L’ultimo, prezioso, Michelangeli

Il libro di Gian Paolo Minardi ci regala uno sguardo inedito e profondo su Arturo Benedetti Michelangeli, uomo e artista

AR

28 agosto 2026 • 7 minuti di lettura

Arturo Benedetti Michelangeli (foto Siegfried Lauterwasser – DG)
Arturo Benedetti Michelangeli (foto Siegfried Lauterwasser – DG)

Questo recente libro di Gian Paolo Minardi, dal titolo L’ultimo Michelangeli. Note critiche su ABM (Lim – Libreria Musicale Italiana, 2026, pp. XI + 112, € 20,00), si rivela, pagina dopo pagina, un prezioso distillato dell’ultimo periodo di vita – o meglio, della “nuova vita” – di Arturo Benedetti Michelangeli, tratteggiato sul filo del ricordo personale, schietto e amicale, al tempo stesso filtrato attraverso il fine e sapiente setaccio del critico (e musicologo) militante.

Un ordito narrativo intessuto attraverso un lavoro di scrittura elegantemente fitto, nel cui dipanarsi si ritrovano molteplici elementi scaturiti sia dalla memoria dell’autore sia dalla personalità e dall’indole artistica di Michelangeli, i quali – assemblati via via come variegati tasselli raccolti lungo il susseguirsi dei capitoli – compongono un mosaico inedito e multiforme dell’artista bresciano.

L'ultimo Michelangeli – Gian Paolo Minardi – LIM 2026
L'ultimo Michelangeli – Gian Paolo Minardi – LIM 2026

Introdotto dalla Nota editoriale di Andrea Estero e arricchito dalla Prefazione di Giorgio Pestelli, questo volume nasce dall’intreccio fra testimonianza diretta, impegno critico e memoria personale, offrendo una prospettiva ravvicinata e inedita su uno dei pianisti più enigmatici del Novecento. Un percorso ampio e articolato, quello offerto da Minardi, che si compone come per cerchi concentrici, partendo dall’Introduzione che fa il punto sui “Trent’anni senza Michelangeli”, entrando nel consistente capitolo intitolato significativamente “La solitudine di Michelangeli” e proseguendo per le tappe successive che trattano, tra l’altro, dell’ispirata attività didattica del pianista, del rapporto con il suo strumento – ambito introdotto da un sapido confronto con il diverso approccio al pianoforte di Svjatoslav Richter – e della ricezione critica raccolta attraverso un excursus di frammenti e testimonianze che ripercorrono la carriera del pianista firmate da Alberto Savinio, Giorgio Vigolo, Massimo Mila, David Murray, Hilary Finch, Sergio Sablich, oltre allo stesso Pestelli e tanti altri.

La chiave di volta ideale di questo denso arco narrativo è rappresentata dall’incidente relativo all’aneurisma che colpì Michelangeli a Bordeaux nell’ottobre 1988, durante un concerto benefico con un programma dedicato a una selezione dei Preludi di Debussy: un evento drammatico che il maestro – a seguito di un recupero singolarmente rapido – interpretò come una rinascita, non solo fisica ma anche artistico-interpretativa.

Minardi – critico musicale della “Gazzetta di Parma” dal 1973, professore di Storia della musica all’Università della stessa città, autore di vari volumi oltre che consulente e direttore artistico di diverse iniziative musicali – segue questa “nuova vita” fino all’ultimo concerto debussiano del 1993 ad Amburgo anche attraverso la lente di un’amicizia intima e discreta, restituendo il senso di un percorso fondato non sul mito sterile della perfezione, ma su una continua evoluzione. Proprio in questa prospettiva il volume acquista il suo valore più originale, non limitandosi a ricostruire una cronologia per quanto solidamente documentata, ma indagando il significato profondo di una trasformazione artistica che coinvolge il gesto, il suono, il rapporto con il repertorio e persino il modo di stare sulla scena.

Un dato, questo, che appare tra i caratteri più significativi custoditi tra le pagine di questo libro, illuminati soprattutto dalla capacità di correggere molte delle semplificazioni via via sedimentate intorno alla figura di ABM. In questa prospettiva, infatti, la presunta scontrosità diventa difesa della riservatezza, il perfezionismo lascia spazio a un lavoro incessante di lettura, analisi e intuizione, il rapporto con il suono appare come esito di una ricerca profonda e non come esercizio estetizzante. Un approccio, come sottolinea lo stesso autore, che ha molto a che fare con il concetto di “servizio”, vale a dire «un processo inesausto, teso alla rivelazione di quel significato che rimane racchiuso nella gabbia del pentagramma se non si scopre il segreto per uscirne. Che è cosa molto diversa da quell’idea ben tornita di perfezione che lui stesso rifiutava parlando di evoluzione».

Nei sette capitoli e nelle ventuno recensioni apparse sul quotidiano “Gazzetta di Parma” e sulla rivista “Tecne” che chiudono il volume, Minardi unisce eleganza di scrittura, acume di analisi e rigore documentario, soffermandosi nel capitolo che precede la raccolta di recensioni anche sul legame di ABM con la natura e la montagna, culminato nella collaborazione con il coro della SAT, testimoniata dalle armonizzazioni di “semplici” canti popolari. «Semplicità – scrive l’autore – come atteggiamento morale e come tale anche metro essenziale di scelte drastiche: come ha ricordato Dario De Rosa, che con Michelangeli ha diviso una lunga amicizia, anche di lavoro, per lui esistevano buoni e cattivi, onesti e disonesti, professionisti e dilettanti, quest’ultimo un discrimine rigoroso che non può non essere richiamato anche scorrendo le armonizzazioni. Per dire come alla base di questo lungo rapporto di Michelangeli con la SAT vi fosse innanzitutto una reale considerazione sulla qualità del lavoro, sulla serietà che faceva di quei giovani, ‘dilettanti’ solo nel piacere del cantar assieme, un dopolavoro, insomma, dei veri professionisti».

Giorgio Morandi, “Natura morta”, acquerello su carta, 1962 (Museo Morandi)
Giorgio Morandi, “Natura morta”, acquerello su carta, 1962 (Museo Morandi)

Nel libro trova spazio anche la sensibilità del Minardi pittore – autore, tra l’altro, di intensi scorci paesaggistici tra dipinti e acquerelli – quando accosta in maniera illuminante Michelangeli a Giorgio Morandi: «se per Morandi il quadro prendeva vita lentamente, già dalla preparazione accurata dei colori che egli stesso si macinava con una pazienza, qui davvero, certosina, lo stesso era per il lavoro che Michelangeli dedicava al suo strumento, di cui cercava di possedere ogni più piccolo segreto, accertandone non solo la perfetta funzionalità ma pure le condizioni ambientali più giuste in cui la ‘macchina’ potesse essere totalmente al servizio del proprio pensiero. In entrambi i casi, dunque, lo stesso impegno, la stessa moralità, nel dare alla nozione di arte quel peso antico che la storia va continuamente rinnovando».

…se per Morandi il quadro prendeva vita lentamente, già dalla preparazione accurata dei colori che egli stesso si macinava […], lo stesso era per il lavoro che Michelangeli dedicava al suo strumento, di cui cercava di possedere ogni più piccolo segreto…
Gian Paolo Minardi

Un percorso, quello offerto da questo volume, nel quale affiora anche un’altra – forse ancora più preziosa – prospettiva, vale a dire quella che restituisce il profilo più quotidiano, personale e intimo dell’uomo Arturo Benedetti Michelangeli, testimoniato dalla costante e riservata amicizia che ha legato il pianista a Gian Paolo Minardi e alla moglie Luigia Mossini, anch’essa profonda conoscitrice e studiosa delle cose musicali e, in particolare, schumanniane. «La nostra frequentazione – racconta GPM – ci ha offerto un profilo raro, a partire dall’atmosfera che si viveva nelle giornate trascorse a Rabbi e a Pura; la naturalezza con cui Michelangeli era partecipe di quelle ore, del clima conviviale quando ci si sedeva attorno a un tavolo e mostrava la propria attrazione per le varie specialità emiliane che portavamo, insieme alle marmellate fatte in casa da Luigia, il tutto tra la curiosità attivata dal buon umore». Qualche pagina dopo, Minardi ricorda ancora come gli rimase «indimenticabile l’ultima immagine di Michelangeli quando al termine di una giornata felice ci accompagnò alla macchina, nel mezzo della notte, salutandoci col braccio e gridando “sono Robert”, commiato all’appassionata discussione schumanniana con cui si era conclusa la lunga serata: con una nota toccante, “adesso voi ve ne andate e io rimango solo…”. Quella solitudine – continua Minardi – che negli ultimi anni lo avvolgeva e che ci aveva confessato appartenere alla sua natura. “In fondo io ho sempre suonato per una mia vera aspirazione, quella di essere solo…».

Arturo Benedetti Michelangeli (foto Rudolf Zündel)
Arturo Benedetti Michelangeli (foto Rudolf Zündel)

Alla luce di questa prospettiva così riservata e intima, appaiono tanto più significative le testimonianze del Minardi critico musicale, capace di restituire nelle sue recensioni un alto mestiere di analisi e di contestualizzazione dell’interpretazione, assieme al tratto più personale. Emblematico, in questo senso, ci sembra l’articolo apparso sulla pagina Cultura della “Gazzetta di Parma” nel quale GPM recensisce il doppio album pubblicato dall’etichetta “Memoria ABM” a un anno dalla morte del pianista con la registrazione dell’ultimo concerto debussiano di Amburgo: «Mai come quella sera mi era apparso così netto il senso di novità racchiuso nella musica di Debussy, in quella forma misteriosa, che vive di frammenti e pure conclusa entro un’essenziale, originalissima unità, saldata occultamente dietro le seducenti, enigmatiche apparenze sonore che Benedetti Michelangeli è andato interrogando lungo tutta una vita: confidandoci alla fine come in quella forma fossero innervate le ragioni ultime della sibillina affermazione del musicista, quando aveva detto che “la musica è fatta per l’inesprimibile”. Una confidenza che quella sera ad Amburgo pareva giungere come promessa di chissà quali altre rivelazioni; ed invece fatalità ha voluto che fosse un commiato, nel segno della più inebriante felicità».

In conclusione – e al netto degli innumerevoli ulteriori contenuti che non siamo in grado qui di anticipare – L’ultimo Michelangeli ci appare una lettura necessaria sia per lo studioso sia per l’appassionato, perché restituisce alla critica musicale – attraverso la penna di uno dei suoi maestri – il valore della testimonianza, mostrando come la memoria, quando è sorretta da stile, consapevolezza e conoscenza, possa diventare interpretazione viva e feconda, contribuendo a rinnovare lo sguardo, anche attraverso prospettive non scontate, su un artista ancora oggi centrale nella storia del pianismo.