Haendel superstar a Firenze con Giulio Cesare in Egitto

Trionfo al Teatro del Maggio per un’edizione godibilissima del capolavoro di Haendel, con lo spettacolo firmato da Davide Livermore, l’Orchestra del Maggio diretta da Gianluca Capuano e un cast di prima sfera

ET

16 giugno 2026 • 6 minuti di lettura

Giulio Cesare in Egitto (Foto di Michele Monasta)
Giulio Cesare in Egitto (Foto di Michele Monasta)

Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Firenze

Giulio Cesare in Egitto

14/06/2026 - 25/06/2026

Nonostante il battage a mezzo stampa e social che prometteva un cast illustre e un allestimento spettacolare, un successone di queste dimensioni per un’opera di Haendel, con un teatro da duemila posti pieno, mezzo pubblico in piedi e osannante alla fine, le grida di bravo o brava che punteggiavano la conclusione di molte delle arie, ebbene, tutto questo sorprende chi immagina l’opera seria del Settecento come una sequela di arie splendide ma “ferme”, costruite come sono su emozioni cristallizzate nella forma egemone dell’aria col da capo (com’è anche in questo caso). Qualcosa, insomma, da ammirare come statica ed esemplare espressione di bellezza assoluta, piuttosto che da godere come evento teatrale vivo, coinvolgente, divertente.

In realtà, in quest’opera come in molte altre, Haendel sembra ereditare un ritmo teatrale e un insieme di situazioni e tratti stilistici diversi dall’opera seria, per così dire, alla Metastasio, tratti che erano già apparsi, per esempio, nell’opera veneziana del Seicento, di cui non a caso soprattutto a fine carriera il Sassone riprese alcune storie e caratteri (come nel Serse e nella Deidamia), e in cui sono fitti, e spesso intrisi di comicità, gli intrighi, le follie e le perfidie dei re e tiranni – in questo caso Tolomeo – con il tessuto di equivoci, incomprensioni, travestimenti e trame occulte che ne derivano; cose che nell’opera veneziana del Seicento si motivavano anche con il credo repubblicano della Serenissima, filtrato attraverso l’accademia degli Incogniti. E’ questo stesso tessuto che anche in Haendel dà luogo a situazioni sul filo del comico, situazioni svolte brillantemente dalla regìa di Davide Livermore (con Aida Bousselma assistente), di cui oltre meglio diremo.

Ma cominciamo dalla musica, che dev’essere la prima a dire la sua, quando si tratta di dare a quelle situazioni un ritmo e un respiro variato e a tinte ricche, in cui si evidenzino contemplazione e dinamismo, crudi conflitti, finzioni, sentimenti veri e profondi, lamenti ed espressioni di trionfo o di vendetta, e in cui l’orchestra parla tanto quanto la voce. Perché di Haendel, venuto in Italia nel 1706 (per la precisione a Firenze, dove scrisse il Rodrigo, la sua prima opera italiana, per poi immergersi negli ambienti musicali di Venezia, Roma, Napoli), si può forse dire che la sua musica ha uno spirito italiano nel fiammeggiare della vocalità delle arie, ma resta tedesco nella carne della musica, nella complessità, rilevanza ed eloquenza degli accompagnamenti delle arie, con la loro strabiliante ricchezza. E qui Gianluca Capuano, alla guida dell’orchestra del Maggio, e non di un complesso specialistico come la sua orchestra monacense (con cui fece qui, ma nella sala piccola, l’Alcina del 2022 con Cecilia Bartoli protagonista), ha dato all’orchestra un rilievo meraviglioso, anche se giustamente calibrato più in grande sugli spessori atti alla vastità della sala, sempre valorizzando nella partitura il carattere tempestoso o al contrario il mistico spegnersi di certe dinamiche e andamenti, con un basso continuo molto ricco e affascinante, che, come notammo già nell’Alcina, mostrava una grande e suggestiva varietà di suoni tenuti e suoni pizzicati. All’orchestra del Maggio si univano naturalmente, oltre a parecchi continuisti, i musicisti specialisti per gli strumenti presenti in partitura ma che in un’orchestra lirico-sinfonica non ci sono, come la coppia di flauti dolci (Marco Scorticati e Sara Campobasso) che suggeriscono dolcezze pastorali nell’aria di Cleopatra Vi adoro, pupille. In ogni caso il risultato era eccellente anche con questa nostra Orchestra del Maggio, specialista no, brava sì, e parecchio, anche nel cogliere suggestioni esecutive e di fraseggio.

C’era un cast eccellente e festeggiatissimo alla fine, in cui i ruoli di protagonista e antagonista, Giulio Cesare e Tolomeo, erano affidati a due controtenori del calibro di Raffaele Pe e Filippo Mineccia, che li hanno svolti con virtuosismo e con una notevolissima verve scenica, ma la sorpresa è stato, per bellezza vocale e ricchezza di svolgimento del potenziale del personaggio, il controtenore Nicolò Balducci nei panni di Sesto, il figlio dell’ucciso Pompeo, di cui ricordiamo almeno lo splendido ed emozionante duetto finale del I atto Son nata a lagrimar – Son nato a sospirar con la madre Cornelia (l’ottima Fleur Barron). Il personaggio più interessante è Cleopatra, per come ne viene tratteggiato il passaggio fra simulazione e vero amore per Cesare, e Mariangela Sicilia, che nelle ultime stagioni ha cantato Desdemona, Nedda, Mimì (ma anche Mozart) si è rivelata sorprendente haendeliana, di grande potenza vocale e drammatica ma anche di ben regolato belcantismo. Di lei citiamo almeno, oltre all’aria più celebre Piangerò la sorte mia, l’esecuzione davvero coinvolgente di Se pietà di me non senti. Tutti bravi anche gli altri, la già citata Fleur Barron, Cornelia, Valerio Morelli, Achilla, Janetka Hoșco, Nireno, Davide Sodini, Curio.

Quando il pubblico lascia la sala proclamando ad alta voce il suo divertimento, c’è poco da dire, e in effetti il lato comico è stato enfatizzato moltissimo nello spettacolo di Davide Livermore e nella recitazione quanto mai spigliata e divertita dei cantanti, con il tocco glamour da commedia anni ‘30 dei costumi (Mariana Fracasso) e dell’ambientazione (scene di Giò Forma con sullo sfondo i video firmati D-Wok evocanti mari in tempesta e paesaggi). L’azione si svolgeva su una nave di lusso che ci porta in un altro Egitto da quello classico: quello dell’Assassinio sul Nilo di Agatha Christie. C’era infatti un simil-Poirot che si aggirava all’inizio e in altri momenti, con il classico bastoncino. Poi, alla fine, quando già scrosciavano gli applausi finali, questo simil-Poirot faceva zittire il pubblico, per mostrare un breve filmino muto che però era, piuttosto, sulla falsariga dell’Assassinio sull’Orient Express, suggerendo cioè che fosse opera e disegno collettivo dei personaggi (mah…) l’uccisione di Pompeo compiuta da Tolomeo per farne omaggio al vincitore di Farsalo Giulio Cesare, cosa che nel libretto precede propriamente la vicenda, e qui veniva invece rappresentata… insomma, per farla breve, c’era, come sempre, qualcosa di troppo, forse di gratuito, un po’ sopra le righe, probabilmente un po’ a discapito della componente più intensa e seria che è legata in particolare a Cornelia e Sesto. Però questo taglio di commedia funzionava, e coinvolgeva tutti, compresi i bravissimi figuranti con pantaloni alla turca e scimitarre, compreso lo slow con tanto di languidi ballerini intorno al suono di un fonografo per l’aria di Achilla, generale di Tolomeo innamorato di Cornelia (Tu sei il cor di questo core), compreso Cesare che canta un’aria amorosa col microfono in mano come un crooner, compreso il violino di spalla dell’Orchestra del Maggio Salvatore Quaranta salito sul palcoscenico con tanto di tarbush in testa per duettare (benissimo) con Cesare-Raffaele Pe in una delle caratteristiche arie settecentesche imitanti le voci della natura, in questo caso gli uccelletti (Se in fiorito e ameno prato); e se, lì per lì, c’è un po’ dispiaciuto nel primo atto che anche quella che ci è sempre sembrata l’aria più bella, splendida, haendeliana al top, dell’opera, Va tacito e nascosto di Cesare, venisse assorbita da questo clima, poi di fatto lo svolgimento della scena era assai divertente ed esprimeva con gag comiche di gesti ritmati un incontro, quello fra Cesare e Tolomeo, all’insegna del sospetto sotto l’apparente cordialità e ufficialità. Successo trionfale, come si è detto.