Igor Levit e Daniel Harding nel Concerto n. 1 per pianoforte di Brahms

Seconda tappa del breve ciclo dedicato dal direttore inglese ai concerti pianistici brahmsiani

MM

13 aprile 2026 • 5 minuti di lettura

Levit e Harding (Accademia-Santa-Cecilia-MUSA)
Levit e Harding (Accademia-Santa-Cecilia-MUSA)

Parco della Musica, Roma

Igor Levit e Daniel Harding

09/04/2026 - 11/04/2026

Daniel Harding ha diretto il Concerto n. 1 per pianoforte di Brahms all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, dove aveva recentemente diretto anche il n. 2. Si direbbe che abbia una particolare passione per i cicli di concerti con un tema preciso. L’asse portante del quinquennio della sua direzione musicale all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia è costituito infatti dalla Tetralogia di Wagner e dal ciclo delle dieci sinfonie di Mahler. A questi cicli imponenti si è aggiunto ora un breve ciclo dedicato ai due Concerti per pianoforte e orchestra di Brahms: forse in questo caso non si può nemmeno parlare di un ciclo, ma sicuramente Harding li ha voluti programmare in date ravvicinate per proporre un confronto tra due opere dello stesso genere e dello stesso compositore ma molto diverse tra loro. Ha cominciato dal Concerto n 2 ed ora, rovesciando l’ordine cronologico,  è passato al Concerto n. 1 in re maggiore op. 15, un’opera giovanile, iniziata nel 1854, quando Brahms aveva appena ventun’anni d’età, e portata a termine quattro anni dopo. È impressionante immaginare che un compositore alle prime armi abbia potuto concepire un’opera così straordinaria, sia per le dimensioni e la complessità della struttura sia per la portata e l’intensità dei valori espressivi.

Nel Concerto n. 2 il solista era stato Daniil Trifonov, di cui si è già scritto qui, mentre ora nel Concerto n. 1 è stato Igor Levit. Entrambi sono di origine russa ed entrambi si sono trasferiti all’estero (Levit in Germania quand’era bambino, Trifonov negli USA quando era già un pianista affermato) ma al di là di queste coincidenze biografiche sono molto diversi tra loro. E diversissimi sono i due Concerti. Il Concerto n. 2 inizia “piano” con il corno e il pianoforte che si fondono totalmente in un delicato, intimo e poetico dialogo, in cui in un secondo momento s’inserisce delicatamente l’intera orchestra. Invece il Concerto n. 1 inizia con un “fortissimo” orchestrale di potenza tellurica, ottenuto non tanto scatenando tutti i decibel di cui l’orchestra sarebbe capace (corni e tromboni tacciono) ma con l’effetto congiunto delle note gravi e lunghe dei contrabbassi, l’ininterrotto e cupo rullo dei timpani, i brevi trilli dei violini sul tempo forte della battuta: una miscela esplosiva, che ne fa uno degli attacchi più tempestosi ed impressionanti in tutta la storia della musica. A differenza che nell’altro Concerto, il solista resta a lungo silenzioso. Poi l’orchestra introduce un nuovo tema poeticamente sognante, quindi ripropone il tempestoso inizio, ora leggermente attenuato. Il pianoforte attende che l’orchestra sfumi in un delicato “pianissimo” e solo allora fa sentire la sua voce, dolce e lirica, serena e crepuscolare. L’attacco del Concerto faceva presagire un confronto drammatico di dimensioni ciclopiche tra solista e orchestra, invece il pianoforte si immerge prevalentemente in melodie impregnate d’intenso e profondo lirismo, che a tratti evocano Schumann, compositore amatissimo dal giovane Brahms.

Il solista ha anche alcuni passaggi vigorosi e drammatici, ma piuttosto brevi perché non gli interessa rivaleggiare con l’orchestra, atteggiarsi a dominatore, lanciarsi in esibizioni virtuosistiche. Al contrario, spesso convince l’orchestra ad abbandonare i suoi accesi toni iniziali a favore di sonorità quasi cameristiche e a intessere un dialogo intimo e sereno. E altrettanto spesso si chiude in sé stesso in lunghi passi solistici. Da notare che anche qui - come all’inizio del Concerto n. 2, ma ora al centro e alla fine del movimento e non all’inizio -  il pianoforte e il corno (Alessio Allegrini, sempre una meraviglia) rivelano un’insospettata sintonia e si isolano più volte dagli altri strumenti, dando vita a un breve ma intenso dialogo tra loro, definito “dolce” da Brahms stesso.

Tutto quello che si è tentato di accennare in queste righe, e il molto altro che si ascolta in questo vastissimo movimento, Levit e Harding l’hanno espresso chiaramente e magnificamente. E lo stesso può dirsi di tutto il Concerto. Levit ha una tecnica precisa, che gli permette di affrontare senza patemi la difficoltosissima parte del solista, ma la usa non per acrobazie virtuosistiche od esibizioni di forza e velocità ma per dare ad ogni nota il peso, il colore, il valore e il significato perfettamente giusti, con un tocco vario e calibratissimo, un suono perfettamente dosato e con un uso attentissimo del pedale. Ogni dettaglio è terso e limpido, sia nei momenti lirici e crepuscolari (e questo rende il primo movimento molto più affascinante che nelle solite interpretazioni, tendenti a esaltarne la spettacolare drammaticità) sia in quelli maestosi e tempestosi sia in quelli vivaci e luminosi (specialmente nel Rondò conclusivo).

Non è questione solo di dita, qui entrano in ballo soprattutto la sensibilità e l’intelligenza dell’interprete. È straordinario come Levit abbia dato il massimo rilievo a ogni dettaglio di ogni momento di quest’enorme concerto, mantenendone al contempo la consequenzialità e la coerenza e non frazionandolo in una serie di episodi. Altro suo merito, ancor più importante, è l’aver reso splendidamente il poetico romanticismo di questa musica, come ormai raramente avviene. L’Ai potrà mettere a rischio quei pianisti che sono soltanto delle macchine perfettissime, non un artista come Levit. All’entusiasmo del pubblico ha risposto (ci riferiamo alla replica del sabato) con un unico breve bis, la Romanza senza parole op. 30 n. 3 di Mendelssohn, seducente pagina di semplicità quasi infantile.

Harding, che non aveva convinto pienamente nel Concerto n. 2 di Brahms, questa volta offre il meglio di se stesso. La sua direzione è cristallina ma ora senza il rischio della vitrea freddezza che si era percepita qua e là nell’altro Concerto. Anche nelle pagine orchestrali più maestose rifulge la sua capacità di controllare perfettamente l’intensità di ogni suono, evitando un mélange indistinto e facendo percepire chiaramente i dettagli che tutti insieme portano a quel determinato risultato. E si trova sulla stessa lunghezza d’onda di Levit, cosa che non era avvenuta con Trifonov.

Nella seconda parte l’inglese Harding ha diretto la pagina di musica inglese forse (ma si potrebbe anche togliere il forse) più famosa nel genere classico, le Variazioni Enigma di Edward Elgar, che nei primi decenni del Novecento ebbero in tutto il mondo un successo oggi inimmaginabile e che ora stanno tornando di moda. Anche a prescindere dall’astuzia dell’indecifrabile enigma che si celerebbe in questa quattordici variazioni, si ascolta con piacere questa musica della fine dell’Ottocento, soprattutto se è diretta con chiarezza, precisione, eleganza e humour da un inglese che l’ha nel sangue, la conosce a menadito ed ha fiducia nella sua possibilità di conquistare ancora oggi il pubblico. Alla fine anche Harding ha concesso un bis, Salut d’amour dello stesso Elgar.

Ora questo concerto, come già era avvenuto con quello che includeva il Concerto n. 2 di Brahms, verrà portato in tournée, che questa volta farà tappa a Parigi, Bruxelles, Colonia, Festival di Baden-Baden e Francoforte.