La bohème di Leoncavallo, per la prima volta al Regio di Torino
Direzione di Andrea Battistoni e regia di Francesco Micheli per il terzo titolo del Festival Verismo
28 ottobre 2026 • 2 minuti di lettura
Teatro Regio Torino
La bohème
27/10/2026 - 22/11/2026Il Festival Verismo, che apre la stagione 2026/2027 "Fatale" del Teatro Regio di Torino, è giunto alla seconda tappa. Dopo il successo degli allestimenti di Cavalleria rusticana di Mascagni e Pagliacci di Leoncavallo, il 27 ottobre ha debuttato al Regio un'opera di Leoncavallo poco rappresentata. Forse giustamente. È La bohème.
Chiariamoci: è giusto, anzi, è sacrosanto che il Teatro Regio l'abbia proposta, perché nessuno meglio di Andrea Battistoni, oggi, è in grado di valorizzarla. Affronta il repertorio verista con una serietà, una passione e uno scavo analitico che, anche questa volta, hanno lasciato tutti soddisfatti, per varietà di colori, intensità di accenti, mobilità nei tempi. Ma tra tutti i titoli veristi, se lo merita, questo trattamento di lusso, La bohème di Leoncavallo?
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Per certi versi sì, proprio a causa dei suoi difetti, confermati all'ascolto dal vivo. La qualità della scrittura è diseguale, la struttura è sgangherata, e durante le sue due ore e un quarto non si piange, non si ride, si rimane così così. Eppure ha un fascino strano. Sembra scritta da un bohémien, cioè da un musicista troppo giovane, troppo ricettivo a tutta la musica che la vita di Parigi gli offre, e che butta spensieratamente dentro la propria musica, come fossero objets trouvés, solo perché gli piacciono: un po' di Wagner, un po' di operetta, un po' di Rossini, ecc. ecc. In mezzo al marasma, ogni tanto spunta una romanza di fattura raffinatissima, tra il napoletano e il francese, e lì dici: ecco Leoncavallo. La sua Bohème non entrerà in repertorio mai, ha senso solo se eseguita da un qualcuno che ci crede. Cvd.
La regia di Francesco Micheli ambienta ciascun atto in una stagione metaforica della vita, dalla primavera della giovinezza all'inverno della morte vicina; e tutto senza cambiare l'impianto scenico, molto semplice, ma solo gli elementi di arredo. Simboli classici dell'iconografia delle nature morte (fiori, clessidre) ci ricordano che tutto è vanità. La lettura ha grande presa drammatica negli ultimi due atti, quelli più tragici, dove anche la recitazione diventa più scarna e vera. Ne vale la pena, ma bisogna superare il primo atto, dove la regia sembra una parodia delle "regie moderne", quelle con le parrucche fucsia, le mossette e poco altro. Il secondo atto è costruito intorno a un'idea di grande effetto, molto coerente con la drammaturgia, ma uno spoiler rovinerebbe la sorpresa.
Tra i protagonisti, l'ottimo Matteo Lippi ha interpretato Marcello con uno stile molto elegante, che conteneva quegli urli e singhiozzi veristi che a molti non piacciono in una vocalità equilibrata e rotonda. Bene anche Anna Goryachova (Musette) e Alessandro Luongo (Rodolfo); emozionante la Mimì di Francesca Dotto, una vera cantante-attrice. Alti e bassi nel resto del cast, in generale su un buon livello; il coro del Regio superstar. See you next con Iris, ultimo titolo del Festival Verismo.