A Bassano del Grappa il pianismo d’autore di Baryshevskyi
Nel Chiostro del Museo Civico il pianista ucraino attraversa Chopin, Debussy, Ligeti e Liszt con una lettura visionaria per OperaEstate Festival Veneto
29 luglio 2026 • 3 minuti di lettura
Bassano del Grappa, Chiostro del Museo Civico
Antonii Barychevskyi a OperaEstate Festival Veneto
27/07/2026 - 27/07/2026Non è soltanto uno spazio di grande fascino: il Chiostro del Museo Civico di Bassano del Grappa possiede una misura architettonica che offre una cornice particolarmente felice alla musica per pianoforte, valorizzandone tanto l'intimità quanto la ricchezza timbrica. In questa raffinata cornice rinascimentale si è svolto il secondo appuntamento della collaborazione fra OperaEstate Festival Veneto, Fondazione Amici della Fenice e VeneziaPianoFestival, affidato al pianista ucraino Antonii Baryshevskyi dopo l'esordio del giovane Daniele Martinelli, Premio Venezia 2025. Il numeroso pubblico presente ha seguito con grande concentrazione il programma, salutando l'artista con calorosi applausi finali.
Baryshevskyi appartiene a quella generazione di pianisti dell’Europa orientale cresciuti in una solida tradizione tecnica e insieme aperti a una ricerca interpretativa personale. Nato a Kiev nel 1988, Antonii Baryshevskyi si è imposto all'attenzione internazionale grazie ai successi nei concorsi Rubinstein di Tel Aviv, Horowitz di Kiev e Orléans. La svolta arrivò però nel 2011 al Concorso Busoni di Bolzano, dove conquistò il secondo premio in un'edizione passata alla storia per la mancata assegnazione del primo. Una scelta che provocò la protesta della presidente di giuria Martha Argerich e contribuì a far conoscere al grande pubblico un pianista già dotato di una voce interpretativa personalissima.
A Bassano Baryshevskyi ha confermato proprio quella qualità che rende il suo pianismo riconoscibile: una capacità rara di unire controllo virtuosistico e libertà immaginativa, precisione strutturale e slancio visionario. Le quattro Ballate di Chopin che hanno aperto il concerto — diversamente dal programma presentato in marzo al VeneziaPianoFestival, dove erano collocate in chiusura dopo i 24 Preludi op. 28 — sono apparse come un vero e proprio manifesto interpretativo. Il pianista ucraino non ha cercato una lettura levigata o semplicemente poetica del compositore polacco, ma ne ha restituito tutta la natura narrativa e drammatica, mettendo in evidenza le fratture, le tensioni interne, gli improvvisi cambi di prospettiva. Ogni Ballata diventava così un organismo in trasformazione, attraversato da contrasti estremi: slanci luminosi e zone d’ombra, violente esplosioni sonore e sospensioni quasi immateriali. Una lettura fortemente “autoriale”, nella quale Chopin non era un monumento del passato ma una presenza inquieta e contemporanea.
La seconda parte del programma confermava l’intelligenza dell’impaginato, costruito come un viaggio attraverso diverse concezioni del rapporto fra gesto pianistico, colore e materia sonora. Dai due Études di Debussy (il n. I "Pour les cinq doigts” e il n. 11 "Pour les arpèges composés”), con il loro equilibrio fra astrazione e sensualità timbrica, si passava alle architetture sorprendenti di György Ligeti, dove il pianoforte diventa laboratorio ritmico e percettivo. In questo percorso di esplorazione del suono si inserivano perfettamente anche i due omaggi alla musica ucraina contemporanea: il rarefatto Adieu, étude pour piano di Svyatoslav Lunyov e Au vent sur la pointe des pieds di Maxim Shalygin, pagina sospesa e quasi tattile tratta dai Fetus Etudes. Più che semplici parentesi nazionali, erano tracce di una sensibilità ferita ma ancora capace di immaginare nuovi spazi poetici.
Il virtuosismo di Liszt trovava poi in Baryshevskyi un interprete capace di evitare ogni spettacolarità esteriore: il puntillismo luminoso di Waldesrauschen e il vorticoso paesaggio nevoso di Chasse neige diventavano studi sul colore e sulla profondità, non semplici prove di bravura. A chiudere idealmente il cerchio tornavano due Études di Chopin, il n. 3 in mi maggiore "Tristesse" e il celeberrimo n. 12 in do minore op. 10, la “Caduta di Varsavia”, restituito con una forza tragica e meditativa che ha provocato una degli applausi più calorosi della serata. La varietà dei mondi attraversati — dal romanticismo visionario alla modernità più radicale — trovava così un filo sotterraneo nella ricerca di un pianoforte inteso non come strumento, ma come spazio umano: memoria, inquietudine, energia e resistenza.
Un concerto di grande maturità, nel quale Antonii Baryshevskyi ha mostrato una tavolozza dinamica e coloristica travolgente, ma soprattutto una voce interpretativa autenticamente personale.