Due Pastorali per Jonathan Webb
Vaughan Williams e Beethoven per la prima della stagione della Camerata Strumentale di Prato
06 novembre 2026 • 4 minuti di lettura
Teatro Politeama, Prato
Camerata Strumentale di Prato, inaugurazione della stagione
05/11/2026 - 05/11/2026Non da oggi i programmi della Camerata Strumentale di Prato colpiscono per l’originalità di proposte che fanno sì che anche ascoltatori dalle pluridecennali frequentazioni sinfoniche incontrino, per la prima volta dal vivo, pagine belle e sorprendenti, in un ragionato confronto con ciò che è già ben noto. In quest’occasione, per questo concerto d’apertura di stagione al Teatro Politeama di Prato, vorremmo dare il merito di una gradita riscoperta al direttore principale dell’orchestra pratese, Jonathan Webb. Webb è un ottimo direttore, ben noto anche in Italia, soprattutto per il suo Britten (ricordiamo almeno l’egregia direzione del Giro di vite al Maggio Musicale Fiorentino del 2015) e per il repertorio novecentesco e contemporaneo.
Ma stavolta, giacché il focus della stagione ‘26 – ‘27 della Camerata è Beethoven (il 2027 segna il bicentenario della morte), ha proposto un accostamento originale e stupendo tra due “Sinfonie Pastorali”, la Sesta di Beethoven e la Terza di Ralph Vaughan Williams che la chiamò proprio così, “A Pastoral Symphony”, che veniva eseguita nella prima parte del concerto. Stupendo, questo accostamento, perché Webb, ci sembra, è andato in cerca delle palesi differenze, ma anche di certe profonde affinità, in cui la consolazione che la natura sa dare all’umanità è messa in forse, e in ogni caso parte da intenzioni e suggestioni tanto differenti.
Questa Terza di Vaughan Williams nasce infatti come un’elegia che celebra i dolorosi ricordi della carneficina della Prima Guerra Mondiale, a cui il compositore partecipò non come combattente (era nato nel 1872, era dunque ultracinquantenne allo scoppio del conflitto) ma – proprio come Ravel - in qualità di ausiliario di sanità, con il compito di raccogliere i corpi dilaniati dei giovani uccisi e feriti. Queste impressioni si riflettono nella partitura. Webb ne ha efficacemente tratteggiato per il pubblico, prima di eseguirla, il racconto che nella sua interpretazione ne nutre il sostrato ideativo e poetico, ossia quattro movimenti che per lui sono le quattro stagioni, estate, autunno, inverno, primavera.
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Sulla falsariga di questa suggestione, diremmo che in questa sinfonia la pienezza di vita dell’estate (Molto moderato) si esprime nel brulicare panteista delle linee strumentali delicatamente intrecciate in un equilibrio encomiabile, quasi debussyano anche negli aggregati armonici, di trasparenza e molteplicità di timbri e volute melodiche, con un’orchestra che riesce leggera anche nella ricchezza delle linee, e tuttavia, tutto, tutto suona malinconico, profondamente triste, come se il verde indimenticabile e fresco dell’estate inglese si alterasse.
Poi un autunno (Lento moderato) che è un’invenzione davvero particolare, perché, sempre tenendo fede alla suggestione stagionale di Webb, spariscono del tutto i ben noti richiami della musica a soggetto naturalistico - le Quattro Stagioni vivaldiane, le Stagioni di Haydn - all’operosità e alla convivialità dell’autunno, e sull’orizzonte illividito dell’orchestra spicca in solitudine il tragico richiamo di una cornetta militare che sembra chiamare i morti. L’inverno (Moderato pesante) è ritmato da fanfare spettrali, la primavera (Lento) porta a conclusione questa visione tragica con il canto senza parole di una voce femminile a lutto (qui incisivamente espresso da una voce sopranile importante, Alice Rossi, collocata nella gallerie del Politeama), e l’orchestra si compatta serrandosi senza speranza sul motto melodico con cui parte l’assolo vocale.
Si condivida o no questa chiave “stagionale” di Webb, è certo che questa bella partitura, così lirica e toccante, nega però, forse, che la natura possa davvero consolare, ciò che invece costituisce il fondo immaginativo della Sesta beethoveniana, e questa è la profonda differenza sul piano dell’invenzione, diremmo del contenuto. Una differenza basilare, ma poi ci sono altre cose in comune, dal brulicare di vita rappresentato dall’orchestra nei primi movimenti di tutte e due le sinfonie, alla marcatura delle fanfare, gioiosa in Beethoven e spettrale in Vaughan Williams. Insomma ci è sembrato un accostamento azzeccato, e un’occasione per ascoltare dal vivo una sinfonia di grande qualità e del tutto priva dei toni pomposi e consolatori che, forse per difetto di conoscenza, siamo abituati ad attribuire a tanti autori inglesi prima della grande svolta rappresentata da Benjamin Britten.
Webb ci ha convinto in pieno anche in Beethoven, con tempi agilmente “abbadiani” ma trattati con scioltezza e levigatezza, in una visione complessiva luminosa e delicata (ad esempio nel crescendo che segna il culmine vitalistico del primo movimento) e ben evidenziando il genio beethoveniano delle transizioni, ad esempio nello stacco del fugato che che segna il preludio del Temporale.
Nelle due sinfonie, è stato coadiuvato veramente molto bene da un’orchestra che ci è sembrata in forma eccellente, per tenuta delle file degli archi e valentìa davvero notevole degli strumentini e degli ottoni, per cui segnaliamo almeno l’ottima prestazione della prima tromba Filippo Daga nel secondo tempo della Terza di Vaughan Williams, e in Beethoven, in realtà, l’eccellente fusione di tutti, proprio tutti, nel conseguire il respiro naturale, la ricchezza d’intrecci e il particolare gioco dinamico che caratterizzano in modo speciale questa tra le sinfonie beethoveniane. Successo ottimo.