Brahms e Dvořák con Trifonov e Harding a Santa Cecilia
Dopo le tre repliche romane il concerto sarà portato in tournée in alcune capitali musicali dell’Europa centrale
16 marzo 2026 • 4 minuti di lettura
Roma, Parco della Musica, Sala Santa Cecilia
Daniel Harding, Daniil Trifonov
12/03/2026 - 14/03/2026L’incipit del Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra op. 83 di Brahms è uno dei momenti più magici e incantatori tra i molti che i musicisti romantici ci hanno donato. Le otto note ‘mezzopiano’ del corno aprono un sognante spiraglio su un mondo sovrannaturale d’incontaminata purezza e vengono riprese e ampliate dal pianoforte, che, come soggiogato o ipnotizzato da quella magia, le sussurra ‘piano’. Sono appena tre battute, subito ripetute con minime varianti, poi quell’intimo dialogo si espande all’orchestra, prima agli strumenti a fiato acuti e poi agli archi. Non lo avevamo mai ascoltato così affascinante come ora, suonato dal corno di Alessio Allegrini, dal pianoforte di Daniil Trifonov e dall’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia diretta da Daniel Harding. E poi inizia la grande cadenza del pianoforte, di cui spesso i pianisti delle nuove generazioni approfittano per offrire subito una plateale esibizione della loro forza e bravura e che invece Trifonov immerge ancora nella luce e nella poesia di quelle prime battute. Ma poi non tutto si mantiene a questo livello meraviglioso.
Certamente anche in seguito ci sono tanti momenti in cui Trifonov incanta con uno suono leggero, delicato, poetico. Invece riescono sorprendentemente meno bene i momenti più complicati e più energici, in cui Trifonov ha pochi rivali, quando è in buone condizioni, e su cui un tempo tendeva anche a calcare la mano, facendo sorgere un sospetto di esibizionismo atletico. Ma pazienza se ora alcune possenti ottave della mano sinistra sono un po’ faticose e se qualche complicato passaggio non è nitidissimo: sono incidenti, che possono succedere. Però non sono episodi isolati. A soffrire un po’ sono tutte le parti impetuose, tempestose, drammatiche, che costituiscono gran parte di questo Concerto, soprattutto nei primi due movimenti.
Viene in mente che già nel 2021 Trifonov avrebbe dovuto eseguire a Santa Cecilia questo Concerto e poi portarlo in tournée in varie città europee, ma all’ultimo lo sostituì con il Concerto K 271 di Mozart. Si pensò che fosse un cambiamento suggerito o imposto da problemi fisici. È soltanto un’ipotesi e non si sa nemmeno se quei presunti problemi riguardassero la spalla, il braccio, il gomito o la mano, ma dovevano essere piuttosto seri, se per mesi Trifonov ha cancellato dai suoi programmi l’amato Rachmaninoff e tutta la restante musica molto impegnativa dal punto di vista fisico, dedicandosi o a concerti settecenteschi relativamente semplici o a gruppi cameristici o all’accompagnamento di Lieder, esperienze che altrimenti non avrebbe forse mai fatto e che sono state utili a farlo maturare come interprete. Speriamo che ora non si siano ripresentati gli stessi problemi o che almeno siano leggeri e transitori.
Quale che sia il motivo, sarebbe stata auspicabile una maggiore coerenza nell’interpretazione di questo magnifico e complesso Concerto e anche una migliore messa a punto - e qui le responsabilità vanno equamente suddivise tra solista e del direttore - dei rapporti tra pianoforte e orchestra, anche in vista dell’imminente e impegnativa tournée a Budapest, Vienna, Monaco e Amburgo (le sale sono già quasi esaurite ovunque, nonostante prezzi dei biglietti che arrivano a 150 euro). Potremmo considerare questa serata come una sorta di prova generale per giungere a inquadrare e mettere a posto gli ultimi dettagli.
Dopo l’intervallo Daniel Harding ha diretto la Sinfonia n. 7 op. 70 di Dvořák, che forse è stata abbinata al Concerto n. 2 di Brahms perché è la più brahmsiana delle sinfonie del compositore ceco (nel primo movimento s’incontra anche una riconoscibilissima citazione di un tema di questo Concerto). La settima è meno celebre della nona consorella, che è favorita da melodie più trascinanti e dall’effetto traino del titolo “Dal Nuovo Mondo”. Ma è anch’essa irresistibile e godibilissima. L’esecuzione rivelava chiaramente la firma di Harding: ariosa, limpida, con i dettagli anche minimi messi in piena luce, con un’architettura solida e spaziosa, ma anche con una certa distanza emotiva, che non va necessariamente considerata un difetto, perché non obbliga l’ascoltatore a provare certe determinate emozioni imposte - per così dire -dall’alto ma lo lascia libero di trovare in se stesso quel che vibra in sintonia con la musica. È una tendenza seguita da alcuni direttori e ha almeno il vantaggio di rifuggire dal protagonismo di certi divi della bacchetta. Comuqnue si sarebbe desiderata una maggiore cordialità - non riesco a trovare parola più adeguata - in linea con l’amabile freschezza di questa musica, con la bellezza delle sue melodie e lo slancio dei suoi ritmi presi dalla musica popolare (o inventati dal compositore sulla falsariga della musica popolare). Invece Harding ha guardato più alla grandiosità d’origine brahmsiana di questa musica, come è assolutamente lecito (e forse giusto?).
Il pubblico della replica di venerdì ha avuto in regalo due bis. Da Trifonov la ventesima delle “Visions fugitives” op. 22, un pezzo lontanissimo dal Prokof’ev “diabolico”, fatto di poche note, che si potrebbero quasi suonare con un dito solo: forse la conferma che Trifonov non si sentiva in forma e non voleva affaticarsi troppo. E poi non ha soddisfatto le insistenti richieste di altri bis da parte del pubblico, che non smetteva di applaudire. Eccezionalmente anche l’orchestra ha offerto un bis, che evidentemente aveva preparato in vista della tournée: era “Valse triste”, eseguita con grande eleganza, unita alla malinconica luce nordica che avvolge questo famosissimo pezzo di Sibelius.