Don Giovanni tra tradizione e ridondanza visiva

A Verona la ripresa dell’allestimento 2019 inaugura la stagione “fuori Arena” del Filarmonico

SN

21 gennaio 2026 • 3 minuti di lettura

Don Giovanni (Foto Ennevi)
Don Giovanni (Foto Ennevi)

Teatro Filarmonico, Verona

Don Giovanni

18/01/2026 - 25/01/2026

Con Don Giovanni di Mozart, celebrato anche nell’ambito del concomitante festival “Mozart a Verona”, inaugura la stagione “fuori Arena” del Teatro Filarmonico di Verona con una produzione che guarda al passato. Si tratta infatti della ripresa dell’allestimento del 2019, scelta che da un lato garantisce solidità produttiva, dall’altro espone lo spettacolo al confronto con un’idea registica che, già allora, lasciava irrisolti più di un nodo. La regia di Enrico Stinchelli appare infatti fin troppo ricca di spunti, citazioni e suggestioni, ma incapace di ricomporsi in una sintesi davvero convincente e originale. Gli stimoli si accumulano senza trovare un centro drammaturgico saldo, con il risultato di una lettura sostanzialmente sfuggente, che sembra evocare più direzioni possibili senza sceglierne fino in fondo nessuna. I sei ragazzi che (piuttosto maldestramente) aprono il sipario rivelando un palcoscenico con viavai di tecnici intenti a preparare la rappresentazione sono il primo segnale di una regia che accumula segni senza ordinarli. L’affastellarsi di mimi e comparse nelle scene più animate (omaggio all’opulenza figurativa zeffirelliana?) e l’immagine finale di un Don Giovanni burattinaio che manipola i sei sopravvissuti alla sua fine sono solo alcuni elementi di un puzzle che lascia inevasa la domanda fondamentale di chi sia davvero il dissoluto punito.

A prevalere, paradossalmente, è così un impianto complessivamente tradizionale, almeno sul piano visivo, soprattutto per il recupero dei sontuosi costumi firmati da Maurizio Millenotti per un vecchio allestimento di Franco Zeffirelli: abiti di grande fascino visivo, curatissimi e teatrali, che restituiscono immediatamente un Settecento elegante e riconoscibile. Non aiutano nemmeno troppo le scene dello stesso Stinchelli, fin troppo essenziali e del tutto funzionali alle proiezioni di Ezio Antonelli, che finiscono per dominare il segno scenico di questo allestimento. Immagini di architetture classicheggianti di gusto palladiano immerse in ameni paesaggi campestri e improvvise virate fantasy e tempeste di fulmini si susseguono senza tregua per l’occhio dello spettatore, in un flusso visivo tanto spettacolare quanto, alla lunga, soverchiante. Come per la regia, l’impressione è che tale esuberanza iconografica, indubbiamente di effetto, nasconda più di un vuoto nell’impianto concettuale dello spettacolo.

Sul versante musicale, completamente rinnovata rispetto al 2019 è la locandina, che vede sul podio dell’Orchestra della Fondazione Arena il direttore Francesco Lanzillotta. La sua è una lettura piuttosto prudente, priva di particolari slanci o scelte interpretative ardite, ma ha l’indubbio pregio di essere sempre molto attenta al canto e alla concertazione con il palcoscenico. Poche sorprese ma apprezzabile equilibrio e rispetto per le voci. Voci che, nel complesso, risultano ben assortite, benché prive di vere punte di eccellenza, e tutte comunque funzionali all’impianto sostanzialmente tradizionale dello spettacolo. Christian Federici affronta Don Giovanni con autorevolezza vocale e solida presenza scenica, restituendo nel complesso un ritratto di seduttore piuttosto terragno e non troppo demoniaco. Al suo fianco, Paolo Bordogna disegna un Leporello fortemente caratterizzato sul versante buffo, vocalmente sicuro e teatralmente esuberante, talvolta a scapito delle zone d’ombra del personaggio, ma sempre comunicativo e preciso nel fraseggio. Di grande eleganza il Don Ottavio di Edgardo Rocha, che conferma uno stile mozartiano molto curato, con emissione levigata e fraseggio nobile. Elisa Verzier (Donna Anna) e Marta Torbidoni (Donna Elvira) disegnano personaggi dal forte carattere e di buona tenuta vocale complessiva: la prima convincente per solidità vocale e controllo, la seconda intensa e partecipe sul piano espressivo, pur in una regia che non valorizza particolarmente lo scandaglio psicologico dei personaggi. Spigliata e fresca la Zerlina di Emma Fekete, ben assortita al Masetto di Alessandro Abis, coppia credibile e vivace, capace di restituire con naturalezza la dimensione più terrena e popolare dell’opera. Roboante e autorevole il Commendatore di Ramaz Chikviladze, la cui presenza vocale lascia un segno netto, anche se, dopo la morte per mano di Don Giovanni, il personaggio sopravvive solo “in spiritu” ossia attraverso le proiezioni in scena. Precisi gli interventi del Coro della Fondazione Arena di Verona.

La sala gremita e l’accoglienza calorosa del pubblico confermano comunque l’efficacia comunicativa di uno spettacolo che, pur nei suoi limiti concettuali, riesce a incontrare il sonoro favore degli spettatori presenti alla prima.