Scala: il Ring si conclude
Non convince la regia di McVicar
05 febbraio 2026 • 2 minuti di lettura
Milano, Teatro alla Scala
Götterdämmerung
01/02/2026 - 17/02/2026Col Götterdämmerung si è conclusa l'edizione del Ring wagneriano iniziato nel 2024, con Alexander Soddy che si alterna sul podio con Simone Young, per la regia di David McVicar. Il ciclo completo verrà poi ripetuto due volte (1-7 e 10-15 marzo).
Soddy si è confermato un solido direttore, capace di controllo assoluto col palcoscenico, ottimamente riusciti i due momenti sinfonici, il viaggio lungo il Reno e il funerale di Siegfried, anche se forse non guastava un maggiore abbandono nel tema finale della redenzione. Cast di ottimo livello. Camilla Nylund è una Brünnhilde più che convincente in ogni momento, tra l'altro è da segnalare il ben riuscito incontro con la Waltraute di Nina Stemme, che aveva cantato Brünnhilde, nell'edizione del Ring diretto da Baremboim nel 2013. Klaus Florian Vogt è un Siegfried di tutto rispetto per voce squillante e presenza scenica, alla pari del perfido Hagen di Günther Groissböck, disinvolta Olga Bezsmertna nei panni di Gutrune e della ieratica Terza Norna, mentre Russell Braun è un Gunther di elegante presenza.
Quanto alla regia, in modo irrituale partiamo dalla fine, con Brünnhilde che si addentra fra le fiamme abbracciata al mimo che impersonava il suo destriero e si è liberato dai suoi orpelli equini (in questo Ring i cavalli sono giovanotti che zampettano su dei trespoli con la testa equina); Wotan invece rotola dallo scalone del Valhalla a ribadire che si tratta proprio della caduta degli dei e, dulcis in fundo, una pantomima con un nudo maschile che gesticola a significare la disperazione del Reno (già comparso nel Reingold) e che forse per un disguido (alla replica del 4 febbraio) non si ferma quando l'orchestra ha smesso di suonare. Uno sfregio al povero Wagner che odiava il balletto. Di tutto lo spettacolo il momento meglio riuscito è il funerale di Siegfried, guarda caso a scena quasi vuota. In realtà la visione di McVicar è coerente, ma se il Prologo era una favola con quel tanto d'ingenuità adatta a ottenere la complicità dello spettatore, le prime due giornate si erano via via ingolfate d'immagini, di giganteschi oggetti scenici, che distraevano più che stimolare, fino agli eccessi di questo Götterdämmerung anche a rischio di effettacci gratuiti, vedi per esempio la squadraccia assoldata da Hagen che batte rumorosamente i bastoni sul palco aggiungendo inedite percussioni all'orchestra o la pioggia di coriandoli rossi sulle due coppie mal assortite alla fine del secondo atto. In chiusura dell'opera ricompare nell'anello luminoso sul sipario, che ha scandito le varie scene, l'impronta preistorica della mano che per McVicar simboleggia la smania di potere e di ricchezza che ha portato alla catastrofe. Troppo poco per fare di questo Ring qualcosa di memorabile.