Orfeo e Dalsigre secondo Pergolesi
A Jesi per il Festival Barocco delle Marche una originale rilettura delle Quattro Cantate da Camera di Pergolesi che ne ha colto l’insita dimensione teatrale
27 ottobre 2026 • 3 minuti di lettura
Sala Pergolesi dell'Hotel Federico II, Jesi
Orfeo e Dalsigre, musiche di Pergolesi
25/10/2026 - 25/10/2026Tra le numerose iniziative che contraddistinguono il Festival Barocco delle Marche, promosso dalla Fondazione Lanari e sostenuto da Regione Marche e da vari enti partner pubblici e privati, il concerto “Orfeo e Dalsigre” ha proposto una lettura originale in forma di atto unico delle Quattro Cantate da camera di Giovan Battista Pergolesi, la cui prima versione manoscritta comparve a Napoli intorno al 1736, anno della morte del compositore. Nel frontespizio del manoscritto si legge che le composizioni furono “raccolte da Gioacchino Bruno, contrabbasso della Real Capella di Napoli per divertimento a dilettanti di musica”.
Questo primo esemplare fu seguito da numerose altre versioni sia manoscritte che a stampa, di cui la prima appena due anni dopo, nel 1738, a cura sempre di Gioacchino Bruno, a testimoniare l’interesse che queste composizioni suscitarono sia tra i dilettanti, sia tra i professionisti: Charles de Brosses, nel 1739, giudicava la quarta cantata della raccolta come la «meillure des cantates italiennes».
Gianni Gualdoni, regista, scrittore, operatore teatrale e direttore artistico della Fondazione Lanari, ha proposto le quattro composizioni in un adattamento che non ne modifica testi e partitura ma ne cambia l’ordine e distribuisce su due interpreti la scrittura per un solo soprano, articolando gli interventi secondo uno sviluppo narrativo e psicologico consentito dalla lettura dei quattro testi. La costruzione drammaturgica inverte le posizioni della prima cantata “Dalsigre, mia Dalsigre” e della terza “Chi non ode e chi non vede” , mentre lascia al loro posto la seconda, “Luce degli occhi miei” e la quarta, “ Nel chiuso centro” distribuendo i testi tra due amanti, Orfeo e Dalsigre, lacerati dai tormenti amorosi che scaturiscono dai temi della fedeltà e della lontananza.
Nonostante la natura di monologo del testo di ogni singola cantata, la teatralità che vi è insita è innegabile, traducendosi ogni composizione, con il suo avvicendarsi di recitativi ed arie, in una piccola scena teatrale: proprio da questa intuizione è nata l’idea di Gualdoni di sviluppare una drammaturgia che evidenziasse oltre che i contrasti emotivi interni di ogni libretto anche il filo narrativo che in qualche modo li lega.
Le tematiche arcadiche e amorose, che trovano espressione in luoghi comuni letterari già diffusi nel madrigale del tardo Cinquecento (la tirannia dell’amore e la crudeltà dell’amante che provocano aspri tormenti, lamenti e sospiri; i martíri dell’amore non corrisposto che portano a desiderare la morte come unica pace) caratterizzano largamente questi testi che nella lettura di Gualdoni confluiscono in un epilogo segnato dal ricongiungimento dei due protagonisti nell’ultima cantata, dove il nome di Euridice è sostituito con quello di Dalsigre e dove i due amanti cantano all’unisono “Io resterò!”
Nelle vesti dei due personaggi si sono ascoltate le vincitrici del Concorso di Canto Barocco intitolato a Pergolesi, alla sua prima edizione, organizzato all’interno del Festival Barocco delle Marche: il soprano svizzero-statunitense Hilary Aeschliman, prima classificata, come Dalsigre, e il mezzosoprano Emma Alessi Innocenti, seconda classificata, come Orfeo. Le due giovani artiste, accompagnate da alcuni dei bravissimi musicisti dell’Orchestra Barocca delle Marche, diretti da Federico Guglielmo, hanno interpretato con gusto questo repertorio raffinato e di raro ascolto, dove accenti di affettuoso lirismo e malinconico patetismo si sono avvicendati a momenti pieni di vitalità e brio.
Ottime capacità interpretative sono emerse soprattutto nell’ultima cantata, “Nel chiuso centro”, la più apprezzata nel 1700 ed in effetti la più matura musicalmente e la più intensa e ricca di pathos. Il concerto si è concluso con un calice di vino Verdicchio dei Castelli di Jesi, offerto al numeroso pubblico presente per favorire un contatto diretto tra artisti e ascoltatori e ricreare le atmosfere antiche del salotto culturale.