C2C Festival 2026, le pagelle - Seconda parte
Cronaca del terzo e quarto giorno di C2C Festival, con un finale in crescendo epico
03 novembre 2026 • 5 minuti di lettura
Torino, OGR e Lingotto
C2C 2026
30/10/2026 - 01/11/2026Raccolgo il testimone dal collega Ennio Bruno e affondo il colpo nel giudicare le due serate conclusive del C2C Festival, che per qualità non hanno avuto nulla da invidiare alle prime due; peraltro, è nella serata finale di domenica 1° novembre che c’è stata forse la sorpresa più bella della rassegna… ma non anticipiamo nulla!
Giorno 3 (Lingotto Fiere)
Chantssss. Nel deserto del tardo pomeriggio del sabato (ci si chiede quanto senso abbia far iniziare i live alle 17 e 30, visto che prima delle 20 le sale sono praticamente vuote), si parte con la performance del misterioso Chantssss, producer italiano con un album all’attivo. La sua è una ambient beatless che spinge sulla densità sonora: muri di synth potentissimi, non al livello di un Tim Hecker ma la strada è quella; a tratti l’effetto fa pensare addirittura a un organo a canne. Forse il set era più adatto a un chill out da ore 5 di mattina, ma non era malaccio. Voto: 6,5, con la benedizione di pochi fedeli
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Joanne Robertson. Sarò franco: questi set ormai diffusissimi per voce e chitarra elettrica hanno veramente stufato. Anche perché spesso non c’è sostanza dietro questo apparato: la solita voce femminile “fragile ed espressiva” (?), il solito effetto riverbero neanche fossimo nel 1967, le solite distorsioni che fanno solo pensare che la chitarra sia scordata (e probabilmente lo è). E tanta, tanta noia. Voto: 5, in un impeto di generosità
Liim. Giovane, nero e newyorkese, Liim arriva come esordiente con la benedizione di Tyler, The Creator. Sicuramente ha ancora parecchie ingenuità, ma il suo funk morbido per basi e voce, contaminato con hip hop e soul, è groovy quanto basta per dare la prima scossa alla serata. Voto: 7, e diamo fiducia ai giovani, perbacco
Fine. Alle 20:15 è l’inizio della Fine, e con l’artista di Copenhagen timbra il cartellino uno dei nomi più attesi del C2C 2026. Hype smisurata grazie a testate come Pitchfork, una label super trendy come la Escho, e le aspettative sono tutto sommato rispettate. C’è una band e si sente (malgrado un batterista un po’ legnoso e particolarmente monotono nella scelta dei pattern), le canzoni sono quadretti delicati e fanno pensare a una versione più sostenuta di Beth Gibbons, con puntate decisamente rock degne della prima PJ Harvey. Il concerto non è miracoloso ma molto suggestivo, Fine effettivamente prova di non essere un bluff. Voto: 7,5, per una volta l’hype è giustificato
Kelela. Altro nome attesissimo, con un album che ho già piazzato nelle zone alte della playlist 2026, la regina del new R&B fa un ingresso spettacolare tra fumi densissimi (che non cesseranno per l’intero spettacolo), un sound greve e potente, e un look da dark lady in completo di pelle nera, misteriosa e affascinante. L’impatto sonoro però è esageratamente pompato sui bassi (della batteria in pratica si sente solo la cassa), e non sempre consente alle canzoni di spiccare il volo. Che peccato: dopo mezz’ora i tecnici corrono ai ripari, ma l’effetto complessivo è purtroppo compromesso, anche se la classe di Kelela resta fuori discussione. Voto: 7, una mezza occasione mancata
Kode9 & RP Boo. Una volta qui era tutta elettronica. E quindi ben venga il ritorno del veterano Kode9 (che se non sbaglio vanta il record di presenze al festival torinese) assecondato dal pioniere del footwork RP Boo. Ecco, questo era il set elettronico che volevamo. Tutto giocato su bpm altissimi, capaci di mettere in crisi anche il più incallito ballerino, questo è stato uno dei momenti più eccitanti dell’intero festival. Dubstep frenetico, drum’n’bass vecchio e nuovo, addirittura hard techno a tratti, il concerto di Kode9 e RP Boo ha mostrato quanto può essere davvero irresistibile uno show puramente elettronico. Voto: 8, e non abbiamo ancora smesso di muovere il culo
Chuquimamani-Condori presents DJ E. Per descrivere questo concerto chiedo il supporto del collega Ennio Bruno, esperto del genere: l'artista americano-boliviano ha offerto un set che ha sfidato le convenzioni della musica da club e dell’elettronica d’avanguardia: la performance ha fuso l'urgenza dell'innovazione digitale con il profondo recupero delle radici culturali andine.
Il set si è mosso come un flusso continuo e stratificato, in cui trame sonore abrasive e decostruite si alternavano a momenti di intensa spiritualità e malinconia folk. L'uso dei campionamenti, delle percussioni e delle frequenze distorte ha trasformato il dancefloor in un luogo di riflessione politica e antropologica. Tutto bene dunque? No, perché probabilmente erano sbagliati tanto l'orario quanto il palco. Dopo una ventina di minuti infatti molti spettatori si sono spostati nella sala del Dazed Stage, animati dalla semplice voglia di ballare. Comunque: Voto: 7, anche perché ho imparato a dire il suo nome al primo tentativo
Giorno 4 (OGR)
Carl Stone. Con oltre 70 primavere e una discografia che parte nei primi anni ’80, fa un po’ impressione vedere un personaggio storico come Carl Stone relegato nel primo set dell’ultima serata, con un pubblico sparpagliato e distratto che più che altro aspetta di vedere i nomi di tendenza in cartello. Carl non fa nulla in verità per convincere gli ascoltatori del suo valore, con un set schizofrenico che passa dalla musica etnica alla techno estrema senza soluzioni di continuità. Voto: 6, per rispetto degli anziani
Grouper. A sensazione il personaggio più atteso dell’intero festival, Liz Harris aka Grouper è stata pienamente all’altezza delle aspettative. Quasi un’ora di elettronica ambient poteva essere non facile da assimilare, ma il set si è svolto con una tale naturalezza che l’ipnosi collettiva ha funzionato senza sbavature. Inoltre Grouper ha mostrato di saper costruire un concerto con abilità rara, facendolo crescere a poco a poco e aumentandone in parallelo l’intensità emotiva, riservando al finale l’esplosione noise che crea la catarsi. Bellissimi i visual a contorno. Voto: 8, ambient di classe con pochi termini di paragone
Marina Herlop. Per quanto intrigante e ricco di stimoli possa essere Dja Dja, il recentissimo album della catalana Marina Herlop, era legittimo porsi qualche domanda su quanto il suo contenuto, che resta di natura essenzialmente sperimentale, fosse adatto a un’esibizione live. In fin dei conti, la resa del concerto è stata semplicemente sbalorditiva. Pianoforte e tastiere, percussioni atipiche e un soprattutto un continuo incrocio di voci femminili hanno creato un sound stupefacente che non ha praticamente termini di paragone nel panorama musicale: potrei azzardare similitudini con Daniela Pes, in un formato meno etnico e più fiabesco.
Ad ogni modo, il pubblico si è lasciato trasportare in un’altra dimensione, ammaliato anche dalla scenografia suggestiva e dalla capacità di Marina di passare da atmosfere oniriche e impalpabili a momenti di inaudita potenza sonora. Aggiungo che Herlop è bellissima e ha mostrato una comunicativa inusuale nei confronti del pubblico: tanto mi basta per decretarla vincitrice assoluta del C2C 2026. Voto: 9, chi ha visto il live sa che non è esagerato
Headache. Dopo 4 giorni di musica, mettere quasi in conclusione un artista che si chiama “Mal di testa” richiede un certo coraggio. Ma la proposta di questo duo non ha nulla di ostico, in quanto si tratta di sample music su cui si appoggia un recitato molto narrativo. Direi abbastanza ordinaria amministrazione, con un certo qual imbarazzo nel giudicare la scelta dei campionamenti, che da Billy Idol agli Smiths si possono ritenere un tantino ammiccanti. Voto: 6, più che altro per la capacità di accattivarsi il pubblico