One Single Shot# 3: Alun Davies - Daydo
Folk rock ed elegante songwriting per la terza puntata della nostra serie dedicata ai successi irripetibili (e irripetuti) della popular music
28 luglio 2026 • 3 minuti di lettura
Un colpo solo. One Single Shot racconta la storia di quei successi irripetibili – e irripetuti: un solo disco, spesso memorabile, e poi l'oblio. Per scoprirne altri, c'è il libro One Single Shot di Guido Festinese.
Alun Davies: chissà se questo nome dice qualcosa alle generazioni che non hanno conosciuto i tempi lenti degli ascolti e riascolti strutturati su quello che, guarda un po’, un tempo gli psicologi intendevano come “la soglia dell’attenzione”: quindici - venti minuti, esattamente la taratura temporale della facciata di quei long playing che ora i più giovani sono tornati a comprare. Auto educandosi alle costose gioie dell’ascolto lento.
Danari permettendo, si intende: perché la passione a volte deve retrocedere, a fronte del costo di un “padellone” di vinile, a breve in quotazione presso i “compro oro”.
Torniamo al Signor Davies, che oggi all’anagrafe, mentre si scrivono queste righe, ha ottantaquattro anni, ma quando fece uscire l’unico disco a suo nome di anni ne aveva trenta.
Chi è Alun Davies? Un chitarrista gallese sopraffino, innanzitutto, specialista nella gloriosa tecnica d’arpeggio fingerpicking, un vocalist dalle qualità rispettabili anche se non eccelse, una di quelle figure che amano stare in seconda fila, non sotto la luce degli spot puntati contro, e hanno sempre da fare, perché la loro bravura da mediani è riconosciuta da quelli che poi raccolgono il successo con i numeri grossi.
In particolare Alun Davies per buona parte della sua carriera è stato l’uomo che ha contribuito in maniera decisiva a costruire il suono tintinnante, intenso e caldo dei dischi di Cat Stevens. Seguendolo poi anche negli ultimi anni anni, quando Cat Stevens è diventato Yussuf Islam.
Prima c’era stata l’esperienza con Jon Mark, e la sfortunata e ottima band Sweet Thursday.
Nel 1972 Davies trova il modo di far uscire il suo unico disco. Lo intitola, misteriosamente Daydo, che in realtà è il soprannome con cui lo chiamavano da ragazzo, la copertina è pieno reame surreale, con immagine misteriosa del nostro in una stanza spoglia che protende una mano verso una bella dose di zollette di zucchero.
Sta di fatto che il fascinoso Cat Stevens decide che è il caso di ricambiare i servigi di Davies: gli regala una canzone, e, assieme a gran parte della sua band, va a suonare in tutti i brani di Daydo: il pianoforte, però. Chi va con il Gatto (Stevens) impara a felineggiare. E quello che un tempo sembrò un limite, il fatto che i brani di Davies assomigliassero molto a quelli antichi di Cat Stevens, è oggi diventato un pregio, un piccolo lusso da riscoprire.
Dall’ iniziale Market Place alle nove canzoni.
Perfino gli appoggi vocali, gli attacchi, il modo di concepire il flusso di accordi sono molto vicini a quelli dell’inquieto Cat in Mona Bona Jackson, Tea For The Tillerman, e via citando. E gli arrangiamenti vanno nella stessa direzione: quel delizioso folk rock britannico che oggi tanti riscoprono. Con un pizzico di Donovan, anche.
Un plagio? No, un lavoro di squadra voluto, e da un musicista che non ha mai voluto rubare la scena a chi riteneva stare meglio di lui, in prima fila. Bella lezione.