New Colours Festival 2026: il jazz che abita il territorio
Abbiamo seguito la quinta edizione del festival di Gelsenkirchen, nella regione della Ruhr
09 ottobre 2026 • 4 minuti di lettura
Gelsenkirchen, Germania
New Colours Festival 2026
24/09/2026 - 27/09/2026Ex-miniere di carbone e stabilimenti industriali riconvertiti a spazi culturali, torri che si ergono tra il verde di una natura che nei decenni si è riconquistata la terra, chiese dall’architettura espressionista, gallerie d’arte coraggiosamente aperte in quartieri popolari: sono soprattutto questi gli spazi singolarissimi in cui si è svolto dal 24 al 27 settembre scorsi il New Colours Festival, giunto alla sua quinta edizione per la direzione di Bernd Zimmermann e Susanne Pohlen, in un fitto dialogo musicale e culturale con uno dei territori meno ‘patinati’ della Germania, cioè la regione della Ruhr.
Un apparente svantaggio che diventa però deciso punto di forza, per una manifestazione geograficamente diffusa nell’area della cittadina di Gelsenkirchen – un tempo al centro dell’attività mineraria del Ruhrgebiet e contraddistinta ancora oggi, come già negli anni Sessanta dei primi Gastarbeiter turchi, da forte immigrazione e multiculturalismo –, e ugualmente diffusa è l’impronta musicale dello stesso festival, che, partendo da un nucleo jazz anche sperimentale e di ricerca, si apre programmaticamente a “quanto può stare attorno e ai limiti di questa musica”, come ci dice la stessa Pohlen.
Così, tra i tredici concerti che si sono susseguiti nell’arco di quattro giornate, non sono mancate le occasioni di attraversare le varie coloriture del festival, tra affermati gruppi della scena tedesca difficilmente intercettabili in Italia – pensiamo anzitutto ai validi Nighthawks (Dal Martino basso elettrico, Reiner Winterschladen tromba e flicorno, Thomas Alkier batteria, Jörg Lehnardt chitarra, Jürgen Dahmen tastiere), che cavalcano le scene da quasi trent’anni con una fusion di echi davisiani e di grande impatto – e musicisti norvegesi quali Håkon Kornstad ed Eivid Aarset.
Passando per collaborazioni internazionali nel segno dell’incontro e dell’ispirazione reciproca, quali ad esempio il Tingvall Trio – ampio e variegato repertorio di questo piano trio svedese-cubano-tedesco, tra melodie che ricordano tanto il Nordeuropa quanto il mondo latino – o, ancora, il duo del clarinettista basso Sha (già membro del gruppo Ronin di Nik Bärtsch), e James Gilligan alla pedal steel guitar. Sodalizio di grande intesa, in cui l’apporto spesso ritmico del clarinetto del musicista svizzero fornisce di volta in volta il punto di partenza per gli interventi, anche minimalisti, della chitarra e della voce di impronta cantautoriale dell’australiano Gilligan, in un set melodicamente ora solare, ora più malinconico, nel segno della raffinatezza.
Ua raffinatezza che ha contraddistinto anche il solo del tenorista norvegese Håkon Kornstad, già ospite del festival nel 2021, e il cui set si integra perfettamente nell’intimità della chiesetta evangelica in cui si esibisce, la Bleckkirche, la più antica della città: lavoro con gli armonici, sound nitido, paesaggi sonori trasognati e soffusi che si avvalgono di un’elettronica minima, e che virano nel bluesy e nel folk (diversi i brani ispirati alle tradizioni dei paesi scandinavi), per aprirsi poi inaspettatamente al bel canto – una passione che Kornstad coltiva da anni con studi di conservatorio, e che integra con agilità e maestria nel suo repertorio, accanto alla canzone napoletana.
Più nel cuore di un jazz di ricerca che sconfina nell’avanguardia, invece, il concerto del connazionale Eivind Aarset, chitarrista leader di un quartetto composto da basso elettrico (Audun Erlien) e due batterie (Wetle Holte, Erland Dahlen) che si è potuto ascoltare invece in uno dei siti ex-industriali del festival, lo stadt.bau.raum. Poderoso ma anche sapientemente ponderato l’apporto dei due batteristi, ottimo gioco di dinamiche, sonorità meditative e dilatate che si alternano ad atmosfere più animatamente tribali e persino ballabili, elettronica che evoca la temperie sonora del nu jazz nordico, e la chitarra di Aarstet – noto sulla scena scandinava e internazionale come innovatore dello strumento – che si fa fonte compositiva da seguire, o che segue gli impulsi degli altri membri del gruppo, fortemente paritario: chapeau.
Ugualmente indimenticabile il concerto che Markus Stockhausen ha portato con il suo quartetto in un altro dei luoghi del festival, la galleria d’arte Kunstraum Norten, cornice perfetta per la ricerca musicale del trombettista tedesco, qui anche al flicorno e alla cornetta, e dei suoi sodali Jeroen Van Vliet al piano elettrico, Jörg Brinkmann al violoncello e Christian Thomé alla batteria.
Concerto della tarda mattinata che si muove tra scrittura e improvvisazione, e tra distese sonorità solari e nervosi chiaroscuri, in uno spazio di assonanze spiritual jazz proiettato a tratti in una dimensione cosmica in cui l’umano si perde meravigliandosi, come commenta lo stesso leader. Set di grande lirismo e respiro, con notevoli composizioni di tutti i membri del gruppo, interplay e affinità di intenti, per uno sguardo privilegiato sul recentissimo lavoro in comune, Walz for my friend, in uscita l’anno prossimo.
Un ottimo inizio della lunga giornata conclusiva di New Colours, che nel pomeriggio di domenica ha dato la rara possibilità di visitare con due ex-operai a fare da guida alcuni spazi di un’altra ex-miniera, la Neue Zeche Westerholt, ora aperti a iniziative culturali, e in cui si è potuto riascoltare la violoncellista e cantante polacco-americana di stanza a Berlino Ashia Bison Rouge, esibitasi qualche giorno prima alla Nordsternturm in un suggestivo solo in area ambient, folk e pop elettronico, per passare poi al sound di Julian Maier-Hauff a cavallo tra digitale e analogico (synth, tromba, sax, trombone) per un eterodosso e godibile DJ set pomeridiano.
Conclusione della manifestazione in toni festosi, come di consueto per il festival, in una chiesa di stampo espressionista, la Heilig-Kreuz-Kirche, con il dinamico collettivo berlinese Jazznova e la sua ampia sezione fiati, a interagire con il cantante di origini nigeriane Wayne Snow, da alcuni anni sulla scena tedesca rivisitando l’eredità musicale dell’afrobeat in chiave elettronica e aprendosi a nuove traiettorie soul, e oltre: e anche questo, all’insegna delle tante sfumature del jazz, è New Colours 2026.