La bohème di Leoncavallo, per la prima volta al Regio di Torino

Direzione di Andrea Battistoni e regia di Francesco Micheli per il terzo titolo del Festival Verismo

LS

28 ottobre 2026 • 2 minuti di lettura

La bohème (foto: Daniele Ratti)
La bohème (foto: Daniele Ratti)

Teatro Regio Torino

La bohème

27/10/2026 - 22/11/2026

Il Festival Verismo, che apre la stagione 2026/2027 "Fatale" del Teatro Regio di Torino, è giunto alla seconda tappa. Dopo il successo degli allestimenti di Cavalleria rusticana di Mascagni e Pagliacci di Leoncavallo, il 27 ottobre ha debuttato al Regio un'opera di Leoncavallo poco rappresentata. Forse giustamente. È La bohème.

Chiariamoci: è giusto, anzi, è sacrosanto che il Teatro Regio l'abbia proposta, perché nessuno meglio di Andrea Battistoni, oggi, è in grado di valorizzarla. Affronta il repertorio verista con una serietà, una passione e uno scavo analitico che, anche questa volta, hanno lasciato tutti soddisfatti, per varietà di colori, intensità di accenti, mobilità nei tempi. Ma tra tutti i titoli veristi, se lo merita, questo trattamento di lusso, La bohème di Leoncavallo?

La bohème (foto: Daniele Ratti)
La bohème (foto: Daniele Ratti)

Per certi versi sì, proprio a causa dei suoi difetti, confermati all'ascolto dal vivo. La qualità della scrittura è diseguale, la struttura è sgangherata, e durante le sue due ore e un quarto non si piange, non si ride, si rimane così così. Eppure ha un fascino strano. Sembra scritta da un bohémien, cioè da un musicista troppo giovane, troppo ricettivo a tutta la musica che la vita di Parigi gli offre, e che butta spensieratamente dentro la propria musica, come fossero objets trouvés, solo perché gli piacciono: un po' di Wagner, un po' di operetta, un po' di Rossini, ecc. ecc. In mezzo al marasma, ogni tanto spunta una romanza di fattura raffinatissima, tra il napoletano e il francese, e lì dici: ecco Leoncavallo. La sua Bohème non entrerà in repertorio mai, ha senso solo se eseguita da un qualcuno che ci crede. Cvd.

La bohème (foto: Daniele Ratti)
La bohème (foto: Daniele Ratti)

La regia di Francesco Micheli ambienta ciascun atto in una stagione metaforica della vita, dalla primavera della giovinezza all'inverno della morte vicina; e tutto senza cambiare l'impianto scenico, molto semplice, ma solo gli elementi di arredo. Simboli classici dell'iconografia delle nature morte (fiori, clessidre) ci ricordano che tutto è vanità. La lettura ha grande presa drammatica negli ultimi due atti, quelli più tragici, dove anche la recitazione diventa più scarna e vera. Ne vale la pena, ma bisogna superare il primo atto, dove la regia sembra una parodia delle "regie moderne", quelle con le parrucche fucsia, le mossette e poco altro. Il secondo atto è costruito intorno a un'idea di grande effetto, molto coerente con la drammaturgia, ma uno spoiler rovinerebbe la sorpresa.

La bohème (foto: Daniele Ratti)
La bohème (foto: Daniele Ratti)

Tra i protagonisti, l'ottimo Matteo Lippi ha interpretato Marcello con uno stile molto elegante, che conteneva quegli urli e singhiozzi veristi che a molti non piacciono in una vocalità equilibrata e rotonda. Bene anche Anna Goryachova (Musette) e Alessandro Luongo (Rodolfo); emozionante la Mimì di Francesca Dotto, una vera cantante-attrice. Alti e bassi nel resto del cast, in generale su un buon livello; il coro del Regio superstar. See you next con Iris, ultimo titolo del Festival Verismo.