Tancredi tra i “pupi” siciliani
Con la direzione di Michele Mariotti, la regia di Emma Dante e Carlo Vistoli come protagonista
28 maggio 2026 • 4 minuti di lettura
Teatro dell'Opera, Roma
Tancredi
19/05/2026 - 29/05/2026Già quando è stato presentato il cartellone dell’attuale stagione del Teatro dell’Opera si è cominciato a discutere intorno all’assegnazione della parte del protagonista di Tancredi non ad un contralto, come alla Fenice del 1813, ma ad un controtenore. Avvicinandosi alla prima le discussioni si sono surriscaldate e pare che si sia dato il via a una raccolta di firme, che lasciava temere una forma di dissenso organizzato in occasione della prima. Ma poi tutto è filato liscio per merito soprattutto dell’ottima prestazione di Carlo Vistoli, forse l’unico in grado di uscire a testa alta da un tale cimento. Certamente la decisione era e resta bizzarra. È vero che nel Settecento le parti originariamente concepite per un “musico” (come erano definiti allora gli uomini che cantavano nel registro di soprano o di contralto, previa la barbara mutilazione che sappiamo) venivano spesso affidate a soprano o contralto donne. Ma non avveniva l’inverso. E comunque si era appunto nel Settecento. Nell’Ottocento le cose erano cambiate. Gli evirati cantori erano letteralmente in via d’estinzione. E sappiamo anche che Rossini non apprezzava assolutamente quel tipo di voce, sebbene proprio nel 1813 abbia scritto la parte di Arsace nell’Aureliano in Palmira per un castrato, per la semplice ragione che la Scala aveva scritturato Giovan Battista Velluti, l’ultimo divo di tal genere ancora in attività.
L’idea di affidare la parte di Tancredi ad un uomo non è affatto filologica, ma d’altra parte all’epoca di Rossini a nessuno sarebbe mai passato per la testa di applicare la filologia ad una rappresentazione operistica: quindi non essere filologici è lecito. Si tratta piuttosto di una bizzarria un po’ avventata, che non ha fatto danni soltanto grazie a Vistoli. È superfluo tracciare nuovamente le lodi di questo cantante in grado di cantare con voce naturale (e possiamo immaginare lo studio che è stato necessario per raggiungere quest’apparente naturalezza) una parte scritta per un contralto donna. Però c’è un però. Il suo Tancredi è perfetto nei momenti di effusione lirica liriche ma in altre pagine manca il piglio drammatico ed il timbro eroico che la parte richiede. Paradossalmente erano più virili le due cantanti che hanno interpretato Tancredi all’Opera nel lontano 1977 (Marilyn Horne) e nel 2004 (Daniela Barcellona).
Ad interpretare Amenaide , la protagonista femminile, era il soprano Martina Russomanno, che ha un controllo ideale della sua voce morbida, dolce, omogenea in tutti i registri: un soprano lirico capace anche di limpide agilità. Questa giovane non è più una speranza ma una magnifica realtà. Enea Scala (che nelle cinque recite si alternava ad Antonino Siragusa) era ideale per Argirio, un ruolo che non esige quelle scalate al registro acuto in cui altre volte lo abbiamo sentito questo tenore un po’ in difficoltà. All’inizio del secondo atto ha cantato molto bene il momento culminante della sua parte, che consiste in scena, aria, tempo di mezzo e cabaletta con pertichini del coro: uno dei primi esempi di un’articolazione formale che ritroveremo ancora quarant’anni dopo in “Ah! sì, ben mio - Di quella pira”, il momento più travolgente del Trovatore. Impeccabile Luca Tittoto nella parte di Orbazzano. Bene anche le giovanissime Ekaterine Buachidze e Maria Elena Pepi, rispettivamente Isaura e Roggiero, due personaggi secondari, a ciascuno dei quali Rossini affida però un’ampia aria.
La direzione di Michele Mariotti - probabilmente la migliore bacchetta rossiniana di oggi e non soltanto perché è nato a Pesaro - è stata assolutamente ideale, mantenendo la luminosa bellezza olimpica che l’orchestra rossiniana conserva nel novanta per cento del Tancredi, ma cogliendo anche quei fremiti drammatici e cupi che qua e là si celano tra gli strumenti più gravi. Sicuramente a lui si deve la scelta del finale tragico scritto da Rossini poco dopo la prima veneziana del 1813.
Discutibile la regia di Emma Dante, la cui fissazione di ambientare ogni opera in Sicilia si sta accentuando. Possiamo anche accettare che la scena finale del Macbeth si svolga tra i fichi d’India, ma è più pesante da digerire che dall’inizio alla fine i personaggi del Tancredi - compresi il coro e un gran numero di attori, mimi, figuranti e ballerini, spesso presenti in scena anche quando il libretto prevederebbe i soli protagonisti - si muovano come personaggi della siciliana “opera dei pupi”, ovvero come marionette comandate da corde che penzolano dall’alto. Quello che sarebbe un bell’effetto se limitato a qualche scena, diventa alla lunga fastidioso e perfino grottesco, quindi totalmente estraneo alla bellezza apollinea di questa musica. Un’ulteriore e inutile complicazione era che nelle prime scene i protagonisti nelle erano vestiti non come le marionette dell’opera dei pupi ma come marionettisti, cioè con una tuta nera e i capelli nascosti sotto un fazzoletto nero, che li rendeva tutti simili e difficilmente riconoscibili. Comunque l’innegabile senso del teatro di Emma Dante riesce a emergere a sprazzi. Belle le scene all’antica di Carmine Maringola, consistenti in una serie di teloni dipinti, tra cui spicca quello dell’Etna in piena attività.
Alla fine successo per tutti, con appena un paio di fischi indirizzati a non si sa chi e subito soffocati dagli applausi.