I misteri del Debussy di Castellucci
Scala:applaudito Pelléas et Mélisande
23 aprile 2026 • 3 minuti di lettura
Milano, Teatro alla Scala
Pelléas et Mélisande
22/04/2026 - 09/05/2026Trovandosi perfettamente a suo agio col non detto, l'allusione, i silenzi, Romeo Castellucci ha dimostrato di essere il regista ideale per Pelléas et Mélisande che mancava alla Scala da vent'un anni. Giusto quindi farlo debuttare al Piermarini, perché gli ha consentito di creare per Debussy un mondo visionario, quasi immateriale, evocato principalmente per immagini, data la drammaturgia di per sé quasi inconsistente. L'intenzione di Castellucci, che firma anche scene e costumi, si è subito chiarita quando nel primo atto sul fondale si vedono riflessi dalla fontana gli alberi a testa in giù in un'atmosfera nebbiosa. La natura è una presenza costante, in contrasto con i plumbei bassorilievi della reggia, spesso compaiono alberelli animati che commentano l'azione come un coro muto. Come il paesaggio anche i personaggi sono immersi nella bruma e ne affiorano lentamente per materializzarsi solo in proscenio. La continuata sequenza di questo laborioso far svanire e mettere a fuoco s'interrompe invece durante i numerosi interludi sinfonici, un esempio fra tutti e di grande fascino: quello del terzo atto con Pelléas che prima rotea la spada, poi la bandiera bianca mentre un telo bianco impalpabile aleggia in cielo come una nuvola. Ci sono anche enigmi in questa messa in scena, destinati a rimanere senza risposta, come la scritta Moi sulla citata bandiera, che era anche comparsa in un tondo in cima alla torre da dove si affaccerà Mélisande. In quel caso il Moi rotando perde la "o" e diventa una finestra dalla quale pendono i capelli della donna, qui convertiti in lunghi rivoli d'acqua che continuano a colare. L'acqua, spesso citata nel libretto, è il filo conduttore di tutta la vicenda, tanto che i due innamorati se ne versano intere brocche in testa. Altro enigma rimane anche quello degli innamorati che, impiastricciandosi la faccia di biacca, si trasformano a vista in due Pierrot con tanto di strumenti musicali. Un momento riuscitissimo e sognante, chissà se in ricordo di Jean-Louis Barrault in Les enfats du paradis di Carné. Ma forse sono proprio queste ambiguità con le quali gioca Castellucci che contribuiscono ad ammaliare lo spettatore.
Se la messa in scena è una sorpresa continua, non lo è la direzione di Maxime Pascal, più che corretta, ma mai trascinante. Cast di buon livello: Bernard Richter (Pelléas) è tenore di sicura tenuta, Sara Blanch è una Mélisande dolcissima e tenera, perfettamente a suo agio anche quando compare à poil nel primo atto, Simon Keenlyside è un Golaud misuratissimo che evita qualsiasi brutalità, autorevolissimo anche di voce l'Arkël di John Relyea. Mentre una speciale segnalazione la merita la giovanissima Alessandra Maifredi (Yniold), solista del coro di voci bianche della Scala, impegnata da sola anche in una lunga scena (spesso tagliata per mancanza di un interprete adeguato).
Applausi per tutti al termine dello spettacolo, con tuttavia una platea non troppo calorosa, forse per un'opera ancora d'insolito ascolto e un'estetica teatrale che per taluni può risaltare spiazzante.