Una ben centrata interpretazione di questo abnorme, eccessivo, trascinante capolavoro di Berlioz
16 giugno 2026 • 3 minuti di lettura
Parco della Musica, Sala Santa Cecilia. Roma
La damnation de Faust
11/06/2026 - 15/06/2026Vent’anni dopo l’edizione diretta da Antonio Pappano La damnation de Faust è tornata all’Accademia di Santa Cecilia, ma nel frattempo è stata rappresentata in forma scenica all’Opera nel 2017 con la regia di Damiano Michieletto e Daniele Gatti sul podio. Questa “légende dramatique” fu pensata da Berlioz per la sala da concerto, perché presenta grandi discontinuità nella struttura narrativa, che non erano compatibili con le concezioni e le convenzioni operistiche della sua epoca, ma offre anche momenti molto spettacolari, che sollecitano e direi esigono che l’ascoltatore le “veda” con lo sguardo della sua immaginazione.
In entrambi i casi - esecuzione in forma scenica o concertistica - c’è qualcosa d’incompiuto e d’insoddisfacente, che però fa parte del fascino di questa geniale creazione di un compositore visionario, fuori controllo, che amava la dismisura, l’eccesso, la sfrenatezza. Ma era capace anche di magici momenti di rarefazione, delicatezza, soavità. Ne è uno splendido esempio la prima scena della prima delle quattro parti in cui è divisa la Damnation, con il romantico tema sussurrato dai violini che esprime il risveglio primaverile della natura e poi si sviluppa per dipingere con le note “la brezza del mattino”, il “mormorio senza fine delle piante e delle acque”, il canto degli uccelli. Dopo pochi minuti la terza e ultima scena di questa stessa prima parte è un esempio dell’aspetto sfrenato di Berlioz, con l’apparentemente incongrua “marcia ungherese” - di cui non c’è traccia nel poema di Goethe - che sollecita l’amore di Berlioz per i colori violenti. Qui l’orchestra si scatena e su un motivo e un ritmo piuttosto semplici e ripetitivi sparge colori abbaglianti, sgargianti, violenti, volutamente eccessivi e persino volgari, perché rappresentano una truppa gradassa e violenta.
Berlioz prosegue con continue oscillazioni da un estremo all’altro. Al mondo romanticamente sognante appartiene per intero Marguerite, cui spettano le due pagine solistiche più fascinose e famose, la misteriosa “canzone gotica” che narra del re di Thulé e la romanticissima romanza “D’amour l’ardente flamme”, interpretate da una cantante di grande classe ed esperienza quale Marianne Crebassa. Al mondo romanticamente fantastico e demoniaco appartiene la cavalcata di Mephistophélés e Faust verso l’inferno, dove li accoglie il coro dei diavoli, che cantano in un’aspra lingua immaginaria. Qui la musica è veramente infernale. Fino ad allora Berlioz aveva dipinto Mephistophélés non come il tradizionale satanasso ma come un astuto venditore di illusioni, che usa perfino una certa bonomia e simpatia per raggiungere i suoi scopi: John Relyea lumeggia perfettamente questo personaggio double face. Ben centrato anche il Brander di Jonathan Lemalu. Julien Dran, debuttante nel ruolo di Faust, mostra buone intenzioni interpretative non sempre sorrette dalla voce, che fatica ad emergere nei momenti in cui l’orchestra è più turgida.
La “voce celeste” era quella di Natalia Paula Quiroga Romero, artista del Coro dell’Accademia di Santa Cecilia. Proprio il coro - preparato da Andrea Secchi - è stato l’altro grande protagonista, avendo un ruolo che passa continuamente attraverso i più vari registri, dalla succitata marcia militaresca ai canti degli “spiriti celesti” nel finale: un ruolo pesantissimo, sia per la sua ampiezza sia per la sua difficoltà, risolto in modo mirabile (ma lasciava molto a desiderare la pronuncia francese). Bene anche il coro di voi bianche, istruito da Claudia Morelli.
A governare la navigazione attraverso i più vari registri espressivi era l’esperienza di Charles Dutoit. Non gli rende giustizia esprimere stupore per l’energia con cui alla veneranda età di ottantanove anni ha saldamente governato solisti, coro e orchestra per oltre due ore senza intervallo. La sua interpretazione va ammirata piuttosto per la proteiforme capacità di cogliere e valorizzare i contrastanti aspetti di un capolavoro emblematico del romanticismo più estremo, che con i suoi sbalzi continui tra diversi registri può sconcertare ma è e resta un capolavoro.
Applausi entusiastici, quasi fuori misura, proprio come la musica di Berlioz.