L'elegante supremazia di Augustin Hadelich
Trionfo al LAC Lugano con la Staatskapelle Dresden diretta da Daniele Gatti
29 ottobre 2026 • 5 minuti di lettura
LAC, Lugano
Augustin Hadelich, Daniele Gatti e Staatskapelle Dresden
28/10/2026 - 28/10/2026
"Val dunque un viaggio!": questa è la frase che ogni appassionato di musica sogna di sentire o di pronunciare spesso, cosa che la parcellizzazione, l'accumulo incontrollato e fine a sé stesso di eventi musicali di ogni sorta e la standardizzazione di alcune prassi esecutive rendono sempre più difficile fare.
Fortunatamente, l'intrigante programmazione del LAC Lugano è giunta in soccorso dei musicofili più esigenti, viziandoli con un concerto memorabile per la presenza di un cast di livello olimpico: il direttore Daniele Gatti, la Staatskapelle Dresden e, soprattutto, un autentico fuoriclasse del violino come Augustin Hadelich, impegnato nel Concerto per violino e orchestra in Re maggiore di Beethoven.
Dopo i quattro rintocchi metronomici e introduttivi dei timpani, Gatti non ha perso tempo per esaltare tutta la sontuosa cantabilità dell'orchestra tedesca, guidando gli archi attraverso delle curve melodiche talmente nitide da lasciare intravedere al pubblico quasi la materializzazione sopra il palcoscenico delle legature di frase inscritte sulla partitura.
Basato sulla ripetizione variata del materiale orchestrale da parte del solista, il primo movimento è stato illuminato dall'immensa grazia del talento di Hadelich. Eccellente nell'espressività degli armonici (suoni di una bellezza aliena per precisione e ambizione tecnica) e artefice di un lirismo dolcissimo eppure sempre ardente, il violinista tedesco è stato protagonista di una performance entusiasmante, coronata dall'esecuzione mozzafiato della nota cadenza, magnetica per capacità di fraseggio e introspezione psicologica.
La strenua ricerca da parte di Hadelich della poesia racchiusa in ogni nota non deve trarre in inganno: il suo è uno stile eminentemente materico, in cui ogni parte del suo corpo riveste un ruolo importantissimo nella costante sfida dell'interprete contro la gravità. Il nocciolo della questione sembrerebbe proprio il peso: in un'impostazione tecnica così raffinata come quella di Hadelich, in cui ogni dettaglio conta, tutto si riduce, sorprendentemente, a quanta forza immettere nel singolo gesto (non solo delle mani).
Per rendere più intellegibile questo discorso effettivamente alquanto astruso, basta immergersi nella resa del "Larghetto" centrale. Il secondo movimento è celebre per la grazia meditativa della sua forma di Romanza, che nelle mani di un raffinato esteta come Hadelich non può che rifulgere di una tale bellezza acustica da procurare quasi uno svenimento stendhaliano.
E, allora, ecco che il suo stile appare in tutta la sua espressività: è una questione di sfioramenti, sfregamenti, sussurri materici e inclinazioni motorie; elementi di natura fisica che costantemente mettono a colloquio il corpo dell'interprete prima con le parti che lo costituiscono e poi con lo spazio stesso. A tal punto, anche lo spazio è costretto a piegarsi all'irresistibile candore intimistico di Hadelich e a ridursi sempre di più, fino ad avvolgere e quasi a proteggere il solista in una bolla di pregevole riservatezza.
Il risultato consiste nel calare l'uditorio in una realtà musicale quasi cameristica ed emotivamente confessionale, sino a fargli credere che il violino di Hadelich intoni, per il livello di delicatezza profusa nelle sfumature dinamiche e nella luminosità del registro acuto, un'incantevole e commovente ninnananna.
Senza soluzione di continuità, il "Rondò" finale ha scansato con decisione e umorismo la quiete precedente e permette a Hadelich di svelare un'altra sua qualità: il virtuosismo tecnico, al contempo morigerato ed eloquente (si veda la rapidità del gesto, nonché la perfezione dei trilli per intonazione e precisione ritmica), non è mai fine a sé stesso ma sempre disciplinato all'insegna di un'elettezza genuina e naturale, connaturata nello spirito interpretativo di uno dei più grandi musicisti della nostra epoca.
Il pubblico non ha potuto non accorgersene e ha travolto di applausi Augustin Hadelich che, per ringraziare, ha regalato come bis un suo toccante e tecnicissimo arrangiamento della Träumerei (Kinderszenen, op. 15, n. 7) di Schumann, concluso da armonici di struggente e abbacinante purezza.
In tutto ciò, Daniele Gatti è riuscito a esaltare il colore peculiarissimo di una compagine preziosa come quella di Dresda. Puntando, come suo solito, su uno scavo profondamente analitico della partitura, il direttore ha reso giustizia al fascino di ogni nota e al talento tecnico e interpretativo di ogni reparto. Il risultato è stata una trionfale esecuzione dedita innanzitutto alla cantabilità e continuamente esaltata da un fraseggio vivido e controllato, frutto della bacchetta espertissima di un veterano come Gatti.
Dopo l'intervallo, il direttore principale della Staatskapelle Dresden si è cimentato, come spesso si legge nei programmi sinfonici delle orchestre tedesche in tour all'estero, nella Sinfonia n. 2 in Re maggiore di Brahms.
Anche in questo caso, l'intellegibilità melodica elargita dall'articolata concertazione di Gatti è stata la chiave di volta dell'esecuzione, tanto che nel primo movimento non si è potuto fare a meno di ammirare il caldo velluto dei legni e i curiosi accenti posti dal direttore sulla linea cinguettante dei flauti.
L'“Adagio" è stato, invece, scolpito dalla contrapposizione tra un carattere più pacifico e idilliaco (affidato agli ottimi fiati o, nella sua versione "alpestre", ai corni – ragguardevoli per intonazione ed emissione) e uno più umbratile e pensoso (spesso distillato dagli encombiabili violini), portatore di drammatici presagi e aure malinconiche. Gatti ha reso egregiamente tale confronto dialettico, modulando con sapienza i pesi e le densità del tessuto orchestrale e restituendo l'enigmatica ambivalenza di un brano in cui le due polarità convivono senza mai risolversi l'una nell'altra.
Il terzo movimento si è rivelato apprezzabile per come Gatti ha accostato il carattere fanciullesco e scherzoso del brano agli aspetti tacitamente più ombrosi e a quelli più teneri. Nota a margine per la lodevole enfasi posta dal direttore su alcuni pizzicati degli archi.
L'“Allegro" conclusivo ha rilasciato tutta l'energia trattenuta nei movimenti precedenti dall'analiticità di Gatti: l'elettrizzante accentuazione delle frasi guizzanti dei clarinetti si è attestata come propulsore della vertigine sonora che ne è seguita. Il tensivo botta e riposta tra i magnifici archi e i peroranti legni ha dunque condotto verso un finale trascinante e di notevole slancio cinetico.
Al termine del concerto, il pubblico di Lugano ha tributato a tutti gli artisti applausi sinceri e calorosi.