Rinaldo Alessandrini dirige Vivaldi a Bach a Santa Cecilia

Nel programma il Dixit Dominus del Prete Rosso e il Magnificat del Kantor

MM

20 gennaio 2026 • 5 minuti di lettura

Rinaldo Alessandrini e l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia (Foto ANSC©MUSA)
Rinaldo Alessandrini e l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia (Foto ANSC©MUSA)

Auditorium Parco della Musica di Roma

Rinaldo Alessandrini

15/01/2026 - 17/01/2026

Si entrava un po’ perplessi in un auditorium da oltre 2700 posti per ascoltare Vivaldi e Bach eseguiti da un’orchestra sinfonica moderna. È vero che la presenza di Rinaldo Alessandrini sul podio era una garanzia, però qualche dubbio era inevitabile dopo decenni di prediche sugli strumenti originali, sulla prassi esecutiva dell’epoca e sulle esecuzioni storicamente informate. A rassicurare l’ascoltatore non bastava la lunga tradizione vivaldiana dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, nelle cui stagioni Vivaldi figura regolarmente fin dal 1913, quand’era pressoché sconosciuto: ma chissà come veniva eseguito da direttori come Toscanini e Nikisch, che non sembrerebbero avere la minima affinità con il Prete Rosso. Nel 1942 quest’orchestra realizzò pure la prima incisione delle Quattro Stagioni, in una versione naturalmente nient’affatto filologica, che oggi sarebbe inaccettabile (comunque è un ascolto consigliabile, interessante e anche gradevole). Sembra incredibile che, appena pochi anni dopo e sempre nell’ambito dell’Accademia di Santa Cecilia e del Conservatorio dallo stesso nome, siano nati i primi due complessi che suonavano Vivaldi con modalità ancora oggi accettabili e sono stati i principali artefici della travolgente riscoperta del Prete Rosso iniziata qualche anno dopo la fine della seconda guerra mondiale: parliamo ovviamente dei Virtuosi di Roma e dei Musici.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti e oggi è tabù eseguire Vivaldi con un’orchestra di una quarantina di elementi, se non più. Si potrebbe temere il peggio. Ma la suspense si scioglie appena inizia l’ascolto: la musica di Vivaldi (precisamente Canta in prato, ride in fonte RV 636 e il Dixit Dominus RV 595) sgorga luminosa, limpida, scattante, equilibrata, come e più che nelle esecuzioni di tanti complessi specializzati. Non si sarebbero potute avere queste qualità senza l’eccellenza dell’orchestra dell’Accademia e del coro (preparato da Andrea Secchi) e soprattutto senza la profonda conoscenza che Alessandrini ha di Vivaldi: possiamo immaginare quanto studio e quanta esperienza stiano dietro l’apparente facilità con cui ha raggiunto il risultato quasi incredibile di conciliare con totale naturalezza due elementi antitetici, quali un’orchestra moderna e la musica vivaldiana.

Dopo questi due pezzi sacri si è ascoltato il Concerto in do maggiore “per la solennità di San Lorenzo” RV 556, composto da Vivaldi a Roma nel 1723/1724. Qui i violini sono divisi in concertino e ripieno, secondo l’uso romano stabilito dai Concerti grossi di Corelli. A proposito di organici più o meno ampi, talvolta i Concerti di Corelli venivano eseguiti a Roma da orchestre di cento elementi: forse qualche cronaca dell’epoca ha esagerato nei numeri per esaltare la magnificenza del mecenate che aveva organizzato tali eventi, ma sicuramente allora l’organico orchestrale poteva essere molto superiore a quello dei gruppi barocchi ‘filologici’ di oggidì. Certamente il numero dei musicisti era tutt’altro che rigido e non era comunque determinante.

Nel comporre questo Concerto Vivaldi pensava sicuramente ad un’orchestra più ampia del solito, che accanto agli archi comprendeva anche due flauti, due oboi, un liuto, un fagotto e - dettaglio particolarmente interessante - due clarinetti, strumenti allora nuovi e rari, giunti recentissimamente dalla Francia a Roma, che probabilmente Vivaldi non aveva mai visti né sentiti a Venezia, tanto che all’inizio della partitura li indicò come “claren”, trascrivendo a orecchio il francese “clarin”, e dalla metà in poi aggiustò la grafia e scrisse “clarini”. Non sapeva nemmeno come si chiamassero esattamente ma la sua straordinaria sensibilità per i timbri lo spinse ad affidare a quei nuovi strumenti - oltre ad alcuni vivace dialoghi con gli altri strumenti nei movimenti veloci - un ‘solo’ nel registro grave, cantabile, dolce e insieme severo, che introduce e conclude il secondo movimento: è breve ma diventa uno dei momenti culminanti di questo Concerto nell’esecuzione di Alessandro Carbonare, che l’ha suonato meravigliosamente, con un timbro delicato e affascinante che faceva sembrare trascurabili le non piccole differenze tra il clarino delle origini e il clarinetto moderno. Molte bene anche i violini concertanti Carlo Maria Parazzoli e Alberto Mina e il violoncello solo Luigi Piovano.

Dopo l’intervallo si passava a Johann Sebastian Bach. Prima la Sinfonia della Cantata “Ich liebe den Höchsten von ganzen Gemüte” BWV 174 e poi il Magnificat BWV 243. Bach ricavò la Sinfonia dal primo movimento del Concerto brandeburghese n. 3, rinforzandone l’orchestra con l’aggiunta di due corni da caccia, due oboi e un oboe contralto. Si può confrontare l’esecuzione di questa Sinfonia con quella dell’incisone integrale dei Brandeburghesi diretta dallo stesso Alessandrini: in questa nuova veste, Ambrosini le ha dato un tempo forse leggermente più lento, dinamiche sicuramente più varie e un carattere più robusto. I Brandeburghesi sono quel capolavoro che sappiamo, ma si potrebbe perfino pensare che la seconda versione di questo singolo movimento, destinata da Bach all’ampio pubblico, sia preferibile alla prima, destinata al Margravio di Brandeburgo e alla sua corte.

Ancora più ampia è l’orchestra del Magnificat, che oltre agli archi include due flauti (flauti dritti nella prima versione, traversi nella seconda, che è quella eseguita in quest’occasione), due oboi (anche oboi d’amore), fagotto, tre trombe, timpani e organo. È una delle più grandi (non come durata) composizioni sacre di Bach. Qui, come nel Dixit Dominus di Vivaldi si sono fatte valere anche le voci soliste, tutte più che buone, ma quelle femminili un tantino meglio di quelle maschili. Erano i due soprano Silvia Frigato e Marianne Beate Kielland, il contralto Sara Mingardo, il tenore Jorge Navarro Colorado e il basso Lisandro Abadie.

Pubblico entusiasta dopo Vivaldi e ancora di più dopo Bach. Applausi calorosissimi per tutti e soprattutto per Alessandrini, applaudito anche dal coro e dall’orchestra: un apprezzamento particolarmente significativo, perché certifica che Alessandrini, che dirige abitualmente il proprio ensemble, si interfaccia altrettanto bene con orchestre di vaste dimensioni. Direttore, solisti, coro e e orchestra evidentemente prevedevano tale successo, tanto che avevano preparato un bis, il corale Jesus bleibet meine Freude dalla seconda versione della Cantata “Herz und Mut und Tat und Leben” di Bach.