Anna Pirozzi e la necessità di cantare bene
L'intervista ad Anna Pirozzi in occasione del concerto, tutto dedicato al repertorio verdiano, che terrà il 4 ottobre nell'ambito del Modena Belcanto Festival
02 ottobre 2026 • 6 minuti di lettura
In occasione del recital previsto per il 4 ottobre e che la vedrà protagonista nell’ambito del Modena Belcanto Festival, abbiamo avuto l’occasione di intervistare Anna Pirozzi, soprano di fama mondiale e che, insieme al direttore Davide Massiglia e alla Filarmonica del Comunale di Modena, guiderà il pubblico in un viaggio tutto dedicato al repertorio verdiano.
Il Modena Belcanto Festival si pone l’obiettivo di indagare il belcanto in tutte le sue sfaccettature, comprendendone sia le definizioni più tradizionali, sia quelle relative alla sua evoluzione nel corso del tempo. Il termine, infatti, ha assunto significati molto diversi e continua a essere oggetto di interpretazioni. Ad esempio, Renata Scotto diceva che “tutto è belcanto”, volendo insistere sull’importanza di cantare in modo “bello” qualsiasi repertorio, da Monteverdi a Puccini. Che cosa significa per lei “belcanto” e come si colloca Verdi nell'evoluzione di questa tradizione?
«Effettivamente il termine “belcanto” si riferisce soprattutto a compositori come Bellini e Donizetti; tuttavia, io sono d’accordo con Renata Scotto: bisogna cantare tutto bene, soprattutto Verdi. Lui si ispirò moltissimo alle opere di quegli autori e alla fine divenne il più rivoluzionario per quanto riguarda la scrittura vocale, innanzitutto in termini di struttura. Basti pensare a come Verdi passò dalla forma chiusa “recitativo-aria-cabaletta” a quella più libera dell’aria aperta con declamati. Comunque, anche Verdi è belcanto, perché è molto difficile da cantare.»
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Il concerto è dedicato a Mirella Freni: qual è il suo rapporto con questa grande artista?
«Io ebbi l’onore di conoscere Mirella Freni quand'ero giovane, durante i miei studi e in occasione di una sua masterclass. Rimasi molto impressionata dalla sua forte personalità e dai preziosi consigli tecnici che mi forniva e di cui tuttora faccio tesoro. Sicuramente è un’ispirazione, perché alcuni ruoli da lei interpretati restano iconici: Madama Butterfly, Mimì, Elisabetta di Valois e tanti altri da cui io attingo e che continuo ad ascoltare ancora oggi, per studio e ispirazione.
Infatti, ricevere il Premio Mirella Freni mi ha reso felicissima, anche perché lei diceva che noi due avevamo una certa affinità caratteriale; assistendo alle mie masterclass notava che anch’io ho una personalità molto forte quando devo spiegare qualcosa. E poi, un’altra caratteristica che mi colpiva molto di lei era il suo anitidivismo: Mirella era una donna di famiglia, una moglie e una madre, proprio come me. Insomma, entrambe siamo due persone con i piedi per terra e dedite alla musica.»
Lei è una delle voci liriche più importanti, riconosciute e apprezzate nel mondo: qual è il suo rapporto con il divismo?
«Il divismo un po’ mi affascina, ma non riesco a entrarci dentro veramente perché è una cosa che non fa parte di me. Provo a starci dietro il più possibile, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto dell’immagine, cioè quello relativo alle foto e ai social network. Comunque, quello divistico è un mondo di cui non faccio parte, anche se molti mi chiamano “diva”; magari perché canto in tutti i teatri.»
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Lei ha affrontato alcuni dei ruoli più impegnativi del repertorio verdiano, come Lady Macbeth e Abigaille. Nel recital interpreterà anche “Ben io t'invenni” da Nabucco, un brano che contiene uno dei passaggi vocalmente più impegnativi che siano mai stati scritti, ovvero quello del famoso – o famigerato – salto di registro in corrispondenza del “fatal sdegno”. Dunque, quali sono, in generale, le principali difficoltà di questo repertorio e quali sono le interpreti del passato a cui guarda come riferimento per il canto verdiano?
«Nabucco è il mio cavallo di battaglia, dato che è un’opera che ho cantato in tutto il mondo. Nel programma del concerto modenese ho voluto
inserire le eroine verdiane che ho frequentato di più, anche se ho aggiunto qualche
ruolo che ho visitato meno, come quello di Lucrezia Contarini da I due
Foscari, a cui sono molto legata perché ha rappresentato il mio
debutto al Teatro alla Scala [nel 2016]. Allo stesso modo, ho inserito l’Ave
Maria da Otello; Desdemona è stato un ruolo che ho interpretato una
sola volta da giovane e mi piacerebbe riprenderlo prima o poi. Inoltre, mi piaceva
inserire un brano di preghiera in questo particolare momento storico.
Per quanto riguarda Abigaille, per me il punto di riferimento durante gli studi
è stata Ghena Dimitrova, mentre per altri personaggi ho sempre considerato Renata
Tebaldi, Maria Callas, Mirella Freni, Renata Scoto e Daniela Dessi.»
Quanto pensa che la dimensione fisica sia importante per un cantante lirico rispetto al repertorio belcantistico? E come è cambiato questo aspetto oggi, considerando le esigenze fisiche sempre maggiori imposte da molte regie contemporanee? Si riesce a trovare un equilibrio tra l’atletismo richiesto alla voce e quello richiesto al corpo da alcuni registi?
«Per cantare come si deve il belcanto, innanzitutto è necessaria la stabilità del corpo; se i registi ci fanno fare le capriole mentre cantiamo, non va bene. Quindi, tocca a noi cantanti imporre dei limiti ad alcuni registi e dire loro cosa si può e non si può fare. In generale, io sono molto per le regie classiche – lo dico sempre –, però anche quelle moderne possono andare bene, purché seguano una logica o quantomeno il libretto e non nuocciano al canto. La gente viene a teatro per sentire cantare bene e noi cantanti dobbiamo essere messi nella condizione di farlo.»
Quali sono le principali differenze nella preparazione di un'opera in forma scenica e di un recital? In quest'ultimo caso bisogna passare rapidamente da un personaggio all'altro e attraverso contesti drammatici differenti: come si riesce, pur trattandosi di singoli numeri chiusi, a mantenere viva la dimensione psicologica e teatrale dei personaggi?
«Io dico sempre che esibirsi in un recital è più difficile che cantare un’opera intera, appunto perché si passa da un personaggio all’altro. Magari, nel concerto che terrò a Modena il passaggio non sarà molto brusco dato che il programma prevede esclusivamente ruoli verdiani; tuttavia, quando si salta dal primo al tardo Verdi i cambiamenti risultano più evidenti in termini di scrittura vocale e psicologica dei personaggi. In questo caso, non bisogna far altro che affidarsi a quello che ha scritto Verdi; però, in generale, è davvero molto difficile esibirsi in un recital, quindi occorre grande concentrazione.»
Guardando al futuro e comunque considerando la sua attuale inclinazione vocale verso il repertorio drammatico, ci sono ruoli che vorrebbe ancora affrontare o reinterpretare? Per il belcanto, penso a Bellini, magari anche a opere meno eseguite come Il pirata (titolo da lei frequentato una sola volta, a Montecarlo nel 2020) o, rispetto a Verdi, alla tanta sognata Traviata. Oppure, sente il desiderio di ampliare ulteriormente il repertorio verso altre lingue e tradizioni, per esempio quella francese o quella tedesca (magari Wagner, con personaggi come Brünnhilde o Isolde)?
«Purtroppo, il tempo passa e la voce cambia; quindi, ormai
il belcanto devo accantonarlo, anche se Il Pirata mi manca tantissimo
e mi piacerebbe molto ricantarlo. Chissà, magari con una visione diversa e più
adatta alla mia voce. Io dico sempre che quando si affronta il belcanto,
bisogna fermarsi un attimo e stare lì a cesellare ogni suono, perché la tecnica
va curata alla perfezione.
Rispetto a Verdi, ho cantato tutto quello che potevo cantare. Magari mi piacerebbe riprendere Desdemona ed Elisabetta di Valois oppure cantare Violetta, anche solo in forma di concerto.
Comunque sì, mi sto dirigendo verso il drammatico ma resto ancorata al repertorio italiano. Quello tedesco non mi attira molto sinceramente: da un lato a causa della lingua, perché io ci tengo a capire ciò che canto, quindi dovrei fare un grande lavoro in quel senso; dall’altro perché io sono abituata alle splendide melodie di Verdi e Puccini. Non voglio dire che le melodie wagneriane non siano belle, però quelle italiane per me sono tutta un’altra cosa. Comunque, io sono sempre aperta alle sfide e alle proposte, quindi attendo.»
Questa edizione del Modena Belcanto Festival è dedicata a Verdi, in occasione del 125° anniversario della sua morte. Cosa ne pensa delle recenti vicende legate a Villa Verdi e agli interventi, tra gli altri, di Riccardo Muti e Luca Salsi in merito? Quanto è importante preservare questo luogo fisico della memoria verdiana?
«Sono molto dispiaciuta della situazione. Credo che Villa Verdi sia un punto di riferimento per tutti, anche per i non addetti ai lavori. È un luogo che non può essere abbandonato a sé stesso e il governo deve impegnarsi a riportalo in fiore. Io ricordo bene quando visitai Villa Verdi per la prima volta, fu una forte emozione. Spero che si faccia qualcosa di importante per riportarla in auge e sono molto contenta delle iniziative organizzate da Riccardo Muti e Luca Salsi.»