L’artista del futuro, o forse già del presente

A Bolzano, musicisti e operatori hanno provato a delineare il musicista del futuro, fra tradizione, concorsi e algoritmi

SB

07 settembre 2026 • 5 minuti di lettura

Josu de Solaun, Yifan Wu, Andrea Penna, foto ©Samira Mosca
Josu de Solaun, Yifan Wu, Andrea Penna, foto ©Samira Mosca

Tutto nasce dal ‘caso Yifan Wu’. Alle finali del 65° Concorso pianistico Busoni, nel 2025, il pianista cinese collegò senza soluzione di continuità il brano contemporaneo alla successiva trascrizione Bach-Busoni e introdusse l’improvvisazione nel programma. Scelte rischiose in una competizione fondata su regole, equità e confrontabilità. La giuria decise, tuttavia, di premiare quella libertà, assegnandogli il primo premio; il Concorso ha poi modificato il regolamento, aprendo uno spazio maggiore all’invenzione personale.

Da qui la domanda al centro di The Artist of the Future: come deve presentarsi e agire oggi un pianista, o più in generale un musicista? Come può costruire una voce riconoscibile in un mondo segnato dall’accesso pressoché illimitato a repertori e registrazioni, dalla riscoperta delle esecuzioni storiche, dalla permeabilità fra i generi e dalla presenza pervasiva degli algoritmi, che tendono a restituirci ciò che già conosciamo e a rafforzare le nostre preferenze? La musica classica deve difendere la propria fedeltà alla tradizione oppure recuperare il carattere vivo, rischioso e irripetibile dell’atto musicale?

Il simposio, promosso dalla Fondazione Busoni-Mahler e dal suo direttore artistico Peter Paul Kainrath, ha affrontato tali questioni con un coinvolgimento tutt’altro che burocratico. Kainrath è musicista e organizzatore nel senso più inventivo del termine: basti pensare all’intuizione, nata ascoltando cento pianoforti suonati meccanicamente in una fabbrica cinese, che portò la Fondazione a commissionare a Georg Friedrich Haas 11.000 Saiten, spettacolare lavoro per cinquanta pianoforti accordati microtonalmente ed ensemble che debuttò proprio a Bolzano nell’agosto 2023.

Peter Paul Kainrath
Peter Paul Kainrath

Con Andrea Penna a tessere sapientemente le fila, i relatori hanno delineato, da angolazioni differenti, una figura d’artista più ampia dello specialista impeccabile. Paolo Somigli, della Libera Università di Bolzano, si è chiesto innanzitutto se l’artista del futuro non debba essere anche un ‘artista pedagogico’. Il suo argomento è netto: la presenza della musica classica nella formazione dei giovani non può più essere data per scontata. Una ricerca condotta in Alto Adige mostra che soltanto il 41 per cento degli insegnanti intervistati la utilizza a scuola; gli altri la percepiscono spesso come troppo difficile, lontana dagli studenti o estranea alle proprie competenze.

Neppure l’accesso potenzialmente infinito offerto da radio, streaming e social coincide necessariamente con una reale apertura dell’ascolto. Algoritmi e abitudini di consumo tendono piuttosto a confermare gusti già formati, restringendo l’esperienza a pochi generi, titoli e nomi celebri. Da qui la proposta di Somigli: non soltanto interprete o presenza mediatica, ma figura capace di accompagnare il pubblico verso repertori meno familiari, ripensando programmi e formati e usando i social non solo per promuoversi, ma per fare educazione musicale. Il passaggio dall’‘influencer’ all’‘educatore’ è forse l’immagine più efficace del suo intervento.

Paolo Somigli, foto ©Samira Mosca
Paolo Somigli, foto ©Samira Mosca

Josu de Solaun ha definito “Global Neutral Style” quell’omologazione internazionale che produce livelli tecnici straordinari, ma rischia di sacrificare personalità, coraggio e significato. Al suo pensiero e al concerto che ne ha offerto una dimostrazione concreta abbiamo già dedicato una recente recensione.

Masashi Nishimaki, direttore della programmazione della Toppan Hall di Tokyo, ha portato il punto di vista dell’operatore artistico. Critico verso i concorsi quando riducono l’arte a graduatoria e perfezione tecnica, ne riconosce però la necessità come canale d’accesso per i giovani. L’artista, nella sua visione, non è semplicemente chi suona bene: è chi possiede uno sguardo sul mondo, sa rendere necessaria la propria presenza e può generare nuove idee. Centrale la formula giapponese shu-ha-ri: apprendere la regola, padroneggiarla e infine superarla, senza confondere la sua rottura con la semplice eccentricità.

Shannen Liu-Kotow, manager di Hayato Sumino, noto online anche come Cateen, ha invece rifiutato la contrapposizione fra online e offline. YouTube, il concerto, la registrazione e la collaborazione sono ambienti differenti nei quali si manifesta la medesima identità artistica. La piattaforma non dovrebbe generare l’idea, ma seguirla: la tecnologia può favorire il primo incontro, mentre soltanto la qualità della musica costruisce una relazione durevole. L’artista non deve quindi scegliere il mezzo ‘giusto’, ma restare riconoscibile, curioso e autentico in ciascun mezzo.

Rita Virgili, presidente della Fondazione Gioventù Musicale d’Italia, ha riportato la discussione alle condizioni concrete della carriera. Ha rilevato un innalzamento generalizzato del livello tecnico, favorito dalla globalizzazione della formazione e dell’ascolto, ma anche il conseguente rischio dell’omologazione: interpreti impeccabili che talvolta non lasciano una vera impronta emotiva. Alle istituzioni ha chiesto di passare dalla sola selezione dei talenti al loro accompagnamento nel tempo, perché una carriera non dipenda esclusivamente dai concorsi, dalla visibilità e dalla capacità di autopromozione. Tanto più che il giovane musicista è chiamato sempre più spesso a farsi anche regista del proprio percorso professionale.

Il contrasto più acceso è arrivato da Lucas Debargue, pianista e compositore affermatosi al Concorso Čajkovskij del 2015, per il quale la musica si spegne quando l’esattezza della lettura e l’imitazione di modelli registrati prendono il posto dell’avventura interpretativa e Martin Cullingford, direttore di Gramophone, che ha offerto un controcanto più ottimistico, riconoscendo nei nuovi mezzi, nella permeabilità dei repertori e nella curiosità dei giovani pubblici i segni di una vitalità tutt’altro che esaurita. Kit Armstrong, intrecciando musica, matematica e scienza, e Serena Bortone, interrogando la responsabilità dei media nella costruzione dell’identità pubblica dell’artista, hanno ulteriormente allargato il campo.

Nella tavola rotonda conclusiva, Yifan Wu e Nikola Meeuwsen, recente vincitore del Queen Elisabeth di Bruxelles, sollecitati da Cullingford, hanno riportato la discussione sul terreno concreto della professione: concorsi trasmessi online, differenze fra suono dal vivo e suono registrato, social media, repertori poco frequentati, interpretazioni storiche e critica musicale. Wu vede nelle piattaforme uno spazio nel quale affermare una scelta personale – compresa l’improvvisazione in concorso – e creare una comunità di ascoltatori. Meeuwsen ha sottolineato anche la pressione esercitata dalla ripresa e dalla diretta, pur riconoscendo il valore formativo delle registrazioni storiche e dei programmi capaci di raccontare un percorso.

Le giornate di ascolto e riflessione, accompagnate dai concerti di alcuni dei protagonisti, sono state densissime. Sarebbe difficile ricavarne una conclusione univoca: troppi i fili, non sempre convergenti. A chi scrive sembra tuttavia essere emersa non una formula, ma una necessità. L’artista del futuro dovrà saper interpretare, improvvisare, comporre, insegnare e comunicare, senza lasciare che concorsi, mercato o algoritmi parlino al suo posto. La tecnica resta indispensabile, ma non crea da sola una personalità. La libertà comincia quando un musicista ha qualcosa di proprio da dire.

Serena Bortone, Andrea Penna, foto ©Lucia Rose Buffa
Serena Bortone, Andrea Penna, foto ©Lucia Rose Buffa