Italodischi #3 2026 – Cantautrici atipiche, hip hop sui generis, funk e chitarrismi

Ultima rassegna di primavera (la terza del 2026) per le migliori uscite di musica italiana

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26 giugno 2026 • 7 minuti di lettura

Birthh (credito Jeff Harris)
Birthh (credito Jeff Harris)

Maggio (ma non solo, poiché è stata considerata anche la seconda metà di aprile) è stato un mese strano: la solita valanga di uscite non presentava, stranamente, nomi molto famosi – solo esponenti di rilievo all’interno della propria nicchia. Selezione, pertanto, più ardua del solito; anche se alla fine sono emersi 10 dischi che mi piacciono molto, al di là della loro popolarità relativa. Che peraltro, da queste parti, non è mai stata un problema, giusto?

DISCO DEL MESE E MEZZO

Birthh, Senza fiato – Carosello

Il disco più convincente di questa tornata è quello di un outsider. Che poi ritenere Birthh un outsider, quando questo Senza fiato è già il suo quarto disco, fa un po’ ridere. Il fatto è che Alice Bisi (questo è il suo vero nome) non è così conosciuta dalle nostre parti, poiché da quando ha iniziato a fare musica ha sempre abitato a Brooklyn; ritrovatasi a New York nel periodo della pandemia, ha fatto diventare quello che inizialmente era un soggiorno forzato una residenza a lungo termine, che le ha fruttato la bellezza di tre ottimi dischi (in inglese) prima di questo.

Con Senza fiato c’è però un ulteriore salto di qualità, dovuto soprattutto al fatto che Birthh sembra aver fatto pace con le sue origini toscane; si tratta infatti del primo disco cantato in italiano, e a livello di comunicativa (i testi sono peraltro molto interessanti nel saper esprimere i sentimenti attraverso immagini di cruda quotidianità) le cose vanno ovviamente molto meglio.

Musicalmente Birthh si conferma invece molto originale: pur senza rinnegare il suo background italico (soprattutto un fortissimo senso della melodia), l’imprinting americano si sente molto, per cui il disco alterna atmosfere urban a momenti tipicamente indie rock, risultando qualcosa che in Italia non ha praticamente termini di paragone, se non a tratti Marta Del Grandi; provate a immaginare Madame nelle mani di un produttore indie newyorkese e potrete farvi un’idea di come suona l’album. Che rimane comunque una raccolta di canzoni ficcanti e riuscite, e che vi consiglio a scatola chiusa.

CHITARRISMI

Musi / Spaccamonti, Border Soundscapes II – Die Schachtel

L’instancabile Paolo Spaccamonti, per il quale ho ormai perso il conto tra prove soliste e collaborazioni, torna sul luogo del delitto con un lavoro che è molto di più di un semplice album. Border Soundscapes II nasce infatti come disco su commissione, con la chitarra di Paolo incaricata di creare un’ideale accompagnamento musicale a 24 scatti del fotografo Pino Musso.

In compagnia del collaboratore di sempre Gup Alcaro, Spaccamonti ha così deciso di costruire i 24 pezzi del disco imponendo per ciascuno una durata fissa di un minuto e 40 secondi – il che significa venti minuti precisi per ogni lato del vinile. Esprimere la propria creatività nell’ambito di regole predefinite è in genere un metodo che funziona per ottenere risultati eccellenti, e va detto che per sonorità, varietà stilistica, capacità di sorprendere e ispirazione tout court questa è senza dubbio una delle migliori prove ma sentite dal suo prolifico autore.

Il link sottostante è stato selezionato per ascoltare l’album nella sua interezza, con le relative immagini di riferimento presentate per ciascuno dei 24 brani.

Agnese Contini, Echi di umanità – INRI Classic / Metatron

La chitarra della musicista salentina Agnese Contini, che con Echi di umanità pubblica il suo secondo album, è decisamente più tradizionale di quella di Spaccamonti, ma altrettanto ispirata ed espressiva. Il disco, interamente strumentale, lascia trasparire molte emozioni, sia che la chitarra acustica agisca da sola, toccando atmosfere di folk celtico, di blues, di country, sia che si faccia accompagnare da altri strumenti quali una lap steel, un mandolino, un banjo, o addirittura un’intera sezione d’archi. È un album che nel suo sound inequivocabilmente classico (d’altronde Contini ha quel tipo di formazione) riesce a non apparire minimamente nostalgico, in virtù della capacità di esprimere con sincerità i sentimenti dell’autrice.

L’ALTRO HIP HOP

Joejoe, POV – Columbia/Sony

Come potete facilmente immaginare, in Italia escono tantissimi dischi di hip hop. È altrettanto facile capire perché non ne vediate molti in questa rassegna: si tratta quasi sempre di prodotti molto legati a risaputi canoni mainstream, che dal punto di vista artistico non sono particolarmente degni di nota. A questo giro ho però individuato un paio di nomi che mi sono sembrati interessanti e relativamente originali.

Il primo è Joejoe, rapper italo-congolese che qui esordisce su album dopo un paio di successi diventati popolari su TikTok (vabbè… sono quelli i canali privilegiati del caso). La cosa intrigante di POV è il suo suono: oscuro, senza facili ammiccamenti, scarno e notturno, in fin dei conti ben poco radiofonico. Molto urban nel mood e personale a livello testuale, soprattutto privo di inutili ostentazioni, l’autore mostra anche un discreto flow, ragion per cui l’album risulta sorprendentemente efficace, anche se forse un po’ troppo monocromatico.

Polemica, Creatura – AHÒ Records/Sony

Con Polemica, romano, pure lui esordiente, la palette sonora è decisamente più varia, riuscendo a spingere tanto sulle estremizzazioni elettroniche quanto sull’incorporazione di elementi acustici, di inserti provenienti dal mondo indie, addirittura di qualche sample jazzato. Anche in questo caso è apprezzabile l’assenza di sbruffonerie gratuite, per delle rime che non sono assolutamente disprezzabili, e che l’autore definisce, un po’ esagerando ma poi neanche troppo, “politiche e passionali”. Insomma, anche Creatura è abbastanza fuori dagli schemi dell’hip hop italiano di questi anni, e come tale riesce a dire la sua.

Claudio Vignali, Flow – Alman Music

Quanto a Flow, diciamolo subito: definirlo un album di hip hop non è solo riduttivo, ma proprio sbagliato. Claudio Vignali è infatti un jazzista di valore, e lo dimostra anche in questo disco, in cui si circonda peraltro di ottimi musicisti. Ma insieme a loro c’è anche Devon Miles, un rapper, ed è questo l’elemento che rende l’album particolare e gli dà una marcia in più. Il rap si integra perfettamente con gli assolo di piano o le ritmiche sincopate della batteria, e ne risulta un drastico aumento del livello di groove. Non è certo la prima volta che hip hop e jazz vanno a braccetto (basti pensare agli anni ’90 di Digable Planets e Gang Starr), ma in Flow riesce comunque a dire qualcosa di nuovo e a suonare fresco e godibile dall’inizio alla fine.

FUNKY E ALTRI DERIVATI

Alex Puddu, Francia meccanica – Al Dente Music

Se avete voglia di ballare, e vi servisse qualcosa di un po’ più funky e slegato dal beat quadrato dell’hip hop, Francia meccanica di Alex Puddu fa al caso vostro. Puddu, italiano ma da tempo di base in Danimarca, deve aver avuto un’illuminazione ascoltando la versione più sensuale e sorniona della french touch (e in particolare Sébastien Tellier). Fatto sta che questo album è un trionfo di sexiness disco-house, con un basso super funky che arriva in diretta dagli anni ’e al quale non saprete resistere… Titolo dance della primavera, ma anche una bella promessa per la torrida stagione estiva.

Varv, Transit – Off Record

I Varv sono un duo: Andrea Cappi alle tastiere e Francesco Mascolo alla batteria. Transit è il loro secondo album. Qui il funk diventa molto più astratto, flirta volentieri col jazz rock e a tratti addirittura col prog, ma rimane non di meno fedele a un senso del ritmo mai domo, per cui riesce nell’ambiziosa impresa di essere al contempo cerebrale e groovy: mica male. Ecco, forse non è smaccatamente ballabile, e qualche cedimento per eccesso di prolissità va riconosciuto; tuttavia l’album fila via benissimo, e si presta perfettamente a un ascolto laidback da veranda serale. Zanzare permettendo.

UN RITORNO

Frigidaire Tango, modern vintage wave – Psicolabel

I meno giovani tra i lettori di Italodischi magari si ricorderanno di The Cock, un album uscito nel 1981 che viene ancor oggi citato come uno dei più riusciti esempi di quella che ai tempi si definiva “new wave italiana” (e no, non è una banale citazione da Battiato). Era quello l’esordio dei Frigidaire Tango, band veneta che non ha saputo capitalizzare il valore di quel disco, sciogliendosi pochi anni dopo e rimanendo inattiva per oltre vent’anni. Dopo un paio di pubblicazioni nel nuovo millennio (l’ultima delle quali data 2009), un altro lungo stop e poi, a sorpresa, questo Modern Vintage Wave, che raccoglie 10 canzoni inedite composte tra il 2008 e il 2025. E quindi, che dire di questo disco? Che ovviamente non ha la statura di The Cock, ma che comunque è dignitosissimo e replica benissimo lo stile della band, debitore a gruppi come Pere Ubu, Cure e Sound, e che pur non inventando nulla di nuovo mostra grande eleganza formale e un suono che paradossalmente, considerando il revival post punk, potrà piacere molto anche a un pubblico giovane.

UNA VOCE SOVRUMANA

Elsa Martin, Vox Humana – Centripeta

In pista da una quindicina d’anni (l’esordio vERsO, splendido, è del 2012), Elsa Martin è una cantautrice friulana non molto conosciuta ma molto brava, soprattutto in virtù di una voce straordinariamente limpida. Proprio in funzione di questa sua qualità peculiare, Elsa ha deciso di comporre un disco in cui fosse messa in primo piano proprio la voce (e pochissimi altri strumenti); ma non con un’esibizione muscolare di bel canto, bensì con una serie di tracce in cui si alternano sussurri, declamazioni, melodie celestiali, esperimenti elettroacustici, distorsioni controllate, effetti strambi, e così via. 5 anni di gestazione per Vox Humana, ma sembra che con questo album Elsa sia giunta a un punto d’arrivo del suo percorso artistico: anche se i rimandi al lavoro di altre artiste, da Laurie Anderson a Björk, sono evidenti, traspare anche nel disco una personalità pienamente formata, supportata da un talento vero.