Yifan Wu al Busoni Festival un anno dopo

Il concerto del giovane talento vincitore del Busoni 2025 ha aperto i lavori del Symposium sul futuro dell'interpretazione musicale

SB

31 agosto 2026 • 3 minuti di lettura

Yifan Wu all'Auditorium ©Lucia Rose Buffa
Yifan Wu all'Auditorium ©Lucia Rose Buffa

Auditorium Via Dante, Bolzano

Ferruccio Busoni International Piano Festival

27/08/2026 - 27/08/2026

In apertura del simposio nato sull’onda della vittoria al Concorso Busoni 2025 del pianista di Shanghai Yifan Wu, classe 2005 - simposio che questo Giornale ha seguito in streaming [https://www.giornaledellamusica.it/articoli/un-symposium-del-concorso-pianistico-busoni] e dei cui esiti daremo conto a breve - la direzione artistica del Concorso ha voluto affidare proprio a lui il concerto inaugurale. Il pubblico di Bolzano conosce bene questo giovane musicista, per averlo seguito appena un anno fa nelle prove semifinali e finali; riascoltarlo a distanza di un anno dalla vittoria è stato particolarmente interessante.

Innanzitutto, per una ragione quasi paradossale: proprio da quel mondo pianistico che una certa critica occidentale tende a leggere attraverso le categorie della perfezione tecnica e dell’uniformità espressiva arriva un interprete che sembra volerle contraddire entrambe.

Fin dal suo ingresso in scena colpisce per una concentrazione quasi appartata, come se il rapporto con il pianoforte precedesse quello con la sala. Colpisce anche la postura: al posto del consueto panchetto da pianoforte, Wu utilizza una seduta con schienale, molto bassa, sulla quale appoggia la schiena. Una scelta decisamente inusuale, che parrebbe ridurre il contributo del peso del busto; eppure il suono resta pieno, corposo, tutt’altro che leggero.

Il programma consentiva di riconoscere alcuni tratti costanti del suo pianismo. Anzitutto una propensione all’uso generoso del pedale e la volontà di lasciare che i suoni si fondano anche oltre quelle regole di nitidezza armonica che, diciamo, normalmente sarebbero prescritte. Il Preludio e fuga n. 1 dall’op. 35 di Mendelssohn era affrontato con grande energia sonora, diremmo tardoromantica. Seguivano Kreisleriana e Arabeske: la prima spinta fino all’eccesso, visionaria, quasi allucinata; l’Arabeske, forse un po’ troppo veloce in apertura, si faceva poi via via rarefatta e incantata. D’altronde sono due brani che gli sono valsi il passaggio alle finali del Concorso e, probabilmente, hanno avuto un peso nella vittoria.

Emblematica poi la scelta di presentare la Sonata K. 9 di Scarlatti attraverso la trascrizione di Carl Tausig, una mediazione che gli consente un trattamento timbrico e pedalizzato assai più libero rispetto all’originale. Più difficile da comprendere, invece, che lo stesso approccio venga mantenuto nella Sonata R. 90 di Soler, affrontata direttamente dal testo originale.

Cerniera del programma era l’astrazione di Für Alina di Arvo Pärt, restituita con ieratica calma, quasi a sospendere il tempo prima di condurci verso una trascrizione del cuore: lo Schumann di Im wunderschönen Monat Mai da Dichterliebe, nella personale rivisitazione dello stesso Yifan, e infine verso la grande Sonata op. 11, anch’essa cavallo di battaglia delle finali 2025.

Schumann, del resto, sembra appartenere in modo naturale al mondo espressivo di questo interprete. Nella Sonata op. 11, firmata simbolicamente da Florestano ed Eusebio, la forma conserva tutta la sua irrequietezza rapsodica e la memoria della frammentarietà giovanile, ma acquista al tempo stesso quel respiro eroico che l’opera reclama.

A colpire, in definitiva, non è tanto la perfezione dell’esecuzione - che, assicuriamo, non è lontana - quanto la riconoscibilità di una voce. Wu non sembra interessato a levigare il repertorio fino a renderlo incontestabile o adamantino: preferisce rischiare, deformare, eccedere. Come se non chiedesse di essere approvato o acclamato, ma ascoltato. E non è la stessa cosa.

Yifan Wu ©Lucia Rose Buffa
Yifan Wu ©Lucia Rose Buffa

Il successo è stato caloroso, e Yifan ha risposto con i bis. Dapprima il primo movimento della Sonata K. 330 di Mozart, di cristallo, quasi a dirci che nelle sue dita non c’è soltanto il suono saturo e romantico ascoltato durante la serata, ma anche la capacità di ricamare nitore attraverso un controllo digitale assoluto. Ne nasceva una lettura forse galante, ma di impressionante colore e trasparenza, nella quale ogni attacco sembrava calibrato con precisione microscopica.

Secondo bis con Schubert: primo e secondo movimento della grande Sonata in sol maggiore D 894, un ritorno verso territori più distesi ed espressivi, quasi a chiudere il cerchio dopo la luminosità adamantina del Mozart.