Fiamme, visioni e metamorfosi di Hannigan a Vicenza

Barbara Hannigan e Bertrand Chamayou al Teatro Olimpico: da Messiaen a Zorn, un percorso tra spiritualità, tensione sonora e teatro della voce

SN

18 maggio 2026 • 3 minuti di lettura

Barbara Hannigan e Betrand Chamayou (Foto Roberto De Biasio)
Barbara Hannigan e Betrand Chamayou (Foto Roberto De Biasio)

Vicenza, Teatro Olimpico

Barbara Hannigan e Bertrand Chamayou

16/05/2026 - 16/05/2026

Barbara Hannigan continua a distinguersi per programmi costruiti secondo una precisa logica drammaturgica, più che per semplice affinità stilistica o cronologica. Il recital presentato al Teatro Olimpico di Vicenza nell’ambito di Vicenza Jazz ne era un esempio particolarmente evidente. Punto di partenza, come spiegato dalla stessa interprete, è il desiderio di sottrarre Jumalattaret di John Zorn al contesto esclusivo di serate dedicate al compositore americano, collocandolo accanto ai Chants de terre et de ciel di Olivier Messiaen. Per Hannigan, si tratta infatti di due lavori profondamente spirituali, misteriosi, delicati ed estatici, ma percorsi da polarità differenti: da un lato la dimensione religiosa, segnata dall’immaginario cattolico e da una prospettiva essenzialmente maschile; dall’altro un universo fondato sulla forza femminile e sul richiamo a energie arcaiche e pagane. In questo disegno Bertrand Chamayou — musicista di grande versatilità e interprete di primo piano del pianismo di Messiaen — si rivelava partner ideale.

Al Teatro Olimpico, contesto all’apparenza estraneo a questo repertorio, la forte costruzione teatrale del programma emergeva con particolare evidenza. La nitidezza dello spazio palladiano finiva anzi per accentuarne tensioni e contrasti. I Chants de terre et de ciel, ciclo di sei canti composto da Messiaen come manifestazione di gioia per la nascita del figlio Pascal nel 1937, emergevano nella loro natura insieme sensuale e contemplativa, piuttosto lontana da ogni idea di rarefazione astratta. Hannigan evitava qualsiasi estetizzazione del suono: la parola rimaneva sempre in primo piano, modellata con precisione teatrale, mentre la linea vocale passava con naturalezza da slanci luminosi a zone più scabre e terrene. Accanto a lei, Chamayou confermava le ragioni della sua autorevolezza in questo repertorio. Il suo Messiaen non cercava effetti coloristici fini a sé stessi, ma una continua trasformazione timbrica del materiale pianistico. Il pianoforte diventava ambiente sonoro, risonanza, sostegno strutturale della voce più che semplice accompagnamento.

Interludio alle due polarità estreme delle pagine vocali, i due brani pianistici dello Skrjabin visionario e mistico chiarivano ulteriormente la traiettoria del recital. Nel Poème-nocturne op. 61 Chamayou privilegiava il carattere mobile e sfuggente della scrittura, senza indulgere in nebulosità dal segno simbolista. In Vers la flamme op. 72 costruiva invece con lucidità la progressione ossessiva del brano, facendo percepire la logica interna di quella salita verso un punto di saturazione sonora e dinamica.

Betrand Chamayou e Barbara Hannigan al Teatro Olimpico (Foto Roberto De Biasio)
Betrand Chamayou e Barbara Hannigan al Teatro Olimpico (Foto Roberto De Biasio)

Il punto d’arrivo era naturalmente Jumalattaret. Se non proprio scritto per Barbara Hannigan, il ciclo composto nel 2012 da John Zorn sembra comunque ritagliato sulla sua straordinaria duttilità vocale e sulla sua eccezionale abilità performativa. Nell’arco della mezz’ora scarsa dell’opera, l’interprete pare quasi lasciarsi possedere dalle nove antiche divinità nordiche delle miniature sonore di Zorn racchiuse fra un proemio e un postludio: la voce si moltiplica in registri, emissioni e tecniche disparate — sovracuti, suoni gutturali, sussurri, vocalità franta, inflessioni prossime al canto rituale — affrontando con impressionante controllo una scrittura che per estensione, precisione d’intonazione e rapidità di mutazione timbrica resta una delle sfide più estreme del repertorio contemporaneo. Alla complessità della parte vocale non corrisponde però una scrittura pianistica altrettanto elaborata. L’accompagnamento appare deliberatamente più eterogeneo nelle forme e meno complesso nella costruzione, oscillando tra figurazioni debitrici di un certo minimalismo nordamericano e richiami abbastanza riconoscibili a stereotipi delle avanguardie europee. Proprio questa relativa semplicità finisce però per lasciare il baricentro drammatico interamente alla vocalità, vero motore dell’opera.

Una proposta di intelligente coerenza ma tutt’altro che convenzionale, specie nel contesto di una rassegna di musica jazz, accolta con attenzione dal folto pubblico presente al Teatro Olimpico, che ha salutato i due interpreti con lunghi e calorosi applausi.