Sokolov e il rito

Appuntamento annuale a Santa Cecilia, Beethoven e Schubert e i rituali sei bis

CL

07 aprile 2026 • 3 minuti di lettura

Grigory Sokolov
Grigory Sokolov

Accademia di Santa Cecilia Roma

Grigory Sokolov, recital

30/03/2026 - 30/03/2026

Tra i riti del pubblico romano c’è il concerto di Sokolov. Annunciato nella stagione da camera dell’Accademia di Santa Cecilia regolarmente con programma da definire (come accadeva per Pollini), collocato sempre in questo periodo dell’anno, vissuto come una cerimonia religiosa a luci soffuse, regolarmente chiuso con sei bis, ovvero un concerto nel concerto. L’atmosfera è quella del grande evento, il tram che porta all’auditorium pullulava di giovani e meno giovani pianisti e appassionati – illusione di consistente presenza in una realtà che normalmente relega il pubblico della classica ad una piccola sparuta nicchia.

Con questo spirito ci apprestavamo all’ascolto di un pianista che ormai è una leggenda vivente. Negli ultimi anni Sokolov ha spostato la sua attenzione verso i classici, in questo caso c’era una prima parte tutta beethoveniana, Sonata op.7 e Bagattelle op.126. Più di venticinque anni separano le due opere, dal 1797 al 1824, due epoche molto diverse.  La drammaturgia della forma sonata del primo Beethoven in questa interpretazione viveva nei contrasti dinamici, molto marcati. Improvvise oasi di tenerezza si aprivano dopo potenti incisi mentre la conduzione del tempo, attestata su un andamento moderato, si ispirava ad un’idea rapsodica a nostro avviso vero filo conduttore dell’intera visione musicale di Sokolov. Esemplare in questo senso l’ultimo movimento della Sonata che alterna il tema amabile d’inizio, quasi schubertiano, agli episodici energici che intramezzano il rondo. Più eccentrica la scrittura delle Bagattelle op.126, congegnate in un’alternanza di diverse e opposte situazioni espressive non collegate dal filo narrativo della forma sonata. Rese nella loro imprevedibile umoralità apparivano esiti di una “scrittura emotiva volatile”, così definita da Oreste Bossini nelle note di sala, pezzi liberi nei quali l’ultimo Beethoven ha profuso la sua visionarietà. 

La Sonata in si bemolle maggiore D 960 di Schubert, l’ultima delle tre composte nell’ultimo anno di vita - un pezzo ormai frequentemente presente nelle sale da concerto - riservava qualche sorpresa. La natura lirica ed estatica di una sonata che nella sua circolarità sembra negare il senso del divenire, come sottolineato dalle letture interpretative più recenti, da Sokolov veniva animata da contrasti accesi, ‘forti’ beethoveniani ed eroici nel primo movimento accentuavano la natura drammatica e romantica. Nel secondo movimento la melodia molto marcata ed enunciata in un tempo scorrevole descriveva mirabilmente un lungo ininterrotto arco, quasi noncurante di tutte le interpolazioni che caratterizzano la pagina. Più espansiva che assorta, più possente che introversa, la sonata continuava con uno Scherzo dal tono gagliardo e si concludeva con il movimento finale ricco di spunti e rapsodico per sua natura.  

Iniziava poi la lunga serie di bis, un concerto nel concerto, in cui lo Chopin delle mazurche (op 50 n.3, op 68 n.2, op 30 n.3) si alternava al Brahms della Rapsodia op.79 n.2 e della Ballata op.10 n.3, per chiudere con il breve Preludio op 11 n.4 di Scriabin. Nel trattamento ritmico del tutto personale che Sokolov riservava a questi ‘encore’ le mazurche apparivano rarefatte e incuranti della loro pulsazione originaria, dissolte in un’eternità assorta; il Brahms della Rapsodia cavalleresco ed eroico, grandioso e impressionante; il Brahms della Ballata ritmicamente quasi irriconoscibile ma straordinariamente visionario e timbricamente magico. Scriabin ai titoli di coda era come il ritorno a casa, l’appartenenza russa, il suggello finale. Quasi tre ore di musica, pubblico in visibilio. Ancora una volta il rito si è adempiuto.