Aldo Sisillo e il senso del Belcanto

Intervista al direttore del Teatro Comunale di Modena in occasione dell'edizione 2026 del Modena Belcanto Festival

GD

15 settembre 2026 • 6 minuti di lettura

Aldo Sisillo (foto di Rolando Paolo Guerzoni)
Aldo Sisillo (foto di Rolando Paolo Guerzoni)

In occasione dell’edizione 2026 del Modena Belcanto Festival, in programma dal 16 settembre al 12 novembre (qui il calendario completo), abbiamo avuto l’opportunità di fare quattro chiacchiere con Aldo Sisillo, direttore del Teatro Comunale di Modena, e che ci ha guidato attraverso i numerosi e interessanti eventi previsti nella kermesse, tra tradizione e innovazione, tra musica antica, barocca, classica e contemporanea e all’intersezione tra musica, teatro, cinema e danza.

Nella vulgata generale, soprattutto presso i melomani, per “belcanto” si intende spesso uno stile di scrittura e di interpretazione vocale risalente ai primi decenni dell’Ottocento e sugellato da autori come Rossini, Bellini e Donizetti. Tuttavia, com’è noto, questo stile ha radici ben più antiche e “belcanto” può diventare anche un termine “ombrello” per intendere più cose. D’altronde, per citare Renata Scotto, “tutto è belcanto”. Quindi, che significato assume per lei questo termine e come si sposa con gli intenti del Modena Belcanto Festival?

«Il Modena Belcanto Festival parte dalla valorizzazione dell'eredità che ci hanno lasciato Luciano Pavarotti e Mirella Freni. Il nostro scopo è considerare non solo lo stile esecutivo, che sarebbe quello storicamente cristallizzato oppure individuato tra la fine del Settecento e la prima metà dell'Ottocento, ma tutte le sue declinazioni passate e anche future. Vogliamo capire come il belcanto sia un'idea di suono, un'estetica della voce e una pratica espressiva che si trasforma attraverso i secoli. Ma avendo come riferimento quel tipo di eredità, noi partiamo intanto dalla valorizzazione del patrimonio conservato nella Biblioteca Estense.

Forse non tutti sanno che tra la fine del Cinqucento e l’inizio del Settecento, presso la corte estense, si sviluppò uno stile importante; in particolare nell'oratorio, più che nell'opera. Pertanto, noi vogliamo valorizzare quelle partiture che sono un po' all'origine del grande stile che poi divenne il cosiddetto belcanto; non mi riferisco solo agli autori modenesi come Giovanni Bononcini e Antonio Giannettini, ma anche ai grandi che passarono dalla città, come Alessandro Stradella e Alessandro Scarlatti.

L'anno scorso abbiamo programmato un oratorio di Scarlatti mai eseguito in epoca moderna, mentre quest'anno celebriamo la famiglia Bononcini in un concerto con diversi brani da camera. Allo stesso tempo, in cartellone è presente come anteprima del festival un concerto (supervisionato da Leone Magiera, uno dei nostri riferimenti in quanto responsabile della formazione di Pavarotti e della Freni) con Raffaele Pe e Carmela Remigio dedicato alle donne nel teatro musicale di Händel. Da non perdere è poi La costanza trionfante di Vivaldi, ovvero le diciotto arie scoperte da Federico Maria Sardelli e che saranno da lui eseguite per la prima volta in forma semiscenica.»

L’edizione di quest’anno è anche dedicata al 125° anniversario della morte di Giuseppe Verdi. 

«Esatto, perché con Verdi il belcanto si trasforma in una vera drammaturgia della voce, dove la parola diventa azione e il canto si fa veicolo di azione teatrale. Tra gli eventi dedicati a Verdi, abbiamo l’attore Alessandro Preziosi che, accompagnato dalle trascrizioni cameristiche di alcune musiche dell’autore, leggerà alcune interessantissime lettere sul Trovatore selezionate dal musicologo Giuseppe Martini. Poi, abbiamo la Messa da Requiem (che a Modena manca da un po’) con Lidia Fridman e anche il Balletto di Milano che proporrà uno spettacolo sui ballabili delle opere di Verdi. Inoltre, avremo anche una “verdiana doc” come Anna Pirozzi, che sarà protagonista di un excursus sulle arie più importanti del compositore durante un concerto di gala.

Comunque, il nostro obiettivo resta capire come si evolve il belcanto, dato che il nostro festival non è una manifestazione prettamente di carattere storico. Nel dettaglio, abbiamo voluto osservare come questo stile si è relazionato con la scrittura poetica, infatti in programmazione c’è un concerto con brani di Stravinsky e Ravel affiancati alle liriche giapponesi e a un paio di poesie di Mallarmé. Per l’occasione, abbiamo anche commissionato a Mauro Montalbetti una cantata su testo del poeta Flaviano Pisanelli in modo da dare continuità anche alla poesia del Novecento.

Nella seconda parte della serata, invece, ci tufferemo nella contemporaneità con Lisel (Eliza Bagg), una performer americana che, utilizzando anche la musica elettronica, tenterà di individuare un punto di contatto tra la musica di oggi e quella dei madrigalisti italiani e inglesi. A questo filone si lega pure il concerto conclusivo del festival, curato da Caterina Barbieri e Foatanamix Ensemble; si tratta di un progetto particolarissimo (Barbieri usa molto anche i sintetizzatori analogici) in prima esecuzione assoluta e di cui neppure io so ancora molto.»

Il Modena Belcanto Festival è anche molto attivo sul fronte dell’eduzione e della formazione, giusto? 

«Sì, da diversi anni abbiamo un master che forma diversi cantanti nel repertorio antico (sotto la guida di Sonia Prina), classico (affidato a Serena Gamberoni) e del Novecento (curato da Cristina Zavalloni). Al termine del corso, i giovani interpreti si esibiscono in un paio di concerti, uno dei quali si tiene nella Galleria Estense – un’altra caratteristica del festival è la presenza di più sedi disponibili.»

Nel cartellone della kermesse è anche previsto un ampio spazio dedicato al cinema. 

«Si tratta di un progetto triennale dedicato al rapporto tra l’opera e il cinema muto, che ci ha permesso di collaborare con la Cineteca di Bologna (che ci ha fornito le copie di alcuni film restaurati) e Daniele Furlati, musicista e compositore a cui abbiamo commissionato la sonorizzazione musicale di My Cousin (Edward José, 1918), una pellicola con protagonista Enrico Caruso. Quest’anno, invece, proiettiamo Ma l’amor mio non muore (Mario Caserini, 1913) con la diva Lyda Borelli. Il film, che vedrà l’esecuzione dal vivo delle nuove musiche commissionate sempre a Furlati, è uno dei più classici “melodrammoni” dell’epoca e certifica il momento in cui il melodramma ha lasciato spazio al cinema, che con le sue proiezioni invase anche i teatri d’opera.»

Maestro, lei sarà impegnato a dirigere la Messa da Requiem di Verdi: che rapporto ha con quest’opera e, secondo lei, è vero ciò che si sente dire spesso ovvero che la composizione sia più vicina alla musica lirica che a quella sacra? 

«Nel Requiem ci sono, invero, momenti di grande teatralità; d’altronde molta musica sacra del Cinquecento e Seicento romano conteneva elementi di azione teatrale o di danza. Chiaramente, se pensiamo al Dies Irae, questo lato teatrale dell’opera spicca molto; tuttavia, se consideriamo dei brani come il Lacrimosa e l’Ingemisco, non possiamo negare che siano dei momenti di altissima liricità appartenente sicuramente all’ambito della musica sacra.

Comunque, quando ci si avvicina a questa partitura (che io ho già diretto un paio di volte) credo che sia necessario lavorare con collaboratori che già si conoscono; per me, questo è il caso di Riccardo Zanellato e Giorgio Berrugi, con cui ho già eseguito l’opera, mentre Lidia Fridman si è esibita recentemente a Modena in Stiffelio. Ecco, lei ha un timbro particolare e una voce in possesso di un legato e di un’omogeneità che sono proprio le caratteristiche precipue del belcanto. Tra l’altro, sono rimasto molto colpito da Valentina Pernozzoli, un giovane mezzosoprano che ha già tutte le qualità vocali per affrontare un mostro sacro come il Requiem

Dato che l’edizione 2026 del Modena Belcanto Festival è dedicata soprattutto a Verdi, non posso non chiederle un parere sulle ultime e tumultuose vicende che hanno interessato Villa Verdi. 

«Direi che siamo fortunati ad avere uno come Riccardo Muti; quando si muove lui, forse qualcosa accade. Tuttavia, il discorso della salvaguardia del patrimonio culturale italiano va esteso a molti ambiti e non solo a quello musicale. Per fortuna molti comuni, piccoli e grandi, restaurano i loro teatri; eppure, il problema rimane quello di farli vivere. Non solo all’insegna della tradizione, ma anche della ricerca e dello sviluppo, un aspetto che il governo e le istituzioni dovrebbero tutelare. Basti vedere i teatri che si trovano all’estero, c’è da piangere se si considera l’ammontare dei loro budget o, soprattutto, la quantità di orchestre stabili, un aspetto che in Italia peggiora sempre di più.

Per quanto riguarda Villa Verdi: come si fa a lasciare senza cura il posto dove scelse di vivere uno dei compositori più importanti di sempre? Insomma, penso che noi italiani ancora non abbiamo realizzato davvero quale sia il valore del nostro patrimonio culturale; forse, siamo così immersi nella bellezza da esserne ormai anestetizzati.
Poi, probabilmente la colpa è delle istituzioni che non forniscono le basi necessarie. Ad esempio, perché a scuola ci insegnano a scrivere e a disegnare ma non a comporre musica? E poi ci meravigliamo che la gente e le nuove generazioni non capiscono la musica contemporanea…»