A Santa Cecilia Gardiner sul podio e Taverna al pianoforte
Un eterogeneo programma che iniziava con Schumann, proseguiva con Prokof’ev e si concludeva con Sibelius
30 marzo 2026 • 4 minuti di lettura
Roma, Parco della Musica, Sala Santa Cecilia
Gardiner e Taverna
26/03/2026 - 28/03/2026Da qualche anno Sir John Eliot Gardiner è frequentemente ospite dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Lo era già da tempo, in qualità di direttore del Monteverdi Choir e degli English Baroque Soloists, ma ora, dopo la brusca rottura dei rapporti con quei due ensemble da lui fondati vari decenni fa, sale sul podio dell’orchestra di casa, dimostrando di essere assolutamente in grado di padroneggiare i più ampi organici orchestrali e di trovarsi perfettamente a suo agio anche nelle musiche più lontane da quelle barocche.
Questa volta ha presentato un programma composito, un po’ old style: come introduzione ha diretto un’ouverture, poi ha accompagnato il solista di turno in un concerto e ha dedicato tutta la seconda parte alla ‘pièce de résistence’, ovvero una sinfonia popolare di grande presa sul pubblico. Risultato? Un grande successo.
I primi dieci minuti, dedicati all’ouverture di “Genoveva” sono stati i più belli di tutto il concerto. Unica opera di Schumann, “Genoveva” ebbe pochissime rappresentazioni prima di scomparire dai teatri (Santa Cecilia ha il merito di essere stata tra le poche a riproporla per intero, seppure in forma di concerto, diretta da Wolfgang Sawallisch: era l’ormai lontano 1970). Quest’isolato e tardo tentativo operistico certifica che Schumann e l’opera non erano fatti l’uno per l’altra. Ben altro valore hanno le musiche composte da Schumann - non in forma di opera - per altri due testi teatrali, “Manfred” e “Scene dal Faust”. Ma l’ouverture di “Genoveva” in realtà è un brano autonomo, perché fu scritta tre anni prima dell’opera e venne inizialmente concepita come un’ouverture da concerto a sé stante.
Talvolta è stata paragonata alla Quinta Sinfonia di Beethoven per alcune caratteristiche esteriori: il tema principale basato su una cellula ritmica semplice e molto incisiva, l’andamento incalzante, il cupo do minore iniziale che alla fine si trasforma in un trionfante do maggiore. Sono somiglianze esteriori. Solido nelle proprie certezze, Beethoven traccia un percorso lineare, diretto, con una travolgente energia perentoria e drammatica. Schumann, immerso nelle contraddizioni di un’anima romantica, è esitante, assorto nei propri dubbi e nelle proprie incertezze. Giunge al tema principale dopo una bellissima introduzione lenta, in cui sembra più volte sul punto di raggiungere sicurezza ed energia, per poi ripiegare ogni volta in ondeggiamenti e riflessioni romantiche. Quando arriva al tempo veloce (più esattamente “Mosso”) lo definisce “appassionato”, ma in realtà è esitante, contraddittorio: non è nel suo temperamento imboccare una direzione dritta e univoca e si aggirai invece tormentato, aggrappandosi a momenti di romantico ripiegamento intimo o evocando altrettanto romantici paesaggi boscosi (il tema dei corni). Alla fine approda al do maggiore ma non si libera da timori, incertezze ed altri pensieri oscuri e pone fine a tutto cercando di gettarsi alle spalle dubbi e tormenti con una lunga serie di accordi conclusivi. Questo - detto con poche e banali parole - fa di quest’ouverture un manifesto del romanticismo schumanniano e quindi di tutto il romanticismo. Gardiner ne ha dato una magnifica interpretazione, ottenendo dall’orchestra bellissimi impasti, in cui le varie sezioni si equilibravano, amalgamavano e fondevano in modo tale da far intendere che Schumann non era un virtuoso dell’orchestrazione in senso tradizionale ma sapeva trarre dall’orchestra cose meravigliose.
Il pubblico ha applaudito con cordialità ma senza grande calore, forse considerando quest’ouverture un semplice antipasto e pensando già al piatto successivo, il Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra op. 26 di Sergej Prokof’ev. Il solista era Alessandro Taverna, che ha una tecnica perfetta, precisa e limpida, che gli permette di far sentire distintamente ogni nota anche nei passaggi più intricati e di dare a ogni frase il timbro, il colore, il peso, il fraseggio che le competono. Dunque quanto a tecnica non sfigura al confronto con le star del pianoforte che arrivano da terre lontane. Ma alcune di queste star puntano tutto su forza e velocità delle dita (ogni riferimento a Yuja Wang è puramente casuale ed è dovuto soltanto al fatto che anche lei tre settimane prima aveva suonato un Concerto di Prokof’ev a Santa Cecilia), mentre Taverna dimostra anche cultura e sensibilità raffinate.
In questo Concerto - Prokof’ev lo completò nel 1923, ma i primi abbozzi risalgono al 1913 - s’intrecciano il futurismo e il neoclassicismo, che certamente respingono il sentimentalismo ma anche la pura meccanicità. Di questa musica Taverna fa brillare l’esplosività e la leggerezza, l’eleganza e il sarcasmo e anche i sapori di canto popolare e le sfumature nostalgiche. Ma nel primo movimento tra direttore e solista non c‘è perfetta concordanza (forse per scarsità di prove?): Gardiner tiene molto alto il volume dell’orchestra, Taverna al contrario sembra non tener conto dell’enormità della sala e talvolta i suoi ‘pianissimo’ sono appena percepibili. Ma gli equilibri sono perfettamente ristabiliti nell’incisivo, ritmico e trascinante terzo movimento. In mezzo sta l’Andantino, nelle cui variazioni il pianoforte di Taverna ha ora un suono purissimo che sembra librarsi in un mondo iperuranio e ora una corposità che fa tremare la terra. Alla fine il pubblico non risparmia gli applausi e Taverna ricambia con un raro brano di Max Reger, la Fuga che conclude le sue “Variazioni su un tema di Telemann op. 134” del 1914.
Dopo l’intervallo Gardiner torna sul podio per dirigere la Sinfonia n. 5 op. 82 di Jean Sibelius, che un tempo era popolarissima, soprattutto nei paesi anglosassoni, ma ancora oggi è capace di suscitare grandi entusiasmi. La direzione di Gardiner è stata misurata, analitica e un po’ distaccata, soprattutto nel movimento finale, a cui ha sottratto parte del suo afflato romantico, che evoca il senso di mistero dei paesaggi finlandesi con i loro spazi immensi e la loro natura incontaminata, in cui si riflette lo spirito nordico . Ma il successo è stato immancabilmente clamoroso.