Artacts26, "Return to Forever"
La 26esima edizione di Artacts, festival for jazz and improvised music
18 marzo 2026 • 5 minuti di lettura
St. Johann in Tirol, luoghi vari
Artacts 2026
05/03/2026 - 08/03/2026Voutchkova, Nebbia, König, Anker, Rempis: sono solo alcuni dei musicisti che si sono esibiti, tra il 5 e l’8 marzo scorsi, ad Artacts, festival austriaco a St. Johann nel Tirolo, dedicato al jazz e alla musica improvvisata, giunto quest’anno alla sua 26esima edizione per la direzione artistica di Hans Oberlechner. Un’edizione che, come di consueto, è sempre un’occasione, specie per chi viene dall’Italia, per avvicinarsi ad una scena vivacissima, tra nomi più conosciuti e nuove leve dell’improvvisazione europea – specie queste ultime, raramente intercettate nel Belpaese – e di trovare un contesto in cui viene dato ampio spazio alla ricerca sul suono e alla creatività dei musicisti, spesso invitati a proporre nuovi progetti e interazioni inedite, nel segno della sperimentazione e dell’apertura al rischio.
Lo si è potuto attraversare, questo magnifico slancio che da sempre anima Artacts, fin dal concerto di apertura delle tre lunghe serate che ne costituiscono l’asse portante, con il trio d’archi della bulgara Biliana Voutchkova (violino), della cilena Isidora Edwards (violoncello) e della statunitense Zosha Warpeha (hardanger d’amore): trio internazionale e di comunità di intenti, recentemente concretizzatasi in una breve residenza di registrazione negli Stati Uniti, per una musica fatta di accompagnamento reciproco, di esplorazione sonora in chiave contemporanea, di tenui echi folk e bluesy dallo strumento di Warpeha, ondate di crescendo e diminuendo con le arcate al violoncello di Edwards, ostinati percussivi e graffianti, e i suoni vocali in lieve libertà di Voutchkova, a fare da sfondo o a dare la direzione.
Sia Warpeha che Voutchkova hanno poi trovato un ulteriore spazio di rilievo all’interno del festival, in solo: la prima, nella suggestiva cornice della chiesa barocca di St. Johann, che l’ha vista esplorarare le sonorità del suo strumento – imparentato con il violino norvegese hardanger – in un contesto più che mai consono al taglio riflessivo e quasi ipnotico, con forme cicliche, della sua performance. La seconda, dal palco della Alte Gerberei, ex-conceria ora centro culturale e sede principale del festival, in un solo che ha permesso di entrare ancor più nel mondo musicale della violinista bulgara, da anni inserita nella scena creativa berlinese: un mondo personalissimo in cui le tecniche estese di cui si serve sono sempre al servizio di un’espressività – dal lieve all’esuberante – che sa parlare direttamente a chi ascolta, senza timore di rivelarsi.
Un’ulteriore protagonista di quest’edizione è stata poi la sassofonista argentina Camila Nebbia, ugualmente di stanza a Berlino: già ospite del festival due anni fa (assieme ad Andrea Parkins, Barbara Togander e Johanna Mattrey), ad Artacts26 l’abbiamo ritrovata in uno dei concerti serali e in un solo pomeridiano. Due set ugualmente possenti, caratterizzati da una serratissima ed entusiasmante interazione di gruppo l’uno – con la poliedrica batteria di Paul Hession e il violoncello di impianto contemporaneo della notevole Julia Biłat a sostenere il fitto dialogo tra Nebbia e il sassofonista tedesco Hans Peter Hiby, volto noto della scena germanica improvvisata, e qui non privo di calde venature melodiche – e di grande versatilità l’altro. Nel solo, infatti, accanto al suo consueto sound vigoroso e veemente, Nebbia si è aperta anche a momenti più distesi, nei tempi e nel registro grave, lasciando così intravedere un lato generalmente celato, ma apprezzato, del suo vissuto musicale.
E se Nebbia è certamente una figura consolidata del panorama internazionale, promettenti sono parsi i giovanissimi membri di Ola Tunji – con la sassofonista venticinquenne Ornella Noulet – ispirati dal jazz spirituale di John e Alice Coltrane e di Sanders, e che dal Belgio portano una musica fresca e piena di energia; un’energia, rinvigorente e liberatoria, che del resto non è certo mancata ad Artacts26, tanto nei gruppi più ampi – pensiamo ad esempio alla Sonic Fiction Orchestra capitana dal pianista Georg Graewe, che offre un concerto di ampio respiro, sapientemente orchestrato tra parti scritte e contributi improvvisati, e con un’ampia gamma timbrica che accanto alla sezione ritmica, si avvale anche dell’apporto di archi, clarinetto, fagotto e arpa – quanto nelle compagini più intime.
In queste ultime, in particolare, si è avuto modo di rivedere musiciste e musicisti ben noti al pubblico di Artacts, ma impegnati in progetti sempre diversi: come la pianista Ingrid Schmoliner e il percussionista Martin Brandlmayr (Radian) uniti per l’occasione nel nuovo duo Revolve, che coniuga composizione e improvvisazione passando per sonorità scure e dilatate e loop fortemente ritmici, o come il trio (di fatto un duo, per l’assenza imprevista di Gerald Cleaver) che Lukas König ha proposto su impulso del festival, a fianco di Lotte Anker. Un incontro fortemente voluto, questo, tra nuova e vecchia guardia dell’improvvisazione, in cui l’instancabile inventiva e varietà ritmica e timbrica del percussionista austriaco entra in un dialogo più che mai fecondo con il sax danese ora ruvido e viscerale, ora minimalista e liricamente frammentato di Anker: un flusso in cui i due protagonisti si assecondano, si contrastano, si uniscono, per più di sessanta minuti di splendore.
Grande intesa anche nel trio ‘minimalista’ di veterani della scena austriaca quali Berghammer (tromba), Schneider (contra guitar) e Laber (percussioni ed elettronica), a ricordare, con Into the Wide, quanto di raffinato e creativo possa risiedere nel vuoto e negli interstizi del suono. E, ancora, il piacere di sentire dal vivo musicisti delle nuove generazioni, tra cui il validissimo batterista serbo Aleksandar Škorić (qui in quartetto con Ada Rave, Ziv Taubenfeld, e Wilbert De Joode), e artiste che a St. Johann sono di casa come Elisabeth Harnik, quest’anno con Dave Rempis (sax contralto), Fred Lonberg-Holm (violoncello, elettronica) e Tim Daisy (batteria) in Earscratcher. Un concerto di grande spessore, quest’ultimo, con apporti individuali che si inseriscono organicamente in una attentissima interazione di gruppo, a chiudere il festival in bellezza.
È un festival ‘compatto’ e intimo, Artacts, e anche questo è il suo punto di forza: un fitto weekend di concerti alla Alte Gerberei e alcuni appuntamenti in luoghi suggestivi di un paese tirolese di 10.000 anime, in cui poter entrare in contatto diretto e informale con i musicisti – anche come unici privilegiati spettatori dei Sound Cabs, i brevi, frequentatissimi set ‘privati’ offerti in una cabina di legno nella piazza di St. Johann dai musicisti del festival – e scambiare due chiacchiere con l’ospitale staff. Per essere felicemente parte, come ha ricordato quest’anno la mostra Return to Forever curata da Dawid Laskowski (con foto di assidui frequentatori del festival quali lo stesso Laskowski, Rossetti, Koritnik, Cvelbar, Gannushkin, Templin e Wimmer, e inaugurata con un solo di Julia Biłat), di una manifestazione iniziata quasi in sordina più di vent’anni fa, e che si configura ora come appuntamento imprescindibile, in ambito europeo, per chi ama la musica improvvisata e il jazz di ricerca.