C2C Festival 2026, le pagelle - Prima parte
I primi due giorni di C2C Festival 2026: vediamo come sono andati, tra conferme, delusioni e sorprese.
02 novembre 2026 • 5 minuti di lettura
Si è chiuso il C2C 2026 a Torino. Qui riassumiamo i primi due giorni con pagelle di agile consultazione: ci siamo divisi il lavoro con il collega Bizarre perché è impossibile seguire tutto e bisogna fare delle scelte per coltivare la speranza di arrivare al termine dei quattro giorni in condizioni fisiche accettabili. Come forse sapete, negli stessi giorni del festival ci sono decine di mostre e iniziative che fanno diventare Torino la capitale europea dell'arte contemporanea; se a tutto ciò unite gli incontri con gli amici, con il corollario di momenti conviviali, capirete che l'impegno è piuttosto gravoso.
Giorno 1 (OGR)
- The Avalanches, un viaggio nella nostalgia analogica
- C2C Festival 2026, istruzioni per l'uso
- La prima lineup di C2C 2026
È proprio a causa di uno di questi momenti conviviali che mi perdo i primi tre appuntamenti della serata, ma il collega Bizarre è presente e il giorno seguente corre in mio soccorso inviandomi quanto segue:
Wendy Eisenberg. Formazione a tre, chitarra e voce, violino e batteria. Atmosfere jazz folk con armonie prog, inizialmente viene in mente la Joni Mitchell del disco Mingus (1979), poi il suono diventa molto canterburiano. Comunque molto gradevoli, inoltre il batterista era un sosia di una persona che conosciamo entrambi (non dirò il nome neanche sotto tortura). Voto: 7, un buon inizio
ML Buch. Esibizione abbastanza ambigua e tutto sommato deludente. Inizia in "modalità chitarra e voce" e funziona bene perché, a livello di scrittura, sa innegabilmente il fatto suo. Poi ci mette una base di batteria e di botto diventa molto più scontata. A seguire una sessione di tastiere, linee melodiche molto (troppo) semplici tendenti al cosmico, una cosa tipo Tangerine Dream 4.0, giusto per capirci: perplessità. Alla fine arriva il fantomatico quartetto d’archi e per me è la mazzata finale che mi fa propendere per un bella insufficienza, malgrado il pubblico, chiaramente schierato, si spelli le mani. Voto: 5, rivedibile alla sessione di riparazione.
DJ Python. Il migliore della serata, per quel che ho visto. Per lui bisogna per forza usare la definizione “reggaeton mentale”, anche se il suo set è a bpm medio alti, non chill out di sicuro, e fondamentalmente alle mie orecchie suona dubstep. Lui se ne sta seduto alla console nascosto dietro il cappuccio della felpa e non dice una parola. I visual sono (volutamente?) molto cheap, al limite del fastidio. Voto: 7.5, e la tentazione di dargli mezzo punto in più per essere riuscito a non farsi arrestare per il reato di "felpa nera".
The Avalanches. Finalmente mi paleso, mentre verso metà concerto Bizarre lascia la sala, facendo in tempo a dirmi di averli trovati «prevedibilmente imprevedibili». Un'esibizione euforica la loro, con visual che riprendono le immagini degli spot pubblicitari che compaiono tra un brano e l'altro di No Bad Memories. Euforia dunque, agitazione, fisicità, ma sempre con quel velo di malinconia che è il marchio di fabbrica dei compositori australiani, per l'occasione nuovamente in due e non in tre come nel disco. Mi sono divertito, ho ballato e i presenti erano evidentemente "presi bene". Voto: 8, nessun brutto ricordo.
Shygirl. Cambiano le prime file, si fanno avanti le bitches (è il termine che usano loro) che conoscono tutti i testi a memoria, molte delle quali straniere. Sul palco arriva lei, Blane Muise, shygirl, la trentatreenne di South London che ha saputo conquistare i cuori di molte ragazze, forse anche per l'aura di body positivity che trasmette. La sua è stata un'esibizione esplosiva, con momenti quasi metal, e lei, come ha detto un mio amico, è un incrocio tra Shirley Manson, la cantante dei Garbage,e la Neneh Cherry all'inizio della sua carriera come solista. A giorni esce l'album Swallow!, ovviamente attesissimo. Voto: 7.5, ragazza per nulla timida.
Giorno 2 (Lingotto Fiere)
Other People Showcase. Il titolo è inventato da me per comodità e comprende gli artisti che incidono per l'etichetta di Nicolas Jaar presenti per quasi tre ore sul Dazed Stage. Che dire? Orario e luogo penalizzanti hanno fatto sì che gli spettatori fossero davvero pochi. Anch'io, dopo due tentativi in momenti diversi, ho lasciato perdere. Senza voto, lo siento mucho, chicos.
Chanel Beads. Tra i due tentativi mi affaccio per vedere i newyorkesi: niente da fare, in alcuni momenti mi ricordano pericolosamente i Baustelle, non certo un complimento per quanto mi riguarda. Li avevo pure inseriti tra le 10 cose da vedere... Vabbè, torno nuovamente dai poveri sudamericani. Voto: 5, e tante scuse.
Underscores. Torno al Main Stage, arriva un nome attesissimo dal pubblico, in larga parte straniero: April Harper Grey, meglio conosciuta come Underscores, pop prodigy proveniente da San Francisco, una che ha saputo ritagliarsi uno slot all'interno del tour di Charli xcx, un'altra che sull'hyperpop può dire la sua. Concerto boombastico, pubblico scatenato, cori, visual martellanti: un trionfo. Magari non completamente my cup of tea ma comprendo il fenomeno. Voto: 7.5, un defibrillatore, presto!
Oklou. La giovane francese ha spinto molti connazionali a raggiungere Torino e, visto il risultato, direi che sono stati lungimiranti. I brani del disco dello scorso anno, rodati dopo molteplici esibizioni, risultano più pompati rispetto alle versioni originali e l'esito è totalmente coinvolgente. Una telecamera la segue sul palco rimandando le immagini sul maxi-schermo - come fece in maniera innovativa Rosalía -: lei gigioneggia, ammicca, manda baci e fa riprendere nel backstage Robyn all'interno di un cuore digitale.
Ho sentito delle critiche per gli inserti barocchi all'interno di alcune sue canzoni, derivanti dai suoi studi musicali e allora mi tolgo un sassolino dalla scarpa: perché Rosalía può rivisitare il flamenco, Liberato i neomelodici e la tradizione napoletana e invece Oklou deve lasciar perdere i madrigali? Per quanto mi riguarda, concerto superiore alle aspettative. Voto: 8, vive la France, vive la République.
Robyn. Me lo sentivo, mi sono bastati 15 minuti per stufarmi della sua visione di un elektropop a mio vedere un po' datato: arrivata sul palco con un look alla Christina Moser - la ricordate la metà femminile dei Chrisma? - ma meno interessante, la cantante svedese ha impresso subito un taglio teatralmente androgino alla sua esibizione, gattonando e rotolandosi sul palco con una sensualità da RSA. Mi hanno riferito che nella seconda parte, quando sono arrivati i brani più conosciuti, il pubblico ha comunque gradito e sono partiti cori da stadio. Voto: 4.5, più retro pop che avant pop. In ogni caso mezzo punto in più per essersi fermata a Torino per vedere il concerto di Kelela.
Theo Parrish. Presto, di corsa per la seconda volta dal dj e produttore di Detroit a farsi investire da un groove senza fine, insinuante, ammaliante, eclettico, da ascoltare per ore (e infatti il suo set, cominciato alle 21.00, è andato avanti fino alle 4.00). Senza voto, chi sono io per dare un voto a un dio? La cosa migliore vista nei primi due giorni del festival.
Il mio compito finisce qui - ci sarebbe ancora Arca, ma l'ho già vista 3 o 4 volte -, vi lascio nelle sapienti mani di Bizarre per il racconto delle due serate successive di C2C Festival. Stay tuned!