A Palais Garnier omaggio a Josephine Baker

Con l’elegante regia di Peter Sellars, l'emotivamente potente musica di Tyshawn Sorey e la bravura del soprano Julia Bullock

AT

14 settembre 2026 • 3 minuti di lettura

Perle Noire: Meditations for Joséphine al Plais Garnier (foto @BenoiteFanton/OnP)
Perle Noire: Meditations for Joséphine al Plais Garnier (foto @BenoiteFanton/OnP)

Opéra de Paris Garnier

Perle Noire: Meditations for Joséphine

09/09/2026 - 19/09/2026

L'Opéra di Parigi ha deciso d’inaugurare la stagione 2026/27 al Palais Garnier con lo spettacolo “Black Pearl: Meditations for Josephine”, per celebrare il 120° anniversario della nascita di Josephine Baker, figura iconica degli anni Ruggenti ma poi anche paladina della liberta e dei diritti civili, tanto da esserle stato conferito il privilegio di riposare per sempre nel Panthéon tra i personaggi che più hanno segnato la storia  della Francia. Perla nera riprende la creazione, prima a Parigi al Théâtre du Châtelet e poi ad Amsterdam al Dutch National Opera, di un omaggio creato dal regista statunitense Peter Sellars in collaborazione con il compositore Tyshawn Sorey, noto per arricchire le sue partiture dal vivo con improvvisazioni, e il soprano Julia Bullock cantante lirica quanto jazz. Uno spettacolo sempre un po’ diverso, ma sempre di forte impatto emotivo, attualità e bellezza.

La messa in scena di Sellars è elegante e funzionale nella sua semplicità, da una parte solo una piccola scala sormontata da un quadrato che cambia opportunamente di colore, dall’oro al rosso all’argento al nero, e a sinistra il piccolo International Contemporary Ensemble con lo stesso Tyshawn Sorey alle percussioni e al pianoforte. Uno show di alto livello perché Julia Bullock è un’artista completa, oltre ad avere una voce intensa, ricca e profonda, non a caso nel 2024 ha vinto un Grammy Award, ha una grande capacità d’immedesimazione, ed è pure una brava ballerina, può quindi incarnare tutte le sfaccettature della vita di Josephine Baker, dai suoi esordi danzanti “con la pelle come costume”, i testi recitati sono della poetessa Claudia Rankine, al suo impegno per i diritti civili delle persone di colore e per la fratellanza nel mondo con i bambini adottati in ogni angolo del pianeta.

Una performance superlativa che si appoggia sulla potente partitura di Tyshawn Sorey che reinterpreta alcune delle canzoni più famose della Perla nera per scandagliare e portare alla luce i suoi sentimenti ed pensieri più intimi. Il ritratto non è didascalico, né segue un ordine cronologico, come succede ad una persona che riflette su se stessa e mescola i ricordi, è definito una serie di meditazioni sull’artista ma a tratti il tono è più quello di una confessione. intima. Chi conosce almeno un po’ la vita di Josephine non ha difficoltà a cogliere i riferimenti alle diverse situazioni vissute, ma lo spettacolo è di forte impatto in ogni caso e godibilissimo per la sua raffinata bellezza visuale e sonora.

Il flauto di Alice Teyssier, il violino di Jennifer Curtis e il fagotto di Rebekah Heller raccontano, sottolineando liricamente i pensieri più privati, i diversi momenti della vita della Baker, con i punti di rottura e di svolta, la rabbia e la ribellione per le ingiustizie, i dolori ed i travagli vissuti, invece segnati ed accompagnati più dalla chitarra elettrica di Daniel Lippel, il sassofono di Travis Laplante e soprattutto dalle percussioni suonate forti dallo stesso compositore che poi va al pianoforte, così quasi fondendo nella sua persona i differtenti stili musicali, tra musica classica moderna e jazz e soul, utilizzati.

Black Pearl svela il mondo interiore e il dramma umano e sociale della Baker, canzone dopo canzone, alternandole a monologhi parlati e improvvisazioni strumentali, in una struttura che si rivela precisa ed compatta nella sua varietà e ben guidata pur nella libertà dell’improvvisazione. Sette brani dalla facile melodia, interpretati tra gli anni Trenta e Cinquanta da Josephine, sono decostruiti per perdere la loro leggerezza e assumere invece una sfumatura tragica, per raccontare le sofferenze nascoste che celavano dietro il sorriso e le scene scintillanti. La Josephine del gonnelino di banane c’è pure, evocata nei bellissimi movimenti coreografici stilizzati di Michael Schumacher, benissimo interpretati da Julia Bullock nel costume di Carlos J. Soto, il tutto sublimato dalla luci di James F. Ingalls.

Ma canzoni come "Si j'étais blanche" del 1933 , dove lei è si definisce spiritosamente “la prugna scura nella crema”, oppure “Sous le ciel d’Afrique” del 1935 qui esprimono invece con forza la dolorosa amarezza che era sottesa alla leggerezza, sino allo spiritual “Terre séche” in cui Josephine arriva ad interrogarsi con candore se essere neri è un peccato.