One Single Shot#4: Yatha Sidhra - A Meditation Mass
Dalla Germania del kraut rock "cosmico" anni settanta, la nostra serie dedicata ai successi irripetibili (e irripetuti) della popular music
02 settembre 2026 • 3 minuti di lettura
Un colpo solo. One Single Shot racconta la storia di quei successi irripetibili – e irripetuti: un solo disco, spesso memorabile, e poi l'oblio. Per scoprirne altri, c'è il libro One Single Shot di Guido Festinese.
Yatha Sidhra è l'unione di due parole in sanscrito che può voler dire, a seconda di come volete intenderlo, “proprio come la perfezione”, o “come l’uomo saggio”. A voi la scelta.
Se però quelle due paroline antiche le nominate a un appassionato di quella Wunderkammer delle meraviglie che fu il cosiddetto “kraut rock” (brutta definizione per bella musica di mezzo secolo fa, tutta da riscoprire), il soggetto in questione non si arrovellerà alla ricerca del significato più pertinente per le due parole, ma vi risponderà: “Ah sì, Yatha Sidhra, grande gruppo. Peccato abbiano fatto un solo disco e poi siano spariti nel nulla”.
Ci risiamo, con la ormai consueta storia di gente giovane, piena di idee ed entusiasmo, che un giorno ha l'occasione per lasciare un primo segno in sala d’incisione, e poi va a finire che quel primo segno sarà anche l’unico. One Shot.
Cosa suonavamo gli Yathra Sidhra (nome voluto da Achim Reichel, strardinaria figura di polistrumentista e produttore, anch’egli oggi da riscoprire)?
Una strana musica dipanata su tempistiche che oggi apparirebbero folli: un brano che oltrepassa i diciassette minuti, uno che scavalca i dodici, due rifiniture, per così dire, da tre e sette minuti, quest’ultima a riprendere testuale il tema iniziale più lungo.
Erano essenzialmente un trio: i fratelli Klaus e Rolf Fichter ripetitivamente alle percussioni e batteria il primo, al sintetizzatore moog, tastiere elettriche, vibrafono, flauto indiano vibrafono, chitarra, e sparsi accenni vocali il secondo, Matthias Nicolai (evidenti origini italiane) al basso e chitarre varie. Un “ospite speciale”, ci racconta la copertina, Peter Elbracht al flauto traverso.
Nella Germania della scena controculturale cresciuta sulle rovine materiali e morali di una guerra sciagurata, la musica scelta dai gruppi locali si orientò essenzialmente su due, tre filoni: la ricerca dei cosiddetti “corrieri cosmici”, che con le nuove tastiere elettroniche cercarono e trovarono una via di fuga a un presente insopportabile, gli affondi nelle più crude e rumoristiche sperimentazioni, musiche iterative comprese, ed infine, ed è il caso degli Yathra Sidhra, una sorta di meditazione mistica e psichedelica in musica nutrita di molti ascolti orientali, di profumati odori di incenso e di canapa e di varie musiche dal mondo.
Il tutto, naturalmente, senza alcuna velleità dogmatica: un lasciarsi andare in una sorta di rotazione infinita per scoprire cosa sarebbe successo. Un po' come facevano i Kaleidoscope e la Third Ear Band in area anglosassone, e i “nostri” Aktuala.
Il tema principale, semplice ed affascinante, introdotto da una misterioso sciame di suoni elettronici appare e scompare per tutto il disco. A volte il suono conosce un trepido incalzare elettrico, vibrazioni jazzate, sussulti, ma è il senso di pace e di armonia e ciclicità a marcare il tutto. Non durarono, gli Yathra Sidhra: il gruppo si sfarinò, i due fratelli Fichter negli Ottanta diedero origine ai Dreamworld: ma il loro originario “mondo dei sogni” era già stato scritto e suonato, nel 1974.