Un’altra tappa della telenovela di Villa Verdi
La confusione attorno al concerto di Muti del 12 settembre riaccende i riflettori su un emblema della decadenza italiana
31 agosto 2026 • 5 minuti di lettura
Diamo subito la “notizia”: l’evento di Riccardo Muti per Villa Verdi (già Villa Sant’Agata, sita a Villanova sull’Arda in provincia di Piacenza) previsto per il 12 settembre si farà. Molto probabilmente si tratterà di un’esibizione dalla dimensione intima e raccolta, più simile a un recital di testimonianza di fronte a un gruppo di rappresentanti delle istituzioni, giornalisti e televisioni, rispetto a un tradizionale concerto con un vero e proprio pubblico. Il programma dovrebbe comprendere il Notturno di Verdi e alcune pagine vocali interpretate da artisti “del territorio” quali Luca Salsi (egli stesso protagonista di appelli in favore di Villa Verdi) e Michele Pertusi, oltre a Damiana Mizzi e Giovanni Sala, accompagnati dallo stesso Muti al pianoforte. Per altri dettagli relativi alla collocazione fisica – dentro la villa, fuori nel parco, nei pressi del laghetto, a distanza di sicurezza dalla cancellata, a cento metri dal cartello “Villa Verdi” e così via… – dovremo attendere.
Attendere cosa? Ma la burocrazia naturalmente, vera e propria eccellenza italiana, un’entità invisibile e onnipresente che innerva le nostre istituzioni – nessuna esclusa, dal governo centrale agli apparati locali – quasi una sorta di beckettiano Godot reincarnato da un ideale e anonimo (e fantozziano, verrebbe da dire) funzionario. Questa vicenda ripropone per l’ennesima volta una commedia – o tragedia, fate voi… – dell’assurdo nella quale i Vladimiro ed Estragone di turno – che si rincorrono tra un ragionamento e l’altro, tra un’ipotesi e l’altra, tra una discussione e l’altra – siamo tutti noi, addetti ai lavori, artisti, pubblico e appassionati. I decisori, i politici, i dirigenti pubblici che hanno la responsabilità di preservare un bene culturale qual è Villa Verdi giocano a rimpiattino.
Dopo l’uscita sugli organi di stampa locali e nazionali della notizia relativa all’ipotesi di dinego – per motivi di agibilità e di sicurezza – da parte della Soprintendenza e la lettera di pubblica denuncia firmata da Cristina e Riccardo Muti, l’Ufficio Stampa e Comunicazione del MiC ha pubblicato la seguente nota: «"L'informazione relativa al presunto diniego da parte della Soprintendenza del concerto del maestro Muti a Villa Verdi è totalmente destituita di fondamento". Lo dichiara il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, a proposito delle notizie secondo cui sarebbe stato vietato al maestro Riccardo Muti di tenere il concerto previsto il 12 settembre nella villa museo di Villanova d'Arda, tra Parma e Piacenza. "Qualcuno dovrà presto chiedere scusa al maestro Muti e al ministro della Cultura", aggiunge Giuli» (Roma, 27 agosto 2026).
Quindi? Nulla di nuovo. Sono ormai anni che seguiamo questa vicenda: dalla chiusura ufficiale di Villa Sant’Agata alla fine del mese di ottobre 2022, alla messa all’asta del bene e conseguente esercizio di prelazione da parte dello Stato annunciato nel febbraio 2023, fino all’annuncio della firma del decreto di esproprio per Villa Verdi avvenuta il 16 dicembre 2024. Ogni due anni circa aggiorniamo la cronaca degli annunci e della cronica inadeguatezza di un’intera classe dirigente. Un rosario di atti ufficialmente corretti, ineccepibili dal punto di vista formale, ma che trascurano l’obiettivo concreto: preservare un bene culturale come patrimonio collettivo. Un declino che non credo sia tanto da attribuire a quello che Michele Corradino ha definito “la paura dei funzionari” – «Di fronte alla complessità la burocrazia si ferma, teme la responsabilità, teme di essere incolpata di errori e danni e di doverne rispondere patrimonialmente o addirittura penalmente» (Michele Corradino, L’Italia immobile, Chiarelettere 2020, p. 127) –, penso piuttosto a una carenza di assunzione di responsabilità più sostanziale, generalizzata e diffusa, ormai cronica e che rasenta l’inconsapevolezza.
Verdi non ha bisogno di Villa Sant’Agata, come non ha bisogno della sua casa natale a Busseto, di un festival a suo nome e così via. Piuttosto siamo noi – cittadini e istituzioni – ad avere eventualmente bisogno di Verdi, della sua arte, certo, ma anche – e forse soprattutto – del suo esempio, del suo lascito, della sua eredità che non è fatta solo dei capolavori musicali conosciuti in tutto il mondo, ma è alimentata pure dalle testimonianze materiali e valoriali che ha lasciato nei territori in cui a vissuto.
Villa Verdi rischia così di diventare uno dei tanti emblemi della decadenza di un Paese che non riconosce più il valore di un’eredità rappresentata dalla sua storia e dalla sua cultura, un capitale inestimabile che invece di divenire ricchezza e volano per il futuro viene percepito e gestito come un vecchio cespite di cui non si sa cosa fare, avvolto – e nascosto – nell’involucro di una burocrazia che il tempo rischia di trasformare in un sudario.
Qualche spiraglio di luce comunque pare profilarsi all’orizzonte, almeno a giudicare dalle dichiarazioni dello storico dell’arte Giovanni Godi – a quanto risulta, coordinatore dell’evento di Muti del 12 settembre e a lungo frequentatore di Villa Verdi – apparse sul quotidiano locale “Gazzetta di Parma” di sabato 29 agosto dove, in merito alla manutenzione della dimora verdiana, dichiara che «i lavori sono iniziati in primavera. Per quanto riguarda i tetti, che avevano bisogno di un totale rifacimento, i lavori sono quasi finiti con i primi 350mila euro stanziati dallo Stato. Ora ne sono arrivati altri 400mila per continuare i lavori sempre strutturali. E siamo in attesa di avere i 6 milioni e 500mila euro, già deliberati dal ministro Giuli e sbloccati dal Ministero dell'Economia e delle Finanze in questo mese di agosto, per i restauri sia degli arredi interni che degli esterni e del giardino».
Come sempre, staremo a vedere. Viene comunque da pensare che per Villa Verdi – invece di rischiare di diventare uno dei tanti sterili musei autoreferenziali che giacciono semiabbandonati nel nostro Bel Paese – sarebbe stato meglio mantenere l’indole originaria di azienda agricola, così come l’aveva vissuta e mantenuta lo stesso compositore. Come ricorda Orazio Mula, «nell’avito borgo di Sant’Agata egli fissa appunto fin dal ’48 la sua dimora principale che conserva, sia pure attraverso successivi ampliamenti e trasformazioni, il carattere di grande casa di campagna con campi e coltivi, a metà tra villa e fattoria. […] Col tempo, nelle vaste tenute sparse di casucce paesane e di cascinotti fra ordinati e coltivi, alcune opere nate in apparenza dal capriccio sono addirittura intraprese “per dar lavoro ai manovali quando questi nella cattiva stagione ne sono privi”. È questo il risvolto filantropico del paternalismo verdiano che, di pari passo con altre provvidenze, pensioni, soccorsi, donativi, offerte a categorie di bisognosi o a singoli individui, fatte anche a mezzo della moglie o anonimamente, sopperisce, per quanto lo possa l’iniziativa individuale, alla lentezza o latitanza del nuovo Stato negl’interventi in favore dei disoccupati e dei poveri» (Orazio Mula, Giuseppe Verdi, il Mulino 1999, pp. 35-38).
Oggi il nostro Stato non è più così “nuovo”, ma pare comunque sempre soggetto a “lentezza o latitanza”. Speriamo solo che, in vista delle prossime elezioni del 2027, Verdi e la sua Villa non vengano ridotti a bandiera per le solite, meschine polarizzazioni politiche.