Nel bosco dei suoni

Heiner Goebbels rilegge Henry David Thoreau in Walden, visionaria partitura del 1998 per orchestra espansa e voce recitante, ora pubblicata da ECM New Series

SN

30 maggio 2026 • 4 minuti di lettura

Heiner Goebbels (Foto Olimpia Orlova/ECM Records)
Heiner Goebbels (Foto Olimpia Orlova/ECM Records)
Album cover
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Heiner Goebbels

Walden

ECM New Series 2026

A quasi trent’anni dalla sua creazione, Walden di Heiner Goebbels arriva finalmente in disco per ECM New Series, l’etichetta che da anni accompagna le avventure più visionarie del compositore tedesco. E non potrebbe esserci approdo più naturale: la poetica ECM, sospesa fra ricerca timbrica, spazio acustico e profondità narrativa, sembra infatti il luogo ideale per questa partitura del 1998, registrata a partire dalle esecuzioni della prima assoluta alla Philharmonie Köln e alla Alte Oper Frankfurt nel novembre dello stesso anno.

Walden nasce dal confronto con il celebre libro di Henry David Thoreau, pubblicato nel 1854, resoconto insieme autobiografico, filosofico e naturalistico dell’esperienza vissuta dall’autore nei boschi attorno al lago Walden, nel Massachusetts. Thoreau – figura centrale del trascendentalismo americano e pensatore destinato a influenzare generazioni di scrittori, ecologisti e teorici della disobbedienza civile – cercava nella natura una forma di conoscenza essenziale, lontana dalle convenzioni della società industriale. Ma Goebbels evita accuratamente ogni lettura illustrativa o “pastoralistica” del testo. Come lui stesso afferma, Walden è piuttosto una riflessione sulla tensione fra ritiro e apertura, fra solitudine e invasione continua del mondo esterno.

In questo senso il compositore immagina il lavoro quasi come un controcampo rispetto a Surrogate Cities, il monumentale affresco urbano del 1994: là la metropoli, qui il bosco; ma un bosco attraversato dai rumori della modernità, dalle interferenze tecnologiche, dai fantasmi del presente. Il risultato è una sorta di teatro sonoro senza scena, dove orchestra, elettronica, strumenti autocostruiti, voce parlata e materiali improvvisativi convivono in un continuo stato di metamorfosi.

L’organico è quello dell’Ensemble Modern Orchestra diretto da Peter Eötvös, interprete ideale della scrittura di Goebbels per precisione analitica e libertà immaginativa. L’Ensemble Modern – qui in formazione orchestrale allargata – è del resto un compagno di viaggio storico del compositore tedesco, con il quale condivide da decenni una medesima idea di teatro musicale, di sperimentazione timbrica e di attraversamento fra linguaggi colti, improvvisazione ed elementi della cultura sonora contemporanea. Questa profonda sintonia emerge in ogni dettaglio della partitura, affrontata non come semplice esecuzione ma come costruzione collettiva di un paesaggio acustico mobile e stratificato. Ma figura decisiva dell’intero progetto è Robert “Bob” Rutman, eccentrico artista visivo (o piuttosto, scultore sonoro), costruttore di strumenti, performer e narratore, scomparso novantenne nel 2021. Rutman non si limita infatti a recitare i testi di Thoreau: la sua presenza attraversa l’opera in modo quasi sciamanico. La voce roca e profonda passa dalla declamazione al canto armonico khoomei, fino a fondersi con il tessuto orchestrale attraverso il suono di strumenti come lo “steel cello” (violoncello d’acciaio) e i “bow chimes” (campane ad arco), invenzioni fra musica e arte visiva dello stesso Rutman. In molti momenti Rutman sembra incarnare una coscienza errante, sospesa fra uomo e paesaggio sonoro.

Péter Eötvös con Heiner Goebbels (Foto Heiko Arendt/ECM Records)
Péter Eötvös con Heiner Goebbels (Foto Heiko Arendt/ECM Records)

I nove numeri musicali dell’album si sviluppano come schizzi, frammenti, episodi aperti. Fin dall’inizio emergono lunghe risonanze metalliche e cluster statici, quasi una nebbia acustica dalla quale affiorano campionamenti elettronici, percussioni distorte e improvvise accensioni orchestrali. Il materiale timbrico oscilla continuamente fra natura e artificio: il ronzio dei cavi telegrafici evocato da Thoreau diventa vibrazione elettrica delle chitarre trattate; il respiro del bosco si trasforma in pulsazione industriale. In “The House” la voce enumera con ironica precisione i costi della capanna costruita da Thoreau sulle rive del lago: una sorta di inventario asciutto, quasi burocratico, che Goebbels trasforma in recitativo spezzato e straniato. “The Ponds” e “The White Pond” sono invece dominati da superfici sonore immobili, attraversate da microvariazioni timbriche, come riflessi d’acqua osservati da vicino. “Reading” introduce una dimensione più rarefatta e meditativa, mentre “The Ice List” – basato su annotazioni diaristiche relative allo scioglimento del ghiaccio – assume una qualità quasi rituale, sospesa fra catalogazione scientifica e contemplazione. “Spring” apre uno spazio più dinamico: feedback elettronici, oscillazioni microtonali e fremiti delle corde suggeriscono il lento risveglio del paesaggio naturale. “The Beanfield” presenta ritmi spezzati e allusioni quasi trip-hop, una delle componenti più sorprendenti della partitura, dove Goebbels innesta materiali della popular music dentro il contesto orchestrale senza mai cadere nella citazione diretta. “Winter Visitors” accentua invece la dimensione teatrale della voce di Rutman, mentre l’episodio finale dedicato alla ferrovia – “The Fitchburg Railroad” – porta in primo piano il rapporto fra tecnologia e natura: locomotiva, pulsazione meccanica e paesaggio sonoro si fondono in un movimento inquieto e stratificato.

È proprio questa continua ambiguità a rendere “Walden” una delle opere più affascinanti di Goebbels. Nulla viene presentato in modo stabile o definitivo. L’ascoltatore è immerso in un ambiente acustico in cui il dettaglio concreto – un rumore metallico, una voce lontana, una vibrazione elettronica – si carica lentamente di significati simbolici. Frank Mehring, in un saggio dedicato a questo lavoro, osserva come Goebbels utilizzi Thoreau non come testo da “mettere in musica”, ma come dispositivo capace di generare nuove prospettive percettive e nuove relazioni fra suono, memoria e spazio.

In questa pubblicazione ECM si coglie tutta la modernità di un lavoro che, pur nato nel 1998, continua a parlare direttamente al presente. Walden non è un elogio nostalgico della natura, ma una riflessione lucidissima sulla difficoltà contemporanea di ascoltare davvero il mondo. E proprio per questo, oggi, questo paesaggio sonoro pensato trent’anni fa appare più necessario che mai.