L’opera criminale
Ottima accoglienza per Romanzo Criminale di Nicola Piovani e Giancarlo De Cataldo in prima esecuzione assoluta al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, ma anche tanti dubbi
26 ottobre 2026 • 5 minuti di lettura
Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Firenze
Romanzo criminale, prima rappresentazione assoluta
23/10/2026 - 31/10/2026La confezionatura egregia dello spettacolo firmato da Massimo Popolizio, e una scena finale in cui l’autore e in questo caso anche direttore, Nicola Piovani, investe, come meglio diremo, la sua invenzione migliore, hanno procurato un notevole successo finale (trainato, ci è sembrato, da diversi supporters), alla prima esecuzione assoluta al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino di Romanzo criminale, nuova apparizione in forma di opera delle vicende della Banda della Magliana, dopo il libro di Giancarlo De Cataldo (che qui è l’autore del libretto), dopo il film con la regìa di Michele Placido e la serie televisiva che ne sono derivati.
Piovani e De Cataldo hanno lavorato a questa metamorfosi adottando criteri classici della drammaturgia musicale: radicale riduzione dei fatti e dei personaggi; distribuzione in monologhi e dialoghi e parti corali-scene d’insieme; scena del fantasma come in Eschilo, Seneca, Shakespeare; eliminazione di certi – ma non tutti - tratti gergali memorabili (manca infatti il famoso se pijamo Roma del Libanese, che poi è diventato anche e giustamente oggetto di parodia) a favore di una riflessione più universale; valorizzazione di un personaggio in gran parte nuovo, qui affidato al carisma scenico di Vanessa Goikoetxea, ossia Patrizia, disincantata donna di piacere che è parte della vicenda ma soprattutto ne tira le fila, e sembra somigliare poco o niente alle vere donne legate alla banda così come le abbiamo conosciute a suo tempo dalla cronaca nera.
La trama si concentra su quattro della Banda, il Libanese, Dandi, Freddo, Bufalo, sulle loro relazioni, dall’amicizia, all’eliminazione di un capobanda rivale, il Terribile, ai successi, al tradimento, alla vendetta, e senza anticipare per non sciupare la sorpresa a chi vedrà lo spettacolo diciamo almeno che colui che sembra il vincente è poi punito per effetto di quella stessa hybris di orgoglio tracotante e sfidante che tante volte, nella storia e nel mito, ha trascinato i potenti alla rovina. E che alla fine è Patrizia a tirare la fila, da dominatrice e da unica sopravvissuta.
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Tutto molto classico, insomma, e tuttavia la scelta di questa storia come soggetto operistico ci sembra sbagliata. Certo non mancano i banditi, nella storia del teatro e anche dell’opera (pensiamo a Ernani e ai Masnadieri di Verdi da Hugo e da Schiller), e certo, si replicherà, anche Achille e i suoi compari che tre millenni e passa fa partirono dalla Grecia al grido se pijamoTroia (beh, l’equivalente nei loro dialetti achei) lo fecero per gli stessi motivi della banda della Magliana, ossia violenta appropriazione e redistribuzione fra i vincenti di beni e di donne dei vinti, e poi Omero o chi per lui ne fece l’Iliade… sì, ma fra la guerra di Troia e il poema passarono secoli in cui quella storiaccia ebbe modo di paludarsi dei contenuti tragico-eroici propri dell’epos e delle riflessioni dell’epos sulla vita, il destino e la morte.
Invece le vicende della Banda della Magliana sono ancora troppo fresche perché si possa farne una selezione-rielaborazione, coinvolgendo misteri che restano tali come la sparizione di Emanuela Orlandi (la ragazzina rapita a Roma nel 1983), per non dire di certe tenebrose relazioni con il Vaticano su cui l’affabulazione collettiva ha molto lavorato, e che comunque un fondo di verità sembrano avercelo (pensiamo alla la vicenda della sepoltura di Enrico De Pedis nella basilica di Sant’Apollinare); e per questo la selezione, la riduzione della vicenda all’osso, qui sa un po’ di rimozione, e forse anche di attenuazione dell’indicibile squallore umano che sta al fondo dell’esistenza di tutti i rapaci e i predatori di tutte le specie e di tutti i tempi. E con ciò ci esponiamo senza tremori all’accusa di moralismo, ma tant’è.
La memoria, lo sappiamo, oggi è corta, l’egemonia di cinema e televisione nel disegnare e definire l’immaginario collettivo è potente, e da questo punto di vista la scelta di questo soggetto sembra legittima dal punto di vista dei committenti (il sovrintendente del Teatro del Maggio Carlo Fuortes e la Fondazione Musica per Roma), nella consueta e sempre predicata ricerca di un nuovo pubblico, e sfruttando l’occasione per proporre un’opera nuova di autore contemporaneo senza con questo correre il rischio connesso nella musica all’ispido aggettivo contemporaneo.
Perché contemporaneo nella musica vuol dire tante cose, e qui entra in gioco la qualità dell’invenzione musicale, che ci è sembrata ovviamente di buon conio complessivo, venendo da un maestro riconosciuto come Nicola Piovani, Oscar 1999 per le musiche del film La vita è bella e ben noto per le sue collaborazioni con i registi di cinema (Fellini, Bellocchio, Moretti, Benigni, fratelli Taviani per citarne solo alcuni), e già autore di due lavori di teatro musicale, Amorosa presenza (Trieste 2022) e l’opera per bambini Il labirinto di Creta (Bari 2024).
Musica ben fatta, dunque, ma in cui Piovani adotta modelli che suonano un po’ logori e riproposti senza spunti di originalità, in particolare per la vocalità solistica e dei duetti, un po’ troppo neo-Giovane Scuola alquanto invecchiata, Puccini, Mascagni & C.. Certi episodi strumentali – comunque migliori rispetto alla trattazione della vocalità – come i combattimenti danzati (coreografati da Michele Abbondanza) e altri episodi di particolare animazione ci sono sembrati un po’ sulla falsariga del musical alla Bernstein. Nei cori troviamo i tratti più interessanti, ironici e graffianti, del libretto di De Cataldo (“Assessori, ministri, lacché / senatori, cantanti, prelati / portaborse, chauffeur, magistrati / sono tutti alla festa del re”), e proprio l’invenzione che ci è sembrata la migliore della partitura, il Miserere del coro, porta allo sviluppo della ben congegnata scena finale.
Il successo di questa prima era in gran parte legato all’eccellente spettacolo firmato alla regìa da Massimo Popolizio e alla sua abilità nel gestire il rapporto protagonisti-scene di massa, e alle scene di Margherita Palli con i costumi di Silvia Aymonino, le luci di Pasquale Mari, le immagini di Jacopo Stoppa che disegnano con efficacia queste cronache romane, un’arena di combattenti in cui Roma e i romani sono gli spettatori e anche il commento corale, e in cui ambienti, persone e cose (la sala da biliardo, le moto, i flipper e biliardini, i bambini che giocano alla guerra, il bordello di lusso, la festa-orgia per celebrare un trionfo) hanno riferimenti precisi ma complessivamente misurati.
E c’era un evidente e attento lavoro sulla recitazione di tutti, protagonisti, coro, figuranti. Il cast era buono per prestanza vocale e adesione ai rispettivi ruoli, e lo citiamo per intero: Vanessa Goikoetxea, amara e seducente Patrizia; i quattro della banda, Carlo Raffaelli, il Libanese, Anthony Ciaramitaro, Dandi, Alberto Petricca, Freddo, William Hernandez, Bufalo; l’efficace Valentina Pernozzoli, la madre del Libanese; Matteo Desole, il commissario Scialoja; Toni Nezic, il Terribile; Ilaria Monteverdi, la giovane prostituta; Davide Zaccherini, Gemito. Bravi i ballerini nei combattimenti coreografati (Andrea Baldassarri, Marco Bissoli, Fabio Caputo, Samuel Moretti, Diego Pileggi), puntuali e efficaci come sempre l’orchestra e il coro del Maggio. Repliche 25 (ore 15,30), 28 (ore 20), 31 (ore 17) ottobre.