Il minimalismo urgente di Sarah Davachi

La compositrice canadese – Leone d’Argento alla Biennale Musica di Venezia – pubblica la sua opera discografica più ambiziosa

AC

31 agosto 2026 • 2 minuti di lettura

Sarah Davachi
Sarah Davachi
The Will of Tongues
The Will of Tongues

Sarah Davachi

The Will of Tongues

Late Music 2026

Compositrice canadese di ascendenza iraniana, la 39enne Sarah Davachi è stata appena insignita del Leone d’Argento dalla Biennale Musica per merito di “un corpus di opere che esplora con attenzione e rigore le intime articolazioni del timbro e del tempo, ridefinendo l’esperienza dell’ascolto attraverso una pratica che unisce ricerca storica, fenomenologia della percezione e sperimentazione elettroacustica”, sostengono le motivazioni.

Sarà perciò ospite della manifestazione in ottobre a Venezia, esibendosi in tre distinte occasioni: sabato 10 in duo con Kara-Lis Coverdale per Changes in Air, venerdì 16 insieme al Parco della Musica Contemporanea Ensemble nell’esecuzione della sua partitura inedita Chanters e infine da solista all’organo domenica 18 con un repertorio basato sui due ultimi lavori discografici, The Head as Form’d in the Crier’s Choir e il nuovissimo The Will of Tongues.

Quest’ultimo racchiude la produzione più ambiziosa da lei realizzata finora per concezione e volumetria: circa 140 minuti di musica impressa su doppio Cd e triplo vinile. “La durata è uno strumento,” ha spiegato a proposito, interpellata da “Uncut”, “voglio che le persone ascoltino e percepiscano cose che hanno bisogno di tempi lunghi per dispiegarsi”.

Nel dettaglio, si tratta di cinque composizioni per organo a canne, un trittico corale intitolato “Songs of the Smile’s Fig”, altrettanti interludi di scuola microtonale e un’estesa suite cameristica per trio d’archi, organo e nastro magnetico chiamata “The Rose Dialogues”, posta al centro di una sequenza in cui le parti restanti sono rimescolate senza soluzione di continuità.

L’apertura è affidata al bordone ipnotico di “Interlude I: Polyphonic, for Strings”, affidato al terzetto The Sung Blood Players (ossia la violoncellista Lucy Railton e i violisti Whitney Johnson ed Eyvind Kang), seguito dalla misurata solennità organistica di “Canto 2”. Viene poi la prima “canzone del fico del sorriso”, “Hours”, intonata come le altre – “Salts” e “Follies” – dal Chamber Choir Ireland diretto da Nils Schweckendiek, mentre nel successivo “Interlude V: Harmonic, for Woodwinds” agisce il quartetto svizzero di flauti rinascimentali Phaedrus e più avanti a interpretare “Interlude II: Unison, for Brass” sono i fiati maneggiati dai californiani Diapason.

Il flusso sonoro scorre su un canovaccio minimalista, nel quale s’innestano elementi vocali di natura gregoriana memori di Arvo Pärt e assorte meditazioni all’organo liturgico: tracce delle musiche sacre che Davachi – atea dichiarata – studia e rivisita con attitudine laica.

Lo spirito che la anima è reso in maniera implicita nell’intestazione dell’opera: “La ‘volontà delle lingue’ fa riferimento a un senso di urgenza per un genere di espressione scomoda e conflittuale nelle sue richieste, che però è importante, significativa e gratificante, soprattutto nella nostra condizione attuale”, ha chiarito nell’intervista citata, evidenziando un sottaciuto movente politico della propria azione artistica.