L’incontro cosmico fra Lee “Scratch” Perry e Mouse On Mars
A cinque anni dalla scomparsa, il visionario guru della musica giamaicana rivive grazie al duo tedesco
08 giugno 2026 • 2 minuti di lettura
Lee “Scratch” Perry & Mouse On Mars
Spatial, No Problem
A cinque anni dalla scomparsa, Lee “Scratch” Perry risorge per mano dei Mouse On Mars nell’album Spatial, No Problem, frutto di registrazioni effettuate nel dicembre 2019 presso lo studio del duo tedesco a Kreuzberg.
Non è dato sapere in che modo il visionario guru della musica giamaicana, allora 83enne, fosse entrato in contatto con loro: da snodo potrebbe aver agito l’artista greca Eleni Poulou, vedova di Mark E. Smith dei Fall, insieme al quale Jan St. Werner e Andy Toma diedero forma un paio di decenni or sono al progetto Von Südenfed.
Fatto sta che Perry trascorse tre giorni a Berlino, impegnandosi incessantemente – per quanto nel suo tipico stile anarchico – in simbiosi con i “topi marziani” e la dozzina di musicisti coinvolti nell’impresa, fra cui si notano lo statunitense Zach Condon, alias Beirut, e il nostro Andrea Belfi.
Preliminarmente, gli era stato chiesto se condividesse l’utilizzo della tecnologia “spatial audio” per le riprese sonore. Rispose: “Spatial? No problem!”, frase traslata nel titolo del disco, per finalizzare il quale è occorso un quinquennio di lavoro sul materiale grezzo.
Frattanto i Mouse On Mars avevano giocherellato con l’Intelligenza Artificiale in AAI, album pubblicato nel febbraio 2021, sei mesi prima che “Scratch” arrivasse al capolinea, cosicché questa partnership estemporanea è diventata la sua ultima avventura musicale. Si tratta di un epitaffio più che degno, collocato al crocevia fra la stralunata poetry improvvisata da Perry al microfono e le ingegnose composizioni architettate da St. Werner e Toma.
Esemplare l’iniziale “Rockcurry”, dove il dinamico impulso motorik del ritmo asseconda il cantilenare dell’Upsetter, che a un certo punto afferma: “I’m a reggae man”.
Ma di reggae vero e proprio, eccezion fatta per la cadenza toasting della voce, alla fin fine ce n’è davvero poco: giusto il basso dub che orienta in senso ipnotico l’andamento di “Hallo Shiva” e la sensazione da ska scarnificato di “To the Rescue”, con un beffardo trombone a sostegno dell’improbabile operazione di soccorso gestita da “Scratch”.
Troviamo piuttosto l’umore afrobeat che – alimentato da fiati e percussioni – trasuda da “Economic Train”, le orchestrazioni vagamente mediorientali di “Spatialee” e “Fire Dali” (qui Perry evoca il sodale inglese Mad Professor e nomina in coda il Black Ark, studio da lui creato e poi distrutto con il fuoco a Kingston), fino all’epilogo dedicato allo “State of Emergency” in cui versa mezzo mondo, dalla Giamaica alla Germania, descritto su un fondale che vocalizzi femminili e ance in libertà indirizzano verso suggestioni da jazz rituale.
Racconta St. Werner di quelle giornate: “Parlavamo poco o nulla di ciò che stavamo facendo, ci incontravamo e andavamo avanti, lui rideva un sacco e noi pure”. Un marasma umano e tecnologico, con cavi intrecciati ovunque “come una palude di mangrovie”, dal quale scaturisce adesso un oggetto rotante difficilmente identificabile che onora in maniera adeguata la memoria di un genio ineffabile.