Saalfelden 2026, l'ultima frontiera dell'universo jazz

Con l'edizione numero 46 il festival austriaco si conferma punto d'osservazione privilegiato all'incrocio delle rotte globali

LC

17 settembre 2026 • 5 minuti di lettura

Il quintetto di Darius Jones e Otomo Yoshihide (foto di Julian Gruber)
Il quintetto di Darius Jones e Otomo Yoshihide (foto di Julian Gruber)

Saalfelden, Austria

Saalfelden Jazz Festival

20/08/2026 - 23/08/2026

Saalfelden, ultima frontiera. Magari non proprio l'ultima, ecco, ma di sicuro uno dei pochi punti d'osservazione che ancora permettono di misurare (o almeno di provarci) la vastità del multiverso jazz. Quarantasei edizioni e un'integrità di sguardo che non è mai venuta meno, sono il biglietto da visita di un festival che nel tempo è cambiato molto: dall'epoca pionieristica del mitico tendone, quando il jazz era una questione politica, si è passati alla rinascita sotto forma di rassegna stellare e approdati infine alla svolta recente, con il crollo dell'impero dei grandi nomi e la nascita di una specie di Città del Sole a misura di talento da valorizzare.

Una mezza rivoluzione della quale ha beneficiato soprattutto la scena europea, la più presente e rappresentata negli ultimi cartelloni; al servizio di una politica di supporto e tutela che si è fatta sempre più invasiva e capillare non solo dalle nostre parti. Ne abbiamo già parlato in occasione della scorsa edizione, e le impressioni alla prova del festival sono rimaste le stesse, tra piccole schiere di affaccendati facilitatori che lavorano soprattutto per rendersi indispensabili al sistema e una ragnatela di bandi, commissioni, borse di studio, cattedre di vario tipo, circuiti chiusi e ingaggi incrociati nella quale si dibatte il jazz addomesticato dal protezionismo culturale, dalla retorica del territorio e delle comunità.

Il confine è sottile, certo: da una parte la giungla e il rischio estinzione, un mercato che non esiste e una domanda in calando ormai da tempo; dall'altra un futuro fatto di musiche in provetta destinate all'irrilevanza (se ne sono sentite eccome anche quest'anno), alle orecchie di un pubblico anestetizzato. Non è facile insomma trovare la formula che risolva un'equazione con solo variabili; ma oggi più che mai è un dovere aprire una seria riflessione su una macchina-jazz che sembra girare sempre più a vuoto nonostante un'innegabile vitalità di fondo, una fame di presente che non si è ancora placata. È questo fuoco sacro che va difeso a ogni costo, perché a forza di stringere il pugno la fiamma dell'urgenza potrebbe spegnersi per sempre.

Verso l'infinito e oltre

Si diceva del tramonto delle grandi stelle: per fortuna ogni tanto ci scappa l'eccezione. Vedi il quintetto di Darius Jones e Otomo Yoshihide. Da New York a Tokyo e ritorno, sulle rotte di un jazz da rivoluzione, incendiario. Figlio della stagione d'oro del free (Ayler, Ayler, Ayler) ma anche di una rabbia che viene dritta dritta dalle barricate del Giappone radicale; un grumo di materia oscura riscaldato dalle vampate di ferocia hendrixiana delle sei corde di Otomo, sempre più padrone di segreti che forse solo Derek Bailey e Masayuki Takayanagi conoscevano, e da un paio di fiammate a tutto blues accese dal suono potente del contralto di Jones (Earl Bostic e Arthur Blythe avrebbero apprezzato). A sostenere le due voci principali, il contrabbasso micidiale di Nick Dunston e un doppio motore ritmico, con Gerald Cleaver e Yasuhiro Yoshigaki alla batteria. Roba tosta, per cuori impavidi.

Il sassofonista americano Darius Jones (foto Julian Gruber)
Il sassofonista americano Darius Jones (foto Julian Gruber)

Dall'impatto addirittura superiore il set del Chicago Underground Duo. Freschi di uscita del meraviglioso Hyperglyph, e forti di una simbiosi che si rinnova da tre decenni, Rob Mazurek (trombe, elettronica) e Chad Taylor (batteria) non si sono risparmiati. Da rapimento ed estasi la combinazione di elettronica pulsante e jazz d'avanguardia; un rito medianico, un'ascesi, una porta spalancata tra il nostro mondo e quello che sta oltre la soglia del musicalmente spiegabile; con lo sciamano Mazurek in contatto diretto con le antiche divinità africane, gli orixàs delle due sponde dell'Atlantico, i loa della tradizione voodoo, gli spiriti guida del jazz. Non a caso nei momenti in cui l'intensità raggiunge l'apice, in cui il sacerdote officiatore non riesce più a contenere il divino, la tromba cede il posto alla voce, quasi a voler eliminare qualsiasi tipo di distanza tra il corpo e il suono.

Rob Mazurek e Chad Taylor (foto Julian Gruber)
Rob Mazurek e Chad Taylor (foto Julian Gruber)

A Taylor e ai suoi infaticabili tamburi il compito di indurre la trance, la possessione, di catalizzare le energie cosmiche e di spingere alla danza le anime convocate per il baccanale (presenti come sempre quelle di Ed Blackwell ed Elvin Jones). Non capita spesso di sentirsi così vicini, quasi dentro, la fonte primaria dell'ispirazione e della creazione. Extra fuori programma, il bis con ospiti Darius Jones e Gerald Cleaver: meraviglia all'ennesima potenza. A maggior gloria di Mazurek, anche un set totalmente improvvisato in trio con Erwan Keravec (cornamusa) e Lukas König (batteria, elettronica). Cose dall'altro mondo, con un Rob danzante al centro della triangolazione mistica.

Il trombettista Rob Mazurek (credit Julian Gruber)
Il trombettista Rob Mazurek (credit Julian Gruber)

Cara, vecchia New York

A volte ritornano. Nel senso che Chris Speed (sassofono tenore, clarinetto), Cuong Vu (tromba), Skúli Sverrisson (basso semiacustico) e Jim Black (batteria) fanno quartetto dalla metà degli anni Novanta con il nome di Yeah No. Il jazz newyorchese che ha fatto scuola e che non smette di insegnare; maestria più che mestiere, solidità e perfetta comunione d'intenti.

Di qualche anno più giovane il quintetto a tre chitarre del trombonista Jacob Garchik, con Vinnie Sperrazza alla batteria e le già citate diciotto corde suddivise in parti uguali tra Mary Halvorson, Brandon Seabrook e Jonathan Golderger. Una piccola orchestra di strumenti a plettro che garantisce la possibilità di giocare ai contrappunti e di complicare le trame. Fonte di ispirazione di Garchik, la letteratura sci-fi, con una serie di gustosi riferimenti a futuri distopici, invasioni aliene e pianeti ostili. Dalla Downtown di ieri alla Brooklyn di oggi, New York è sempre New York.

Il quartetto Yeah No sul palco di Saalfelden (foto Julian Gruber)
Il quartetto Yeah No sul palco di Saalfelden (foto Julian Gruber)

C'è anche una sorpresa

E arriva dalla Francia. Edward Perraud (batteria, elettronica, chitarra), Eve Risser (tastiere, pianoforte), Delphine Joussein (flauto, elettronica) e Arthur Delaleu (chitarra, elettronica): al secolo, Sauvages Paradis. Figli a metà del dadaismo di scuola ICP (occhio, Han Bennink vi ascolta) e di un presente fatto di generi in collisione, i quattro sono in grado di lanciarsi a capofitto in improvvisazioni collettive che, partendo da un tenue ostinato, da una frase minimale, da un botta e risposta tra due strumenti, si gonfiano e crescono fino a esplodere in un tripudio di noise-jazz-rock che fa tanto anni Settanta. Assolutamente da scoprire (e magari da portare in Italia).

Il batterista francese Edward Perraud (foto Julian Gruber)
Il batterista francese Edward Perraud (foto Julian Gruber)

Tutto il resto è...

Noia, sì. Ma non solo. Qualche luce brilla sullo sfondo nero della musica che non ha lasciato un gran segno. Vedi il talento della sassofonista austriaca Yvonne Moriel, un po' schiacciato dall'opulenza di un sestetto con un'arpa e due batterie; oppure le staffilate nordiche dell'ottetto del batterista norvegese Dag Magnus Narvesen (con il mai meno che magnifico Ingebrigt Håker-Flaten al contrabbasso). Gran premio delusione al sestetto newyorchese della pianista spagnola Marta Sanchez, che non è mai riuscito a prendere davvero quota e a liberarsi da lacci e zavorre di una scrittura troppo ossessiva. Peccato. Ma ci rifaremo tra un anno.