Tutta la bellezza e il dolore di Rachmaninov

A Verona, il trionfo di Nikolai Lugansky con l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Stanislav Kochanovsky per il concerto finale del Settembre dell'Accademia 2026

GD

02 ottobre 2026 • 5 minuti di lettura

Nikolai Lugansky, Stanislav Kochanovsky e l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia (foto di Michele Mascalzoni)
Nikolai Lugansky, Stanislav Kochanovsky e l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia (foto di Michele Mascalzoni)

Teatro Filarmonico, Verona

Nikolai Lugansky, Stanislav Kochanovsky e l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia

30/09/2026 - 30/09/2026

La XXXV edizione del festival veronese Il Settembre dell’Accademia si è conclusa con degli autentici fuochi d’artificio sotto forma di quelle emozioni e sensazioni che si ha il lusso di sperimentare solo in presenza di artisti tanto grandi da essere in grado di suscitarle. In una serata tutta dedicata alla Russia, sia in termini di programma (interamente a tema Rachmaninov), sia di interpreti, un gigante del pianismo contemporaneo come Nikolai Lugansky e un direttore di elevatissimo calibro come Stanislav Kochanovsky hanno offerto una performance semplicemente irresistibile.

In realtà, il concerto che ha sigillato l’edizione 2026 del festival internazionale di musica indetto dall’Accademia Filarmonica di Verona fa parte di un tour che si origina a Roma, dove i due artisti menzionati in precedenza hanno eseguito, insieme all’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’integrale delle opere per pianoforte e orchestra di Rachmaninov nell’arco di soli sei giorni. Pertanto, a Verona non dovrebbe stupire l’estrema connessione espressiva riscontrabile tra i tre reparti; eppure, essa ha colpito ugualmente il pubblico lasciandolo a tratti stordito per la bellezza profusa.

Protagonista della prima parte della serata è stata un’esecuzione a dir poco eccezionale, memorabile e da manuale del Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in re minore, in cui Lugansky ha dimostrato nuovamente e senza mezzi termini di essere un pianista completissimo. Già solo ascoltando il celebre e sontuosamente insinuante motivo che apre il concerto, si è avuto modo di ammirare il tocco nobile e morbido dell’interprete; la dolcezza del suo pianismo si è sviluppata di pari passo all’intellegibilità di un fraseggio vivido e articolato, sapientemente messo in risalto dal bravissimo Kochanovsky che ha amministrato l’autorevole impasto sonoro della massima orchestra romana all’insegna di una dettatura ampiamente cesellata.

Ciò che ne è scaturito non è stato il consueto dialogo dialettico – e quindi naturalmente oppositivo – tra il solista e l’orchestra, bensì un unico ipnotico magma di rutilante espressività. Volendo impiegare il gergo cinematografico – particolarmente opportuno visto il carattere magnificamente cinetico dell’esecuzione –, le due parti non erano mai inquadrate attraverso un banale campo/controcampo, ma con un piano d’insieme in grado di instillare, ad ogni battuta, nuova linfa vitale (e musicale) in entrambe.

Lugansky, poi, si è prodigato nell’esibizione di un controllo talmente elevato dell’indipendenza tra le mani che è sembrato di assistere a più concerti e a più pianisti in uno solo: a volte, lo strumento aveva il vigore di un’intera orchestra; a tratti, dischiudeva elegantemente un’intimità quasi cameristica. La linearità del discorso melodico della mano destra era sempre comprensibile, così come lo era la lucidità dell'accompagnmento che sobolliva dalla mano sinistra.

Allo stesso modo, il musicista moscovita ha elargito una qualità e una complessità timbrica fuori dal comune, soprattutto durante la lunga cadenza del primo movimento: tra speroni fulminanti di note ribattute alla velocità della luce eppure sempre limpidissime e scintillanti lazzi acquatici in corrispondenza degli arpeggi e delle scale più impervi, Lugansky ha proposto un equilibrio dinamico sempre affermativo e mai dimentico della complessità emotiva della partitura.

Il direttore ha prediletto una concertazione colta e raffinata, conscia del fatto che Rachmaninov può conservare tutta la sua forza espressiva anche se eseguito con meno fragore dinamico a cui la tradizione ha abituato. Ecco, dunque, che Kochanovsky ha scelto di abbandonarsi alla purezza melodica del compositore e, potendo contare su una compagine così esperta e valida, l’effetto è stato sublime. Il passaggio, senza soluzione di continuità, dal mite e ancestrale secondo tempo allo scatenato e baldanzoso terzo movimento è risultato impeccabile; ugualmente, l’approccio distensivo e analitico del direttore ha partorito una chiosa eccitante e commovente.

Il gagliardo candore di Lugansky si è rifranto sulla spuma tumultuosa della sezione finale del concerto, che ha consentito di illuminare e di apprezzare l’esaltante virtuosismo del solista. Alla fine dell’impertinente e popolaresco gorgo orchestrale che contraddistingue il terzo tempo, Lugansky ha potuto ricongiungersi fraternamente con l’ensemble e intonando gli accordi finali del concerto, struggentemente accompagnati dal famoso e sublime tema degli archi, ha concluso un’esecuzione impeccabile e indimenticabile.
Il riscontro del pubblico è stato chiaramente entusiastico e il solista non ha potuto esimersi dal concedere un bis sulle note della sognante romanza Lilacs (op. 21, n. 5), sempre del grande Rach.

Dopo l’intervallo, il palco del Teatro Filarmonico di Verona è stato occupato dalla lunga ma piacevola Sinfonia n. 2 in mi minore. Considerata il capolavoro orchestrale dell’autore, l’opera venne composta da Rachmaninov tra il 1906 e il 1907, durante il suo soggiorno a Dresda. Ispirato, un po’ conservativamente, al modello di Rimskij-Korsakov e Čajkovskij, il lavoro ottenne subito un grande successo e risanò maggiormente la ferita relativa al fiasco della Prima sinfonia, la quale gettò l’artista nel baratro della depressione (da cui guarì grazie a, com’è noto, l’ampio apprezzamento tributato al Secondo concerto per pianoforte).

In quest’occasione, Kochanovsky ha avuto modo di far comprendere ulteriormente le qualità tecniche dei singoli strumentisti di Santa Cecilia; in particolare, si è apprezzato il caldo velluto dei legni, in cui ha spiccato il legato del clarinetto e del corno inglese, mentre l’oboe ha stupito per il suo soffice temperamento timbrico. Allo stesso tempo, gli archi hanno colpito nel segno con la loro notevole indole sospirante, soprattutto durante l’esteso ed emotivamente estenuante – è un complimento – movimento Adagio.

Nel terzo movimento, infatti, il direttore russo ha portato all’estremo la sua concezione stilistica: la musica di Rachmaninov, spesso giudicata frastornante ed eccessivamente melodrammatica, è costituita invero anche da colossali attese. Queste ultime sarebbero dunque i pilastri su cui l’interprete può edificare il proprio pensiero critico e Kochanovsky l’ha fatto alla perfezione: la tragicità del compositore è stata riletta sul livello della dilatazione agogica e dell’espressività melodica, in modo che tutto il dolore di Rachmaninov fosse esperibile nitidamente in ogni nota.
In generale, un risultato davvero ragguardevole.

Al termine del concerto, applausi scroscianti hanno travolto anche Kochanovsky che, come Lugansky, ha voluto ringraziare a sua volta il pubblico concedendo un energico bis sulle note dello Schiaccianoci.