Siegfried, seconda tappa a Santa Cecilia

Ottima la direzione di Daniel Harding, molto discutibile la messa in scena di Vincent Huguet

MM

26 ottobre 2026 • 5 minuti di lettura

WAGNER SIEGFRIED (FOTO ANSC©MUSA)
WAGNER SIEGFRIED (FOTO ANSC©MUSA)

Parco della Musica, Sala Santa Cecilia, Roma

Siegfried

21/10/2026 - 27/10/2026

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha inaugurato la sua stagione con Siegfried, seconda “giornata” dell’Anello del Nibelungo di Richard Wagner, che proseguirà nei due prossimi anni, giungendo a compimento nel 2028. Si tratta - non è così scontato, poiché si svolge in una sala da concerto - di un’esecuzione in forma scenica. E cominciamo allora da quel che si è visto ovvero dalle dolenti note, come si suole dire (anticipiamo che invece le note vere e proprie non erano affatto dolenti).

Il regista francese Vincent Huguet ha spiegato che, poiché viene rappresentato a Roma, questo suo allestimento ambienta la saga dei Nibelunghi a Roma, ma in epoche diverse. Dopo Die Walküre ambientata nell’antica Roma, Siegfried è stato ambientato nella Roma dei papi, in epoca rinascimentale. Inutile chiedersi perché. È una scelta assolutamente insensata che Huguet neanche prova a spiegare. La vastità dell’auditorium romano permette una scenografia di dimensioni colossali, realizzata da Pierre Yovanovitch: è un edificio di epoca indeterminata, fiancheggiato da ampie rampe di scale.

Mancando i macchinari scenici di un vero teatro, non è possibile cambiare scena: l’unica cosa che cambia nei tre atti è che nel primo atto al centro di quest’edificio si apre un ampio portale rinascimentale, nel secondo una stretta scala e nel terzo una piramide. Non c’è traccia delle scenografie che Wagner descrive dettagliatamente e che sono tutte ambientate nella natura selvaggia, tra foreste, tane di draghi e rupi inaccessibili.

Ma dopo anni e anni di frequentazione dei teatri d’opera siamo abituati a tutto. Ma è difficile rinunciare alla rupe circondata dal fuoco su cui Brünnhilde giace addormentata, nell’attesa dell’eroe che venga a ridestarla. La rupe e le fiamme sono sostituite da un antico sarcofago poggiato a terra, come se ne vedono a centinaia nei palazzi, nei parchi e nei musei di Roma. E quando Siegfried apre il coperchio del sarcofago, non compare una splendida walchiria, che si abbandona tra le braccia dell’eroe, intonando il mitico duetto d’amore che conclude Siegfried. No, compare una suora, con il soggolo e un ampio velo che la copre dalal testa ai piedi. A stento abbiamo trattenuto una risata.

In quel momento abbiamo finalmente capito che il vero intento della regia di Huguet è ridicolizzare gli dei del Walhalla e gli eroi delle antiche saghe germaniche, che Wagner ha resuscitato dall’oblio per creare i suoi musikdrama della durata di cinque ore. Difficile trovare altra spiegazione a questa regia. D’altronde fin dall’inizio Huguet aveva disseminato indizi che avrebbero dovuto farci capire le sue intenzioni. Il nano Mime indossa un saio da francescano. Siegfried entra in scena portando con sé non un orso che terrorizza Mime ma un pupazzo di pelouche. Il dio Wotan veste un abito talare bianco e sembra proprio il papa. Il drago Fafner è un omino vestito di nero . Erda si affaccia da una finestra al primo piano del condominio per discorrere amabilmente del passato e del futuro degli dei e degli uomini col suo vicino di casa Wotan.

Poco importa se queste trovate ridicole e smitizzanti siano volute o meno. Il risultato non cambia. Forse Huguet non ha torto al 100%. Wagner stesso ha inserito degli spunti comici in questa sua creazione epica: pensiamo a tutta la prima scena tra il ridicolo omuncolo Mime e il teppistello Siegfried oppure ai ripetuti fallimentari tentativi di Siegfried di trarre da uno strumento qualcosa che non sia un ridicolo gracidio, prima di riuscire a intonare la melodia del corno: in realtà a intonarla è il primo corno dell’orchestra, Alessio Allegrini, una meraviglia. È proprio l’esecuzione musicale a salvare questo Siegfried dal naufragio.

Daniel Harding è insuperabile nell’analizzare la partitura wagneriana e nel renderne i colori. Ha colto benissimo la differenza tra l’orchestra della Walküre e quella del Siegfried, spiegabile col fatto che la prima giornata del Ring fu scritta nel 1854-1856 e la seconda fu iniziata nel 1856 ma portata a termine soltanto nel 1871, dopo che Wagner aveva composto Tristan und Isolde e Die Meistersinger. Rispetto all’orchestra della Walkuure quella del Siegfried è più varia, articolata, screziata, sfumata, spesso trasparente.

Harding si trova dunque nel suo ambiente sonoro preferito e fa meraviglie, soprattutto - ma non solo - quando le voci tacciono e l’orchestra è padrona del campo: pensiamo in particolare alle brevi introduzioni dei tre atti (la terza in particolare è una meraviglia) e al “mormorio della foresta”, il cui effetto è stato un po’ smorzato dall’assenza sulla scena di qualsiasi cosa potesse assomigliare a una foresta.

L’anno scorso, quando ha diretto Die Walküre, Harding era al suo debutto wagneriano, ora è al suo secondo Wagner e già dimostra maggiore esperienza nel trattare quei momenti critici che sono i “duetti” wagneriani, ognuno dei quali dura mezz’ora, durante la quale non succede nulla ma si rievocano fatti mitici successi anni ed anni prima. Ha il vantaggio di avere in tre di questi duetti un interprete quale Michael Volle, che adesso è ancora più convincente dello scorso anno, interpretando un Wotan (che qui nel Siegfried compare come Wanderer, il Viandante) pensoso e venato di pessimismo.

Nei duetti con Alberich e Erda, Volle ha due validissimi partner, rispettivamente Wolfgang Koch e Anna Kissjudit. Nell’altro duetto ha un partner semplicemente straordinario, Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, che è un Mime insuperabile. A Mime spettava anche la scena iniziale dell’opera, un duetto con Siegfried apertamente comico (comico come può esserlo Wagner), in cui Ablinger-Sperrhacke e Clay Hilley hanno fatto letteralmente faville. In questa prima scena Hilley è un Siegfried giovane e immaturo, un bullo, uno sbruffone, ma si trasforma in eroe nel secondo atto, dopo essersi bagnato nel sangue del drago: si trasforma anche la voce, che non è potentissima come quella degli Heldentenor di un tempo, ma è duttile e ben timbrata, solida nel registro grave, luminosa in quello acuto.

Ottimo Falk Struckmann come Fafner: peccato che la regia remi contro, minimizzando l’effetto selvaggio e impressionante del drago. Elisabet Strid ha interpretato con controllato (forse troppo controllato) slancio Brünnhilde, che compare soltanto nell’ultima scena del Siegfried ma è comunque un personaggio fondamentale.

La sala era esaurita per tutte e tre le recite, almeno all’inizio, perché alla fine, dopo cinque ore e mezza, si notavano varie poltrone vuote (ci riferiamo alla prima). Gli applausi sono stati calorosissimi.