Tutti i Rach, e non solo

Il primo dei tre appuntamenti dedicati ai Concerti per pianoforte e orchestra di Rachmaninov, Nikolai Lugansky e Stanislav Kochanovsky con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

CL

23 settembre 2026 • 3 minuti di lettura

Da sin. il pianista Nikolai Lugansky e il direttore d'orchestra Stanislav Kochanovsky (Foto Musa, Accademia di Santa Cecilia)
Da sin. il pianista Nikolai Lugansky e il direttore d'orchestra Stanislav Kochanovsky (Foto Musa, Accademia di Santa Cecilia)

Accademia di Santa Cecilia Roma

I Concerti di Rachmaninoff all'Accademia Nazionale di Santa Cecilia

21/09/2026 - 21/09/2026

E’ sempre interessante osservare la reazione del pubblico, e per certi repertori la risposta è più eclatante. Rachmaninov, anzi, Rachmaninoff nella dizione anglofona adottata dall’Accademia, è veramente un caso emblematico. Il pubblico lo ha sempre amato molto, a dispetto di una certa resistenza della musicologia e della critica. "L'enorme successo popolare che alcune opere di Rachmaninoff ebbero durante la sua vita non è destinato a durare, e i musicisti non lo hanno mai considerato con molto favore". Così sentenzio Eric Blome, l’autore della voce nell’edizione del 1954 del Grove's Dictionary of Music and Musicians. Tanto accanimento doveva inevitabilmente lasciare il passo ad una visione più equilibrata: la voce su Rachmaninov fu completamente riscritta dal musicologo Geoffrey Norris nel 2001.

Ma questo è solo uno dei tanti esempi.  Se ci soffermiamo in queste considerazioni per un autore che ormai usualmente viene eseguito in sala da concerto è perché l’Accademia di Santa Cecilia propone in questi giorni un vero e proprio ciclo monografico dedicato ai Concerti per pianoforte e orchestra di Rachmaninov. Tre concerti in una settimana, protagonisti il pianista Nikolai Lugansky e il direttore Stanilaslav Kochanovsky, e una successiva tournée. Manco a dirlo, risposta di pubblico straordinaria.

Il primo concerto del 21 settembre ha registrato il tutto esaurito, e gli altri si avvicinano a raggiungere lo stesso traguardo. Si è iniziato con i primi due concerti per pianoforte e orchestra, introdotti da una fantasia per orchestra per la prima volta eseguita dall’orchestra dell’Accademia. Con il titolo La roccia op.7 si raccontano alcune vicende evocando un ambiente naturale grandioso e suggestivo. Un pezzo giovanile, con molto colore orchestrale e una natura melodica prepotente. Sotto la bacchetta esperta di Kochalovsky la varietà di colori, la fluidità del suono e la varietà dinamica hanno dato vita a questa breve fantasia come alla scrittura sapiente dei due concerti.

Il Primo Concerto è meno noto, scritto da un compositore diciottenne, ampiamente revisionato ventisei anni dopo. Lugansky solido, autorevole, ha interpretato con bravura la natura doppia di questo concerto, da una parte temi lirici ampi, dall’altro una scrittura intersecata con l’orchestra che ne rivela la natura concertante e l’elaborazione orchestrale degli anni della maturità.

Nella seconda parte il Secondo Concerto era l’attesa di una musica per sognare. Teste dondolanti seguivano l’attacco tumultuoso, occhi chiusi attendevano i grandi temi e tutti sono stati ripagati con grande soddisfazione. Quando Lugansky ha attaccato gli accordi iniziali con il progressivo dosaggio del peso negli accordi e con un basso sempre più potente, quando l’orchestra ha iniziato il grande tema, la magia era iniziata. Fraseggi bellissimi dell’orchestra preparavano i temi del pianoforte, elastica la conduzione del tempo, sottolineava alcuni punti culminanti. Il pianismo infallibile di Lugansky sfoggiava brillantezza, potenza, e una inattesa vena a tratti retorica. Alla base era un’idea rapsodica, che d’altronde è facilmente portata dalla scrittura.

Con grande chiarezza delle parti anche più complesse del terzo movimento si giungeva alla fine, e naturale proseguimento appariva l’esplosione di applausi, acclamazioni, standing ovation. Un magnifico bis pianistico, il Preludio op.32 n.12 concludeva una serata memorabile, che ancora una volta esprimeva l’alta temperatura emotiva della musica di Rachmaninov. La vera ragione, forse, di tanto passata diffidenza verso un autore ormai definitivamente, universalmente amato.