A Garnier torna la Cenerentola vulcanica di Guillaume Gallienne
Debutto all’Opéra de Paris per il soprano Vasilisa Berjanskaya nel ruolo di Angelina e per il maestro Enrique Mazzola. calorosi applausi anche per Lawrence Brownlee e Nicola Alaimo
17 giugno 2026 • 4 minuti di lettura
Opéra de Paris Garnier
La Cenerentola
03/06/2026 - 11/07/2026Cenere, tanta cenere, tutto il palcoscenico ricoperto da polvere grigia che in parte sembra inghiottire la parte bassa della scenografia che mostra palazzi rossi che hanno tutto il fascino della mescolanza di miseria e nobiltà, come nei centri storici di Napoli e di Palermo. Il Vesuvio in realtà non si vede, ma si farà sentire aggiungendo qualche scossa alla confusione generale. L’Opéra de Paris ha riproposto a chiusura di stagione e con grande successo, la Cenerentola di Rossini firmata nel 2017 dal regista Guillaume Gallienne, membro della Comédie-française, con alcuni degli migliori protagonisti d’oggi per questo repertorio, voci eccellenti di provata esperienza ma anche debutti di rilievo. Sul podio, per la prima volta all’Opéra de Paris innanzitutto il direttore d’orchestra Enrique Mazzola che si è fatto apprezzare già dall’ouverture, una sinfonia molto curata, con dinamiche varie e contrastanti che hanno offerto tutto il ventaglio di stati e sentimenti che percorrono l’opera, dal piano e lento al solenne e drammatico, dal gioioso all’atteso crescendo. Il maestro Mazzola, che ha già diretto molte volte la Cenerentola e la conosce alla perfezione, ha mostrato inoltre una minuziosa attenzione ai cantanti guidandoli con sicurezza nella brillante partitura concedendogli tutto lo spazio necessario per ben mostrare la loro espressività nel Belcanto. Attesissimo in debutto del giovane mezzosoprano russo Vasilisa Berjanskaya che ha conquistato la sala con il suo timbro scuro ma di velluto, dolcissima la sua canzone “Una volta c'era un re” con cui si è presentata alla sala, e poi scintillante negli acuti, con note alte di notevole proiezione e volume da soprano, agilità sicure e nette, elegantissimo il suo rondò finale. Solo nella prima parte dello spettacolo la sua voce si è persa un po’ negli ensemble. Il ruolo di Angelina passera poi, dal 5 luglio, a Gaëlle Arquez. Al suo fianco, nel ruolo del principe Don Ramiro, il tenore americano Lawrence Brownlee dal timbro inconfondibile e gli acuti e trilli cristallini, uno specialista della parte che ha già pure interpretato in una precedente ripresa di quest’allestimento, e la sua intesa con la Berjanskaya è stata palpabile ed elettrizzante. Non smentisce la fama della sua bravura anche il baritono Nicola Alaimo che da palermitano sembra avere innata quella commistione di miseria e nobiltà citata prima a proposito delle scenografie di Éric Ruf e che incarna dunque perfettamente il nobile decaduto Don Magnifico, un personaggio che anche lui ha interpretato già un’infinità di volte e che adesso canta con voce più matura, profonda, ma sbalordendo sempre per come riesce sempre a scolpire perfettamente le parole anche in velocità, ed in più sfoderando fiati molto, molto lunghi e una innata verve comico malinconica degna dei più grandi bassi buffi, ed raffinatamente strionico poi nell’assolo che il regista gli concede a sipario chiuso per la sua aria aria “Sia qualunque delle figlie” all’inizio del secondo atto. Peccato solo che il costume non lo caratterizza: è vestito semplicemente, con una comune maglietta e sopra una camicia aperta, ma il suo travestimento da Bacco, dopo che è stato nominato capo cantiniere, è davvero esilarante. I costumi sono di Olivier Bériot e appaiono molto disomogenei, alcuni divertenti, altri decisamente poco funzionali alla storia, non si capisce ad esempio anche perché imporre a Ramiro una gamba ingabbiata in una struttura di sostegno. Invece è molto riuscito il personaggio di Dandini che si presenta come John Travolta nella Febbre del sabato sera, ma versione in bianco e nero, imitandone anche le celebri movenze di danza. Dandini è il giovane baritono brutannico Huw Montague Rendall, bella voce sensuale, presenza scenica perfetta per interpretare il finto principe rubacuori delle aspiranti spose, di tutte le fogge ed età ed alcune anche con la borsetta, dalla recitazione molto naturale, intrisa piacevolmente d’ironica, e doti anche di ballerino. Un debutto all’Opéra de Paris infine pure per il basso italiano Adolfo Corrado come il saggio Alidoro, il suo canto è pacato e preciso , anche lui è stato molto applaudito. Buona prova anche per le due sorellastre Clorinda e Tisbe interpretate rispettivamente dal giovane soprano americano Ilanah Lobel-Torres e dal mezzosoprano Maria Warenberg, e per il coro istruito dalla maestra Ching-Lien Wu pure efficacemente coinvolto nelle simpatiche coreografie di Glysleïn Lefever. Se a prima vista è l’allestimento, con la sua base di cenere, che caratterizza lo spettacolo, in realtà poi è la regia, il lavoro sui personaggi e la costruzione delle diverse scene, che si rivela più originale, efficace ed accattivante. La scenografia, infatti, evolve poco: la facciata si solleva come un sipario svelando una grande corte per le scene a Palazzo, con una spoglia impalcatura da una parte, solo qualche mobile caratterizzante, come un tavolo oppure un divano, e poco altro, scenografia essenziale movimentata dalle luci di Bertrand Couderc. Ma il libretto di Jacopo Ferretti si avvantaggia della regia creativa di Guillaume Gallienne che se visivamente trasporta la vicenda all’oggi riesce a conservare tutto il brio del dramma giocoso con gesti che parlano di più al pubblico d’oggi ed una cura minuziosa di ogni singolo personaggio e delle scene collettive.