Manfred Honeck sul podio dell’Orchestra di Santa Cecilia
Roma: con il pianista Seong-Jin Cho
14 gennaio 2026 • 5 minuti di lettura
Auditorium Parco della Musica di Roma
Manfred Honeck e Seong-Jin Cho
08/01/2026 - 11/01/2026Per il primo concerto della stagione sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia nel 2026 è salito sul podio, Manfred Honeck, abituale e gradito ospite dell’orchestra romana. Abbiamo ascoltato l’ultima delle tre repliche romane, che si è svolta eccezionalmente nel pomeriggio di domenica, poiché l’abituale replica del venerdì è stata posticipata per dare spazio ad una mini tournée al Lingotto di Torino (dove al posto del pianista coreano Seong-Jin Cho ha suonato il macedone Simon Trpčeski).
I quasi 2.800 posti della sala Santa Cecilia erano sold out, forse per il nome degli interpreti, forse perché il programma era molto attraente, certamente perché domenica è un giorno particolarmente gradito dal pubblico, per motivi ben comprensibili: non a caso in un tempo ormai lontano i concerti di Santa Cecilia si svolgevano proprio la domenica, senza repliche. L’unico a protestare era Fedele D’Amico, dunque non un ascoltatore dilettante, che si lamentava - e l’ha scritto più volte nei suoi articoli - di dover scegliere tra il concerto e la partita della Roma.
L’inizio del concerto è stato magico, come il corno di Oberon, protagonista di antichi miti germanici, di una chanson de geste medioevale francese, di A Midsummer Night's Dream di Shakespeare e di un “poema eroico romantico” di Wieland. Questo corno è magico nelle antiche leggende ma ancor più nella musica di Weber: il motivo di appena tre note con cui il corno apre l’ouverture dell’Oberon sembra venire da lontano, lontanissimo, avvolto nell’odore dei boschi e intriso in un mix di mistero ineffabile e dolce malinconia. Questo tema riecheggia nella delicatissima risposta dei violini con sordina e viene subito ripetuto una seconda volta e poi una terza volta, ma a questo punto è disturbato dagli strumenti a fiato acuti, che chiaramente rappresentano i dispettosi folletti: però la poesia del corno e l’irrispettosa vivacità di flauti e clarinetti si fondono meravigliosamente. È uno degli incipit più famosi di tutta la musica romantica. Purtroppo il primo corno dell’Orchestra ha dovuto rinunciare a partecipare al concerto per cause di forza maggiore, idem l’altro primo corno, e così si è dovuto “ripiegare” su un corno della fila, Alessio Bernardi. Ripiegare? Raramente, per non dire mai, avevo sentito da un corno un suono così perfettamente controllato, un timbro così puro e delicato, una poesia così penetrante. Che un corno di fila suoni così è un’ulteriore dimostrazione dell’eccellenza raggiunta da quest’orchestra.
Dopo l’atmosfera stupenda e sognante dell’ “Adagio sostenuto”, irrompe il romanticismo entusiasta, impetuoso, trascinante dell’ “Allegro con fuoco” a piena orchestra, intercalato dal ritorno del tema del corno e da una nuova meravigliosa melodia del clarinetto. Quest’esecuzione assolutamente esemplare - solo per un breve momento l’orchestra ha preso troppo alla lettera l’indicazione “con fuoco” e ha perso il perfetto à plomb - era diretta da Manfred Honeck, forse il più grande erede attuale della nobile tradizione direttoriale viennese.
Il programma del concerto svoltava poi verso l’Europa dell’est con due autori popolarissimi, Čajkovskij e di Dvořák. Del russo si è ascoltato uno dei suoi pezzi più celebri, il Concerto n. 1 in si bemolle maggiore op. 23, tanto amato dal pubblico quanto malvisto dalla critica. Confesso che anche io avevo molte riserve, dopo averlo ascoltato non so quante volte, sia dal vivo sia in registrazioni con i più grandi pianisti degli ultimi cent’anni. Ma come resistere al suo attacco folgorante, indubbiamente teatrale, ma nel significato migliore del termine? Soprattutto se gli ottoni, che qui sono protagonisti, non sono affatto bandistici ma hanno la potenza terribile e la cupezza del fato che gli dà Honeck. E se dopo appena cinque battute si aggiunge il pianoforte con quella serie di accordi grandiosi, che ti afferra e quasi soverchia, ma questa volta senza l’esibizionismo dei pianisti della vecchia scuola (d’altronde quella che allora era una scrittura virtuosistica di tremenda difficoltà oggi è quasi facile per un pianista come Cho) e invece con un peso e una consistenza musicale innegabili. Čajkovskij ha un dono straordinario per la melodia e per gli effetti che afferrano l’ascoltatore - spesso li si definisce viscerali, con un termine che evoca ingiustificatamente funzioni organiche poco nobili - e questo non sarà forse il vertice dell’arte, ma non va sottovalutato. La consonanza di due musicisti lontanissimi per età, formazione e provenienza geografica quali Cho e Honeck è ammirevole. Danno pari attenzione sia ai passaggi più grandiosi sia ai dettagli minimi e soprattutto non perdono di vista l’organicità di questa musica, che non è la sua qualità più evidente ma che non va ignorata, a differenza di quanto fanno altri interpreti. Bellissimo in particolare l’Andantino semplice, che grazie a Honeck e Cho recupera tutta la raffinatezza di scrittura e - perché no? - la piacevolezza che sono due qualità innegabili di Čajkovskij.
Applauditissimo, Cho ha suonato come bis il Valzer op. 69 n. 2, prendendolo ad un tempo molto lento, più lento del Moderato indicato da Chopin, e obnubilandone così il ritmo di valzer ma delibandone squisitamente la cantabilità, immersa nella luce malinconica del si minore: sembrava un Notturno più che un Valzer ma era affascinante. Devo confessare che la prima e unica volta che avevo ascoltato Cho, poco dopo la sua vittoria la Concorso Chopin di Varsavia, ne ero rimasto deluso. Ma sono passati dieci anni e mi è sembrato molto maturato.
Dopo l’intervallo Honeck ha diretto la Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88 di Dvořák, meno travolgente e meno celebre dell’immediatamente successiva Sinfonia “Dal Nuovo Mondo”, ma non inferiore. Anche qui Honeck è stato impeccabile e ha confermato la sua ottima intesa con l’orchestra romana. La sua interpretazione tendeva a non sottolineare molto le affinità con la musica popolare, che ci sono ma effettivamente sono meno marcate che nelle altre sinfonie del compositore ceco, e ha invece sottolineato il lavoro di Dvořák sulla forma sinfonica, sulle orme di Brahms. Così si è perso qualcosa della cordialità, della spontaneità e della freschezza che costituiscono il fascino di questa musica, ma l’accoglienza del pubblico è stata calorosissima e gli applausi entusiasti e prolungati hanno convinto Honeck ad offrire come bis la Danza ungherese n. 1 di Brahms, facendola precedere da un augurio di buon anno, nello stile del Concerto di Capodanno viennese.