Jazzfest Berlin, a breve la 63a edizione
“Dream Baby Dream” è il motto per il 2026 dello storico festival che si svolgerà dal 29 ottobre al 1° novembre
18 ottobre 2026 • 2 minuti di lettura
Si terrà dal 29 ottobre al 1° novembre prossimi lo storico festival berlinese, il cui motto è quest’anno “Dream Baby Dream”, dal titolo del cortometraggio previsto in apertura di programma, realizzato l’anno scorso nell’ambito delle iniziative che il Jazzfest Berlin intesse da tempo con la città e i suoi abitanti con il progetto “Community Week”.
Un’edizione decisamente promettente - sullo sfondo del “sogno” di Berlino come luogo di approdo da ogni dove, e come punto di partenza verso nuovi percorsi umani e musicali nel segno del rinnovamento e dell’incontro –, che vedrà esibirsi nelle varie location del festival, dalla sede dei Berliner Festspiele ai club, passando per la Gedächtniskirche e i quartieri cittadini, più di 135 artisti da 25 diversi paesi, per 24 concerti disseminati nell’arco di quattro intense giornate.
Concerti che porteranno sul palco, attesissimi, storici esponenti dell’avanguardia e della ricerca musicale come Anthony Braxton, in un nuovo settetto, o Alexander von Schlippenbach con la sua Globe Unity Orchestra, ma anche concerti che mettono in rilievo il lavoro delle generazioni successive, tanto dall’Europa quanto dalle Americhe, passando da assetti intimi come duo e trio per arrivare a formazioni più ampie: così, ad esempio, accanto all’Erosão Percussion Trio di Mariá Portugal, al Chicago Underground Duo (Mazurek/Talylor) e alla nuova collaborazione di George Graewe con Hamid Drake e Brad Jones, Berlino ospiterà tra gli altri Christian Lillinger in quintetto, Alexander Hawkins con un ensemble di 11 elementi, e un concerto per 12 tromboni e percussione diretti da Matthias Muche.
Accanto ad uno sguardo verso la scena scandinava – Elind Forkelid, Ingebrigt Håker Flaten –, un’attenzione particolare andrà quest’anno alla voce, nelle sue varie declinazioni tra improvvisazione e ricerca sonora, con artisti quali Amir ElSaffar, l’indiano-americana ganavya, la colombiana Alejandra Charry (in quartetto con Sakina Abdou, Thibault Cellier e Moses Zamora Mezù), o, ancora, la newyorchese Wendy Eisenberg.
Dall’Oriente lontano e vicino, infine, il ritorno a Berlino – che qui avevamo visto due anni fa – di Otomo Yoshihide con il suo New Jazz Quintet, e la clarinettista iraniana, ma di stanza in Germania, Shabnam Parvaresh con Sheen Trio. Cosmopolitismo, sperimentazione, ibridazione e comunità: queste le inclinazioni che Berlino anche quest’anno sembra perseguire, consolidandole con tenacia e lungimiranza con la direzione di Nadine Deventer, e di cui riparleremo tra breve.